lunedì 23 dicembre 2013

Mondi Lontanissimi





La prima cosa che mi viene in mente, sentendo la parola Mondo, è uno schema di un vecchio super Mario, chiamato appunto Mondo. Per rendere l'idea di vastità e di varietà paesaggistica proprie di un mondo erano presenti, in quel vecchio schema di gioco, diversi scenari, dall'acqua alle montagne, dalle pianure alle parti boscose.
Certo, mi rendo conto che sia un ricordo alquanto curioso, in fondo era solo un videogame a 16 bit. Ma anche una bomba atomica, infondo, è solo una bomba atomica. Tutto è quello che è, e non è mai abbastanza.
Va be.
Ma cos'è un mondo?
Beh... il mondo è un pianeta. No?
E il pianeta cos'è?
Hum, dunque... diciamo che, tecnicamente, è un satellite. I pianeti hanno, mh sì, un Sole, che è una stella, intorno a cui per effetto della gravità universale orbitano, il che li rende satelliti di qualcosa.
E quanti mondi ci sono?
Mumble... diciamo che, in un certo senso, ci sono infiniti mondi. Naturalmente non del tutto infiniti, ma più o meno. Per la nostra mente infinito, o quasi infinito, sono la stessa cosa. Tanto sono concetti che non comprende. Ci si può solo avvicinare.
 In questi mondi certo si presenteranno situazioni differenti, alcuni saranno caldi perché aventi un orbita prossima alla loro stella; altri ancora si mostreranno gelidi e tetri, perché la loro orbita è molto distante dalla loro stella. Altri, invece, saranno né troppo lontani, né troppo vicini. Come il pianeta Terra, ad esempio. Altri ancora viaggeranno nel buio più totale, perché la loro stella s'è spenta o non c'è più. Derive universali.
I mondi citeriori li conosciamo e su questi ci si basa per pensarne altri. Quelli ulteriori, al di là di ciò che si può vedere, possiamo solo immaginarli.
Taluni mondi potrebbero presentarsi del tutto inospitali alla nostra fugace vita, eppure ospitare ugualmente forme di vita. Questa vita aliena avrà le caratteristiche del mondo ospitante, si sarà adattata, così come ogni mondo vivo, del resto, dovrà pur avere specie vitali adattatesi. Altri ancora poi potrebbero non avere vita alcuna; o potrebbero averla avuta; forse l'avranno. O l'avranno ancora dopo averla già avuta.
Combinazioni pressoché illimitate.
Le forme di vita indigena ai vari mondi potrebbero essere intelligenti; o magari solo dei vegetali. Ma anche i vegetali, nell'evoluzione, prima o poi divengono intelligenti. Per intelligenza si può intendere la capacità di raggiungere una coscienza di esistere. Questa caratteristica, questo divenire coscienti, è presente in ogni forma di vita. A volte si compie, a volte no; a volte deve solo ancora compiersi; altre volte ancora non è mai compiuta del tutto.
Abbiamo quindi pressoché infinite possibilità di mondi, di vita nei mondi, di adattamento a questa.

Ma diciamo pure infinite. Non mi piacciono le cose a metà. Lo spazio è curvo, come il sentiero dell'eternità, eppure esteso come un mattino di tutte le cose. Ma è un mattino buio, perché se anche c'è luce questa non basta. E nelle remote profondità abissali si aggirano forse cose che non potrebbero in alcun modo avere un nome, o altre ancora così grandi da esserci inafferrabili; o piccolissime; o ostili. O niente; potrebbe, laggiù, oltre le ultime stelle, oltre l'avanguardia astrale, non esserci niente. Solo un vuoto senza fine. Infinito.
Ma quindi, se le possibilità sono infinite, potremmo avere dei doppioni?
Si, voglio dire, se ci fossero, nell'immensità del tutto, due mondi uguali?
Mettiamo che, per fare un esempio comprensibile, su un altro pianeta di, non so, una stella lontanissima, per dire, ecco, mettiamo che su questo pianeta si siano create - ora, miliardi di anni fa, tra miliardi di anni. Non importa, il tempo è solo un sogno - le condizioni per la vita. Questa poi, la vita, sia emersa dai brodi primigeni, si sia espansa, mutata, adattata e infine evoluta; sempre su questo mondo poniamo l'avvento di grandi rettili, la loro caduta, la reazione evolutiva dei mammiferi che, in un lungo sentiero colmo di paure ancestrali, nella lunga notte della specie che ancora non sì è percepita, uno di questi mammiferi, una scimmia, sia sia evoluta, divenendo infine uomo. Avremo allora un altro mondo, distantissimo magari, non visibile e mai raggiungibile, dove abitano altri esseri umani.
Del resto, se le possibilità sono infinite sono anche tutte realizzabili. Ma allora, sempre per dire, potrebbe anche darsi, e perché no, che siano più di uno, che ci siano molti, illimitati mondi abitati da specie umane simili, ma diciamo pure uguali alla nostra; e così avremmo altri umani sparsi nel cosmo. E cosa farsene: cosa fargli fare?
Beh, potrebbero fare cose diversissime, o simili, o identiche. Potrebbe benissimo, si fa per dire, esserci un mondo identico alla terra, e per identico intendo esattamente identico, dove nella spiaggia di Rimini di quel pianeta ci sono gli stessi granelli di sabbia della spiaggia di Rimini sulla terra, e con anche le stesse persone, le famiglie, i modi di pensare, ma che dico i modi!, i pensieri stessi sarebbero identici, le facce, i gesti, le azioni, insomma tutto, tutto, proprio tutto, e quel mondo, proprio perché tutto è uguale, sarebbe un doppione: un doppione nel passato - e allora tutto ciò sarebbe accaduto. Nel futuro - e allora ciò accadrà. Oppure ora. Per cui ciò sta accadendo, e sta accadendo che un altro me sta scrivendo questo post, un altro te leggendolo; e altri noi ancora, su altri pianeti, di altri sistemi solari, pensando a questo, a quello, a cose molto serie, altre banali, e tutti ugualmente impegnati nella loro vana ricerca di unicità, di immanenza, di felicità e di amore.
O per dire, ma è chiaro, del tutto identico come detto, questo mondo, ma indietro di un secondo, o avanti di un minuto, o così via.
Tutti uguali; e tutti diversi. Ma diversi solo a livello atomico. Ma anche gli atomi, poi, sono sempre la stessa roba.
E nel fare chi questo, chi quell'altro, chi nel percepire che qualcosa di enorme sta accadendo, che si vive, e poi si muore, e non c'è ritorno, e prima ancora s'è vissuto, e altrove, nel fare queste cose o altre ancora tutti allineati, come costellazioni addolorate tracciate nei cieli da segmenti d'immaginazione, e tutti distanti, ma in un certo senso uno davanti all'altro; o ignari di tutto eppure sempre lì, sempre presenti e quindi dinnanzi, tutti, tutti questi addolorati, felici, pazzi uomini, tutti nel tutto che è l'uno, che è questo incomprensibile spazio nero, vuoto, ostile alla vita ma che sembra non faccia altro che generarla e indurla a sperare: tutti costoro sempre inutili quanto un altro, esseri sognati, sogni spettrali, evanescenze stellari, algoritmi casuali lanciati come dei dadi pazzi nell'enorme partorirsi dell'universo.

Poi vuoto, la fine dell'universo. Forse diradatosi fino al nulla, forse nuovamente imploso.
Eoni di nero, di caos, di niente...


Il niente immaginato da un noto artista.



...poi ancora luci, ancora pianeti, pianeti infiniti, poi un pianeta in particolare, la vita, le specie, l'evoluzione. Altri uomini, e poi ancora noi. Uguali, identici, o un po' diversi, o non più noi. O noi niente affatto. Infatti, magari, si salta un giro. Può succedere.
Certo, non è proprio come aspettare la prossima infornata di pizze. Lì, se salti, devi aspettare il prossimo universo.
Ma quando non esisti il tempo passa più in fretta di quanto si possa immaginare.




sabato 21 dicembre 2013

Ma i Froci e i Negri?

Spesso, nel piattume del dibattito pubblico, vengono introdotti termini come omofobia e razzismo.
I ben pensanti - che spesso sono non-pensanti - sono contro tali schemi di pensiero.
Altri, non meglio definiti o troppo particolareggiati, che perciò chiameremo Indefiniti, non sanno o sono pro.
Ora, a parte tutto il mio disprezzo per chi non sa (a meno che non si tratti di una grave forma di relativismo), mi sono sempre chiesto come la pensassi io in materia.

E a noi che ce frega?

Perché non è facile pensarla in un modo, dicevo, e per pensare intendo che:
1) affronti il problema analizzandolo
2) ne tracci una definizione
3) fai un confronto pragmatico tra problema e società
4-a) prendi una decisione ideologica
4-b) prendi una decisione del tutto laica
5) prendi un panino e mangi

Molto più spesso, invece, ciò non accade. Ci si limita a scegliere cosa dire, scegliere qualcosa che abbiamo sentito altrove e che ci sembra andare bene per noi, e la si dice. E quella diventa la "posizione ufficiale", che siccome non è pensata dura, grosso modo, il tempo di sentirne un'altra. E così via.
Mah.
Ora, tornando al discorso di prima, cos'è l'omofobia?

Un gay in tenuta casalinga


Altro non è se non la paura o l'avversione nei confronti di gay e lesbiche. A me piacerebbe dire frocio, è una parola forte, antica, ridondante. Gay viene dal linguaggio poliziesco del 16° secolo, e indicava in lingua inglese il colpevole di crimini sessuali. Però frocio è ormai usato come dispregiativo, quindi mi tappo il naso e uso gay.
Ma da cosa viene? perché se ne ha paura?
Qui, davvero, non serve neanche farla troppo lunga, il motivo è semplicissimo.





Dei paesi in grigio non ci sono dati, negli altri più il colore è chiaro più l'omosessualità è accettata. Bene nord e ovest europa, benino sud america e Canada e Italia, maluccio l'Argentina, un disastro la Russia, una catastrofe gli stati  marroni.
Commenti da fare?
Mi sembra ovvio, anzi è lapalissiano che l'omofobia sia collegata alla religione. Difatti quasi tutti i paesi dai colori scuri sono incatenati a qualche culto solare, certuni persino teocrazie.
Quindi uno dei motivi scatenanti l'omofobia è la religione. Più esattamente i culti monoteistico-patriarcali, con al centro il concetto di famiglia sacra basata su uomo e donna.
Però, a mio avviso, c'entra anche la politica.
Prendiamo due grandi, enormi paesi come USA e Russia.
Sono entrambi di "destra" ed entrambi multietnici, gli USA perché importano persone, la Russia perché fu un impero. Che politiche hanno sull'omofobia?
In Russia è vietato dalla legge essere gay. Semplifico ma è così.
Nel senso che se sei gay ti prendono e ti portano in galera.
Negli USA, invece, è vietato essere omofobi, nel senso che se lo sei ti prendono e ti portano in galera.
Hanno delle galere enormi, sia in USA che in Russia. Non ci sono dubbi.
Ma direi che c'è un bel po' di differenza. Ovvio.
Probabilmente, ma quasi certamente, gli USA hanno ormai accettato di essere un popolo misto, anzi non un popolo, bensì un insieme di etnie diverse, un mercato, così importando popolazione non devono preoccuparsi di una politica per le nascite. La Russia, invece, nonostante abbia diverse etnie e razze, le ha collocate in zone diverse. Non sono poi così mischiati. Non importano immigrati come USA e Europa per cui il governo cerca di incrementare le nascite.
Come farlo?
Virilizzando l'uomo, semplice no?
Quindi si combatte l'omosessualità che è una minaccia a questo progetto ed è una minaccia alla religione, che da sempre rende un popolo prolifico grazie alla difesa della vita a ogni costo.
Il numero di un popolo, la sua vastità demografica, è fondamentale per creare un mercato interno, un mercato di esportazione e, nel caso, per combattere una guerra. Sia USA che Russia perseguono lo stesso obiettivo ma in modi diversi.

Ma quindi, per tornare all'inizio, l'omofobia è giusta? è sbagliata?
A sentire gli americani... sembrerebbe sbagliata. A sentire i russi... sembrerebbe giusta.
Nel senso che ognuno ha il suo bel motivo. Io, dal mio punto di vista, la ritengo un errore, perché fomentare odio e creare dolore basandosi solo su vecchie superstizioni e dottrine demografiche è un'assurdità.
Quindi ecco, non è proprio una certezza, ma sono abbastanza sicuro che l'omofobia sia sbagliata.


E il razzismo?


Secondo la cultura pop i razzisti sarebbero piccolissimi


Intanto il razzismo, per essere chiari, è il semplice prendere coscienza che la specie umana è divisa in razze. Chiarito questo si potrebbe anche chiudere qui.
Però il post è ancora un po' corto, quindi parlerò del razzismo così come è percepito dalla maggior parte delle persone, ossia come suprematismo razziale, cioè la convinzione che la nostra razza sia migliore delle altre e debba dominarle.
C'è poi il razzismo territoriale che vuole, ad esempio, l'Europa per gli ariani, l'africa ai negri, ecc ecc
Ognuno si faccia i cazzi suoi, insomma.
Poi ce ne saranno anche altri tipi, ma per riassumere è la paura del diverso rilevabile tramite differenze estetico-culturali.
Infatti è anche culturale: perché un milanese dovrebbe essere razzista verso un napoletano? Per la sua cultura, differente da quella del milanese. Quindi il razzismo non è strettamente legato alla razza, ma può spaziare su più fronti.
Ma intanto, giusto per chiarire e chiarirmi un po' le idee, il razzismo ha le stesse motivazioni dell'omofobia?
Dunque: la religione.... no. Tutti i monoteismi sono mondialisti, non interessa loro di che razza sei, potresti anche essere un cane. Probabilmente se i cani fossero un tantino più intelligenti arruolerebbero anche loro.
Quindi la religione no.
La politica?
Forse... La dove si vuole creare un mercato dei consumi si tenderà ad alienare la gente strutturando società multirazziali, frazionate e balcanizzate, dove tutti si chiuderanno in se stessi senza identificarsi in nulla, e di conseguenza sfogheranno i loro rancori verso la società consumando, incapaci di opporsi a essa per via del loro isolamento in microcosmi distanti tra loro.
Per contro, un paese come la Russia che porta avanti una politica di espansione demografica ma che allo stesso tempo non vuol perdere la razza dominante nelle sue regioni e quindi mantenere una forte unità basata su tradizione, cultura e identificazione etnica, spinge: non proprio verso il razzismo, ma verso una forma di delimitazione razziale. Ognuno stia nel suo paese e tutti amici come prima.
Quindi si, sempre con i soliti esempi ristretti (è solo un post), col razzismo la religione non c'entra - al limite quello culturale, ma giusto un po' e riguardante solo alcuni alambicchi teologici -, con la politica c'entra ma non abbastanza da motivarlo. Del resto la politica deve far leva su qualcosa che è già presente nell'uomo, che sia il desiderio, l'egoismo o la paura del diverso, e non potrebbe creare dal nulla il razzismo se questo non fosse già insito nella specie. Non potrebbe, per dire, creare l'utopia del vivere sotto terra, l'uomo non vorrebbe mai viverci. Potrebbe invece convincere tutti della necessità di tornare a vivere sugli alberi, visto che ci abbiamo già vissuto. E forse lo farà. Non mi sorprenderei. La politica educa, nel senso della parola, cioè tira fuori ciò che già l'uomo ha dentro. Non può inventarsi quello che non c'è.
Quindi il razzismo è già naturalmente presente nei comportamenti umani.
Se prendessimo 20 bambini incontaminati dalla cultura umana, e li mettessimo 10 in un'isola e 10 in un'altra, e se i primi 10 fossero bianchi, i secondi 10 negri, bene, all'interno delle loro comunità, crescendo, non attaccherebbero eventuali comportamenti omosessuali e anzi li percepirebbero come una legittima scelta; ma nel venire a contatto le due comunità non si riconoscerebbero, si respingerebbero basandosi sulle differenze razziali, estetiche, antropologiche, e sarebbero naturalmente razzisti senza che nessuno glielo abbia insegnato.
Disimparare a esserlo?
Certo. Io poi, del resto, se debbo urinare, per dire, e questa esigenza mi si palesa mentre sono in mezzo alla strada, certo non mi tiro giù le brache e la faccio tra i passanti. Il che vuol dire che molti comportamenti del tutto istintivi sono già stati superati.
Ma si può superare il razzismo? non è forse l'attenersi a percepire come estraneo un uomo diverso da noi, e diverso sotto così tanti punti di vista, un istinto insopprimibile?
Non lo so, ma sono portato a credere che il razzismo non vada, non possa essere superato, e che anzi vada valorizzato. L'umanità è bella perché varia, e anche perché nella sua varietà contempla l'esistenza delle razze. Dei popoli meticci perderebbero gran parte del loro fascino e anche del loro ruolo.
No, sarebbe un errore.
Per questo io capisco il razzismo. Lo comprendo e non lo condanno.
Condanno invece l'omofobia che, per contro, non ha alcun senso ma è un mero atteggiamento culturale spesso strumentalizzato.

Ma queste, ovviamente, sono solo chiacchiere da post.
Che orrore.

ps: Grazie a Russia e USA per aver collaborato al post.

mercoledì 18 dicembre 2013

Le donne sono stupide?

Attenzione, questo è un post sessista e politicamente scorretto.

Il sole è maschio. Una volta era neutrale. In altre culture è donna. Il sole fa un po' come gli pare, la gente lo chiama come vuole, e lo osserva creare la vita. Da sempre, fin dalle lunghe notti buie piene d'orrore dei primordi umani, dove lo si attendeva con angoscia. Anche la vita fa come vuole, si sottomette solo al fato.


Intanto io non credo, non posso credere alla stupidità.
I cervelli umani, grosso modo, sono tutti uguali. Sì, ogni tanto qualcuno ha qualcosina in più, ma parliamo di uno su centomila. Non ha quindi senso dividersi in stupidi e intelligenti. Ne ha, semmai, dividersi in chi il cervello lo usa e in chi no. Userò quindi la parola "stupido" come semplificazione per indicare chi il cervello, pur avendone uno funzionante, non lo usa.
Ma per ora vado avanti.
Uomo e donna, invece, hanno lo stesso cervello?
Diciamo che a parte le ben note influenze ormonali il cervello è lo stesso. Sentiamo ora l'opinione di un italiano medio:

Le donne non capiscono un cazzo devono stare solo in cucina e fare figli.
Sentiamone un'altra:

Le donne dovrebbero comandare tutto loro perché sono migliori.

Due opinioni divergenti ma entrambe radicatissime.

Italiano medio si chiede se siano più intelligenti gli uomini o le donne
Mi sembra chiaro che c'è un po' di confusione. Del resto razionalmente si può capire che la stupidità, ma chiamiamola anche la semplicità - che è una debolezza perché non viviamo in un mondo semplice, e quindi esserlo ci espone a rischi terribili -, è presente in egual misura in uomini e donne. Ci sono uomini stupidi e donne stupide.
Dico bene?
No, in realtà l'ho detto perché mi piace prendere in considerazione tutte le possibilità, ma la verità è che secondo me le donne sono più stupide degli uomini, e vado quindi a illustrare la mia "Teoria della stupidità femminile".

Parte prima: la formazione culturale

Come ben sappiamo si nasce tutti vuoti. Un buon esempio, per rendere questa idea, è il computer, che ha un hardware, che viene creato dall'uomo ed è paragonabile al cervello umano alla nascita. Questo hardware avrà delle specificità tecniche proprie della ditta che lo ha costruito - se si parla di un pc - o delle specificità genetiche - nel caso del cervello umano -, ma in entrambi i casi non sarà utilizzabile senza il software, cioè il programma o i più programmi che gli permettono di esprimere il suo potenziale.
Nell'essere umano il software si chiama educazione.
Capito ciò dobbiamo chiederci se il software, ossia l'educazione messa nell'essere umano, sia uguale per maschi e femmine, e se questi ne vengano ugualmente stimolati di modo da sviluppare una creatività e un'analisi della realtà che sono le basi formanti dell'intelletto.
La riposta è no. E come dubitarne, basta osservare.

Fino a una certa età bambini e bambine fanno le stesse cose, corrono saltano e si divertono. Non parlano ancora col loro cervello ma si limitano a osservare fuori da loro stessi. Poi avviene una specializzazione. Il bambino fa suo un mondo fatto di mostri e guerra, piuttosto che di esplorazione e costruzione attraverso diversi contenitori tra cui videogame e giocattoli componibili. Quello che tutti i maschi io compreso hanno fatto.
La donna ha le bambole. Le fa pisciare, pulisce la bava. A 10 anni compra i primi trucchi. Si pettina tantissimo. Si interessa quasi esclusivamente della sua esteriorità e di come questa venga percepita dagli altri, così che non avrà modo di identificarsi in niente che vada oltre l'estetica. La donna ha la necessità di piacere, ne ha bisogno.
Appare evidente che il bambino sarà enormemente più stimolato dalle sue attività che lo porteranno a sviluppare una notevole fantasia, mentre le bambine tenderanno più a intraprendere comportamenti apatici funzionali al loro divenire madri attraendo sessualmente un compagno - che è anche quella una forma di estetica: pancione, bambino in braccio, passeggino, uomo affianco, ecc ecc.
Insomma, per riassumerlo in un concetto breve - e la brevità qui è preziosa -, l'uomo si forma per diventare un sognatore, la donna per diventare una madre. L'uomo i figli li sogna, la donna li fa. Non si capiranno mai.
È evidente che la femmina non potrà che essere svantaggiata da questa formazione, mentre il maschio trae enormi vantaggi dalla sua iper-stimolazione grazie al fatto che, semplicemente, si interessa o viene indotto a interessarsi di più cose.
Ho fatto esempi puramente contemporanei ma è sempre stato così: se non erano le bambole, per le donne, era il ricamo. Per gli uomini gli studi umanistici. Ecc ecc



Parte seconda: le specificità evolutive


Ora, per questa seconda parte (sempre che abbiate proseguito nella lettura), partirò da una mia personalissima interpretazione complementare dell'evoluzione.

Il leone e il coccodrillo.

Avete presente un leone, no? Bene, cosa fa?
Dico proprio dall'inizio, cosa fa? Intanto nasce, poi succhia il latte, si rotola, viene leccato, dopo un po' inizia a camminare. Da quel punto, ossia da quando è in grado di spostarsi, resterà prima con la madre, poi col branco, e infine con altri leoni, per anni. In questi anni imparerà tutto quello che deve sapere per vivere. Come si caccia, come si lotta con altri maschi, come ci si accoppia, ecc ecc.
Lo farà attraverso il gioco, l'osservazione degli adulti e l'esplorazione.
Il Leone nel regno animale ha una buona intelligenza. No, non come quella umana, ma decisamente buona.
Il leone somiglia molto al bambino.

E il coccodrillo?

Un coccodrillo disquisisce di filosofia con una donna


Beh, il coccodrillo all'inizio esce dall'uovo. Guarda a destra. A sinistra. Si tuffa in acqua e... fine. Non deve fare altro, non deve imparare altro. L'unica cosa che gli serve è diventare grosso, ma sa già come farlo: divorando. Quindi mangia, cresce, sfugge ai predatori. Senza averlo imparato da nessuno ma perché l'istinto glielo chiede.
Poi quand'è grosso si accoppia e inizia a cacciare grandi erbivori. Ma anche questo lo sapeva fin dalla nascita.
Insomma, il coccodrillo è un hardware uscito di fabbrica col software pronto. Non sogna, non impara, si limita ad aspettare; nel regno animale non ha intelligenza, è puro istinto.
Somiglia molto alla bambina.


E gli uomini e le donne?
Grosso modo avviene la stessa cosa. Intanto la donna, a 16 anni, è fatta. Nel corpo e nella mente. Il suo apprendimento del mondo continua, ma l'essere il sesso che genera i figli la spinge alla ricerca di certezze e punti di riferimento che male si sposano con una vera esplorazione della realtà. In poche parole la sua curiosità scema in favore dei nuovi obiettivi: i figli, un compagno che ne assicuri la sopravvivenza. Lo dico in maniera cruda ma sono questi. Dico anche che ci sono delle eccezioni, ma è quasi inutile dirlo. Infondo non siamo tutti uguali.
L'uomo? L'uomo a 16 anni è ancora un bambino, a 30 è un ragazzo... l'uomo non cresce mai, o comunque ha bisogno di molto più tempo per dirsi pronto a entrare nel mondo. L'uomo fa come il leone, gioca per molti anni. La donna, invece, non fa esattamente come il coccodrillo, però è indubbio che si fermi prima.
E come potrebbe questo non influenzare il loro modo di pensare?
Non è, quindi, solo la cultura, ma è anche la natura che chiede alla donna di essere meno intelligente dell'uomo, di rendersi un po' più stupida e, sebbene abbia tutti i mezzi per superare o eguagliare il maschio, non può farlo, né vuole farlo, né è possibile che lo faccia.
Certo, se non ci fossero le donne con la loro materialità, con i piedi ben piantati per terra, la specie sarebbe forse già un ricordo spettrale... ma questo è un altro discorso.
-
Ma allora, dico io, è tutto qui? è semplicemente la condanna della natura e di conseguenza della cultura umana?
Forse abbiamo solo esigenze diverse?
Eppure i media non fanno che dire quanto le donne siano intelligenti, molto più dello stupido uomo, spesso dipinto come un cavernicolo. Certo, i media sono seguitissimi dalle donne che stanno molto più in casa. I media si parano solo il culo, praticamente non fanno altro.
Si ma, voglio dire... niente, quindi le donne sono più stupide dell'uomo?
Io, a ben vedere, sarei leggerissimamente tentato, dopo questa vaghissima e breve esposizione delle mie convinzioni (più il post è lungo e meno persone lo leggono) di dire che lo sono.
Eppure mi sento di andare oltre la logica, che andrebbe sempre più spesso superata, e di dire anche che, sebbene il coccodrillo sia ottuso, e nasca "imparato", è sulla terra da circa 300 milioni di anni. I leoni da molto meno, e non se la passano benissimo.
Allora forse l'intelligenza come la intendiamo, come l'ho intesa io in tutto il post, è solo un modo di catalogare le forme di vita, e le differenze di queste forme, del tutto arbitrario.

No, io in realtà non lo so se la donna è più stupida dell'uomo, non so neanche a questo punto chi sia più intelligente tra uomo e coccodrillo. Esiste una percezione di noi stessi, una sensibilità cosciente che chiamiamo anima che ci fa presupporre che la realtà e la verità passino attraverso le nostre caliginose comprensioni. Ma sono solo lucori nelle tenebre, idee accennate, brividi nel vuoto.

Quindi, per concludere, io non so neanche cosa sia oggettivamente l'intelligenza.
Conosco solo quello che riesco a interpretare. E si tratta, appunto, di una semplice interpretazione, una mediazione tra la realtà delle cose e la vita biologica che sono. Ombre, segmenti di comprensione.

Però, se l'universo sta in piedi, è perché le potenze che lo governano si oppongono: una forza da una parte, una forza dall'altra. E tutto resta unito. Anche la vita ha le sue forze, maschi e femmine tengono unita la specie. E l'universo indifferente va avanti, di stella in stella, tra le galassie, e a noi, nella notte dell'esistere, resta solo il fato, che attendiamo come il sole.

L'ineluttabile idiozia

La cultura che un uomo va ad assimilare nella sua vita, specie in giovane età, è fondamentale alla sua crescita, ne forgia il carattere, le tendenze, perfino gli umori e le intenzioni. In questa cultura generica di cui parlo c'è la famiglia, l'educazione, l'istruzione, la sua religione, ecc ecc.
L'uomo si fa con queste cose.



In base alla validità dei suddetti organi di formazione avremo, o potremmo avere, diverse variazioni dello stesso uomo. Com'è ovvio.
Una famiglia distante, sbiadita, creerà un uomo lontano da tutto. Un'educazione incompleta genererà incomprensioni nei rapporti umani. Una religione arrendevole ne farà un debole. Ecc ecc.
E fin qui, credo, nulla di nuovo.
Così oggi ci ricordano, grandi e saggi protettori, le autorità tutte: il carosello di chi ci guida, quanto sia importante formarsi seriamente, iniziando a intendere diversamente la famiglia - che nella società industriale sembra stravolgersi - per non fraintenderla; quanto poi un'educazione larga, larghissima, per così dire elastica sia indispensabile per comprendere un mondo tanto complesso; e di come, su tutto ciò, la morale di un qualche culto solare - fate voi, quello che preferite -, sia necessaria per accreditarsi presso gli altri.
Io, sinceramente, ci starei anche. Voglio dire: perché no?
Se fosse così ci starei anche.
Certo, non è che ci sia chissà quale granitica certezza - e in fondo chi ne ha bisogno? -, ma dopotutto, nel giusto contesto, anche con queste nuove vedute, un uomo può farsi. E può farsi le sue vedute.
Eppure sento una certa oppressione. Voglio dire... non che qualcuno me lo impedisca. Di farmi le mie vedute, di creare i miei schemi mentali. A ben vedere nessuno me lo impedisce ma...

Ma, una volta, c'era la chiesa. Oddio, c'è ancora eh, sia chiaro. Certo, oggi più che altro pubblicizzano, fanno réclam; però ci sono.
Una volta però c'erano, come dire... fi-si-ca-men-te. Nel senso che eri con loro o contro di loro.
Storia nota.
Bene, quella era un'oppressione, nel senso che a un certo punto, quand'eri lì per cercare di analizzare la realtà, di comprendere le cose, di esercitare un pensiero critico: arrivavano loro.
Dogmi. Dogmi e botte. E la gente, giustamente, si sentiva oppressa.
Non che tutti faticassero a nuotare in quella oppressione, anzi...
Ma cosa c'entra?
Io, davvero, non so bene perché dico questa cosa. Sarà forse perché sento, tutt'ora, una certa oppressione, come detto poc'anzi. Ma no, non della chiesa.
Cioè, anche della chiesa, che discorsi, ma poi, si capisce, basta dire loro "non scocciate" e intendono subito - avete notato che non sono più molto insistenti? almeno non più sull'uomo. Preferiscono insistere altrove -, comunque non sono loro a scocciarmi, a opprimermi, a frenare.
Si perché una volta il pensiero te lo frenava la chiesa con i suoi dogmi. Ti dicevano: tu questo non lo puoi pensare
questo non lo puoi dire
questo non lo puoi fare
E tu, frenato com'eri, che potevi fare?
Ti limitavi a campare.
Ora, invece, sì: mi sento dei freni, ma... è come se invece che freni fossero luci, lucine, immagini colorate che mi distraggono e, sia chiaro, anche se non sono molto intelligente l'ho capito il mondo o, comunque, sono lì lì per capirlo, e sto capire cos'è meglio per me, ma con tutte queste luci, queste immagini, queste storie, questi...sembrano dogmi..
Insomma, con tutti questi film e telefilm americani io non ci sto capendo più niente.
Davvero.
Di cosa parlo? parlo della chiesa del 2000: Hollywood, america. O dovunque li facciano quei film e quei telefilm.
Perché, parliamoci chiaro, se anche hai una famiglia che ti sa guidare, e ricevi un'educazione retta, sincera, e ti istruisci in modo da saperti difendere dalla religione e da chi sua volta ha studiato, bene, se anche tutto ciò accade: chi ti salva dai film americani? chi ti aiuta a non perdere di vista la realtà dopo aver visto 18 film su superman in un anno, con tanto di uomo in calzamaglia colorato come la bandiera USA che lotta contro gli alieni o sa il diavolo contro cosa.


Come può una persona non perdere di vista la realtà guardando film e telefilm made in usa?
Non fanno altro che menarsi, che saltare in aria, prendono tutto con leggerezza: la vita per loro è una scopata, poi vanno a cavallo, ancora qualche esplosione, salvano il mondo 22 volte e si comprano un gelato mentre guidano una ferrari dentro un centro commerciale; e sembra che lo sappiano fare solo loro, e dividono il mondo in buoni e cattivi, e ogni banalità si fa normale, ogni gesto insulso diviene spettacolare.
E allora io vorrei tanto analizzare la realtà, esercitare un pensiero critico ma... ma in testa, ormai, ho solo esplosioni, uomini perfetti e case tutte uguali.

Italiana media si chiede chi potrà salvarla dalla cultura americana. O forse ha solo perso il cellulare.



E parlo solo dei film perché sfortunatamente, o per fortuna, sono il loro mezzo di propaganda che conosco meglio. Ma ce ne sono innumerevoli, dal mondo della musica per adolescenti fino alle patatine al gusto di cipolla (ma che cazzo di senso ha?)
E diventeremo tutti più sciocchi e più volgari. Io penso che diventeremo anche più brutti, lo siamo già. In un certo senso, a me pare, siamo più brutti, di quella bruttezza fatta di cattivo gusto, di esagerazione, che è propria degli americani.
No, non c'è popolo più finto e superficiale degli americani, eppure sembra che noi non si faccia altro che apprendere da loro.

La verità, se verità esiste, è che tuo figlio può avere la migliore famiglia del mondo, la migliore educazione e istruzione possibile, ed essere egli stesso molto dotato, ma con il bombardamento odierno, con questa valanga di assurdità che non fanno che assecondare la stupidità, tuo figlio diventerà comunque un idiota.
Che lo diventi col cattolicesimo, o lo diventi davanti a uno schermo, ditemi voi cosa cambia.

martedì 10 dicembre 2013

W il Duce W il papa

Din din din, arriva natale. L'ho già detto ma ora sta davvero arrivando.
E le piazze italiane non sono mai state così piene di disagio.
Ho visto con i miei occhi, ma sarebbe meglio dire che li ho osservati, due fenomeni che, in un certo senso, si allineano a un sentore, a una necessità generale.
Ma andiamo con ordine.
Da una parte c'è l'esigenza, il bisogno delle persone di sentirsi parte di qualcosa. Ora più che mai.
Che nessuno abbia più punti di riferimento, ormai, mi sembra chiaro. L'Italia è un paese vuoto, sbiadito, un recente studio l'ha classificata come paese sciapo, insapore. Un posto che non sa più di niente. Dove gli anziani si isolano davanti alla tv e i giovani vivono la loro personale parabola estetica sguazzando nel consumismo. C'è crisi, non c'è lavoro, vengono meno i diritti acquisiti nel dopoguerra.
In sostanza ognuno si fa i cazzi suoi. L'Italia è un paese dove ognuno pensa per se.
È sempre stato così? Forse. O forse no. Ad ogni modo c'era più speranza.
Nei film neorealistici del dopo guerra, tipo Ladri di biciclette, si descriveva un italiano povero e oppresso, ma ancora speranzoso. L'oggi è misero ma il domani sarà migliore. Trent'anni dopo un altro film neorealista, Brutti sporchi e cattivi, descriveva lo stesso italiano povero e oppresso ma non più speranzoso. Anzi, abbattuto, scoraggiato, privo di ogni riferimento o sogno, e di conseguenza vile e individualista. Oggi, a quell'italiano che ha smesso di crederci va aggiunta l'alienazione portata dal benessere e dalla ricerca della felicità nell'effimero. Era tutto prevedibile. Qualcuno lo predisse anche. Ma chi li ascolta i profeti?
Così si cerca di porvi rimedio, e ognuno lo fa come può. I metodi, poi, gira gira, sono sempre i soliti: religione di riferimento del proprio spazio sociale e nostalgia per il fascismo.
Perché sembra che non ci sia niente da fare, l'Italiano torna sempre lì.

Certo che il tutto messo giù così sembra davvero troppo superficiale, quasi puerile. Allora, mi sono detto, vorrei cercare di capire il perché.
Intanto c'è da dire, e lo dico da sempre, che noi, bene o male, siamo un paese cattolico.

Papa B in un momento di sobrietà mentre prova a pescare con le orecchie


Mi dicono spesso, quando lo faccio notare, che non conta più. E sbagliano.
Perché, vedete, che si pratichi o no, che si creda o meno, la cultura dominante nella società in cui si vive ci influenza e a modo suo ci educa.
Detto ciò, quali sono i vantaggi e gli svantaggi del nostro retaggio cattolico, e cosa c'entrano col problema della frattura sociale?
Ora, nel cattolicesimo, che è una dottrina cristiana, ed è un monoteismo (che quindi premia il non capire) solo nella teoria, c'è la confessione. Ma non è una confessione ortodossa al cristianesimo, bensì è tutta speciale. Difatti l'assoluzione è obbligatoria. Il prete, quale che sia il peccato che confessi, deve assolverti. E deve tenerlo per se.
Chiameremo questo fenomeno: perdono per tutti.
Ora voglio dire, il pensare culturalmente di poter fare ognuno quel cazzo che vuole, figlio anche del rito cattolico, è o no un problema?
Poi ovviamente ci sono anche i lati buoni del cattolicesimo, che è un rito, e in quanto rito serve a capire meglio e a intrappolare la realtà che ci circonda. Ma no, non proprio a capire: a far finta di capire. Che comunque è pur sempre capire. Meglio di niente, no?
Mah.

Punto due, il fascismo.

Neo-fascisti cercano di capire se sta piovendo



Semplificherò ulteriormente questo secondo spunto dicendo che, non me ne vogliano i progressisti, l'ultima volta che l'Italiano s'è sentito qualcuno, e per qualcuno intendo meno di un borghese consumista, è stato nel ventennio. Vogliamo dire che fossero tutte illusioni? Va benissimo, non sono un apologo del fascismo, ma tra prima repubblica democristiana e seconda repubblica berlusconiana, tra l'umiliazione di essere diventati un paese che non ha più un'identità e la costante disillusione di fronte alle nostre istituzioni l'italiano non può che guardare indietro ai due punti fissi che hanno forgiato questo paese: risorgimento e fascismo.
Chiameremo questo fenomeno, o lo chiamerò, dato che potrei parlare solo per me: latitanza dello stato.
Anche se il termine latitanza è forse eufemistico, dato che lo stato non solo latita, ma è ormai percepito - assieme alla struttura burocratica europea - come un vero e proprio nemico da evitare o da cui difendersi.
Non solo, il risorgimento (che non è una parola messa lì a caso, il paese davvero risorse), è stato tradito, anzi distrutto, dall'armistizio del 43. Ri-premetto che non sono un apologo del fascismo, ma davvero si può pensare che quei due anni di guerra (in)civile non lasciarono alcuno strascico, che quell'"Arrangiatevi e sopravvivete" del Re non abbia lasciato segni ancora oggi?
Perché l'italiano davvero si arrangiò, davvero sopravvisse come meglio poteva. E forse proprio lì iniziò, o meglio tornò dopo l'aura romantica del risorgimento, a farsi solo i cazzi suoi.
Poi c'è stata la cacciata del Re, che di fatto ha lasciato il paese alla chiesa e al PC, ossia due forze antitetiche al risorgimento: una cristiana e l'altra comunista. Ma a quel punto l'Italiano era già bello che andato. Non era più italiano, era comunista, o democristiano, o nostalgico o, nei casi peggiori, juventino o romanista. Questo per dire che prima di essere italiani si era altro. L'italianità non era più avvertita in alcun modo. E lo credo bene, chi ci cascherebbe ancora?
Ma non sono neanche un nazionalista. Dico questo per far notare, se ce ne fosse bisogno, l'assoluta mancanza di riferimenti che non siano interessati, settari, individualistici.

Da questi due punti che, per carità, ho riportato in maniera assolutamente debole e insufficiente, ma che secondo me sono inoppugnabili, nascono le folle che si esaltano per quello che dice papa francesco, il gesuita, e i nostalgici del "si stava meglio quando si stava peggio".
Ma come si fa a dare contro a un neo-fascista, o a dar contro a un bigotto, oggi?
Che argomenti ha l'Italia per dire a queste folle che quello che c'è ora è meglio della chiesa o del fascismo?
Qui c'è il vero problema, perché non ha nessun argomento.

Usare la testa, ragionare sul fatto che non sono le false certezze a poter migliorare le cose, che sarebbe necessario da una parte un ridimensionamento, un ripensamento del nostro stile di vita e, dall'altra parte, una comprensione maggiore del mondo moderno?

Qui arriva il punto tre. (erano solo due? fanculo, ora sono tre)


La televisione.
Lo dirò chiaro, l'italiano si educa e si informa davanti alla tv. Anche molti di quelli che dicono di farlo al pc.
E come ha preparato la televisione l'italiano medio, che mezzi gli ha dato per difendersi dalle falsità e capire con la propria testa cosa sarebbe meglio fare?
La tv gli ha devastato il cervello, lo ha a tal punto annichilito cerebralmente che non è più in grado non solo di farsi una sua idea, anche la più vaga, ma anche il solo pensare di avere un'idea viene percepito come eretico. Penso sappiate di cosa sto parlando.

Ho letto da qualche parte che l'italiano sta... non mi ricordo il termine, comunque è quel fenomeno che indica il non sapere più né interpretare un testo scritto né strutturare un discorso complesso.
Ora, che noi siamo davvero il popolo più stupido del mondo io non ci credo. È chiaro che qualcuno voleva rincoglionirci fin dall'inizio.

Allora che altro dire... la verità è che non so più cosa dire.
Dicevo che arriva il natale, e la gente quest'anno spenderà poco. Forse molti si rendono conto che il consumismo ha istupidito il paese. O forse semplicemente non hanno i soldi per continuare a spendere.
No, sono scettico sul futuro dell'occidente, non ho molte speranze. Dal consumismo, dall'assenza di ogni morale (perché, una forma di morale è necessaria, checché si inizi sempre un discorso del genere dicendo "non sono un moralista ma..."), non si guarisce. Sono forme irreversibili.
Non è mica come il fascismo, che se sparano al duce il giorno dopo sei già comunista.
Non è mica come la religione, che se il papa dice che non puoi scopare, bé, ma chi lo conosce sto papa?!
No, è irreversibile perché si basa sull'immediato raggiungimento del piacere. Tutto e subito.

Ma per carità, io non sono certo meglio, anzi... Sì, ho provato a capire i perché e i percome, in parte penso di aver ragione, ma d'altra parte mi rendo conto che ci sarebbe bisogno di ben più spazio.
In un certo senso mi sono un po' chiarito i pensieri.



sabato 7 dicembre 2013

Una premessa e un racconto

Premessa

Siamo soli nell’universo, e se anche non lo fossimo è certo che nessuno si incontrerà mai, il che è come essere soli; si capisce subito che veniamo dal nulla; prima non c’eravamo, e andiamo verso un altro nulla; non ci saremo mai più: ed entrambi questi nulla sono eterni: penso quindi che la vita non abbia alcun senso, se non quello dell’espletare le proprie funzioni biologiche e protendersi il più possibile in avanti, fin quando è possibile, o è desiderabile, cogliendo brevi momenti di felicità in questi due nulla; è per altro questa una opinione largamente diffusa – non che mi illuda di essere il primo a vedere oggettivamente le cose -, seppure, nella maggior parte dei casi, chi accetta questa visione del mondo finisca per trovarvi un senso nel vivere in pace, rispettando il prossimo e auspicando ad un’esistenza sempre migliore: e se invece l’uomo fosse nato per uccidere altri suoi simili? sarebbe meno nobile, meno inutile?  sarebbe probabilmente uguale, che sia così, o che sia tutt’altra cosa.
Eppure spesso mi chiedo se, nei vari significati che diamo al nostro essere, quello di ucciderci a vicenda, di far trionfare quella parte di noi che grida guerra, non sia la naturale propensione per i nostri arti e i nostri denti. Infondo uccidere non è altro che l’arrestare un processo vitale che sarebbe comunque, a breve o a poco meno, destinato a cessare. Non importa perché si uccide, se per ideologia o per amore o, che ne so, per troppo amore. Privare della vita qualcosa ha sempre lo stesso non-significato che ha lasciarle la vita.
Sono due assurdi che si annullano contemplandosi.


Racconto

In via del Crepuscolo il sole sparisce presto, questo perché alti alberi e tetti incombenti ottenebrano la via quando altrove il rossore serale scalda ancora il finire del giorno. Passeggiando mentre torno a casa osservo la gente apparire e sparire dalle oscure finestre delle loro vite spiate, e mentalmente conto i passi, misurando geometricamente la distanza tra me e queste creature impaurite dall’essere impaurite.
Non c’è molto da dire sul mio ritorno a casa, qui la gente è metodica e ci tiene a fartelo sapere: così una vecchia che porta in giro il cane è li che ti aspetta, un’altra magari scopre per l’ennesima volta il gioco delle ombre che danzano come fronda comanda da un muretto all’altro, e nell’attesa si finge assorta nella propria austerità.
Che dietro la curva della stradina ci sia un orrore innominabile che a quanto pare tiene ad uccidermi è indubbio, ciò che mi fa pensare è invece cosa faccia mentre attende.

Cosa fa l'orrore mentre ci attende?
Tuttavia alla fine non c’è niente, e posso passare all’ultima prospettiva, quella dove l’intera via, nella penombra che si muove, chiacchiera inerme sul da farsi, tra voci incerte di accenti increduli, di un dolore, di un amore, di chiunque abbia qualcosa da poter rubare per riempire esistenze vocate alla disperazione dell’abitudine.
Io non passo tra questi contenitori biologici di ricordi ereditati, ci galleggio sopra, e per ogni viso ho una morte, per ogni gesto un olocausto di ricorrenze.
Così le ombre diventano fuoco nero che arde le carni senza ucciderle, e caro mi è ogni vetro che esplodendo si fa casa nei loro occhi. L’istinto atavico che urla la privazione di tutte le vite senza senso – ovunque non trovi un senso – mi sussurra armi da taglio e risate mentre le faccio correre. E se l’intera via non si fa bocca e le divora è solo perché ha dimenticato di avere fame, glielo hanno fatto dimenticare, come io esteriormente ho dimenticato il mio aver fame.
Così semplicemente passo, e se c’è da farlo posso anche salutare.
E sarò ancora una volta passato, e accanto a me sarà passato l’eterno sforzo nel trovare un senso alle cose che passano.
Poi entro in casa e qualcuno sta guardando le immagini in televisione. C’è un tizio che parla, ride e scherza e tocca una tetta a una ragazza: ha la faccia da diavolo. Mentre bevo un po’ d’acqua mi perdo a guardarlo, e tra quei suoni e il ventilatore acceso mi sembra di diventare pazzo. Un altro tizio dice che si è ammalato e non riesce a smettere di fottere. La gente ride, ride forte.
In camera mia troverò un po’ di requie dal mondo e dai miei pensieri, magari dormo, o prendo qualcosa per dormire. Sognerò le ombre crepuscolari che mi attendono alla fine della via, dove spero un giorno di arrivare affamato e divoratore.






mercoledì 4 dicembre 2013

L'incommensurabilmente romantico





Voglio perdermi in un post, ora, per così dire sciocco.
Un post che può piacere a tutti. Non perché tutti siano sciocchi, ma solo perché tutti hanno bisogno di sciocchezze.
In fondo viviamo nel distrarci dal vivere.
Stavo pensando, dicevo, a quei brani musicali che io definisco incommensurabilmente romantici. Da ora per abbreviare li chiamerò semplicemente IR.
Intanto provo a spiegare di cosa parlo.
Parlo, per esser chiari, di quei brani che, per abilità vocali e strumentali di chi li esegue, per melodia, e per testo, arrivano a far vibrare le più alte, le più splendenti corde dello strumento armonioso che noi umani si usa chiamare romanticismo. Romanticismo in amore, che è l'arte dell'accoppiarsi.
Intanto il romanticismo prende il suo nome dalle lingue romanze, e descrive un qualsiasi sentimento, una azione o un'idea non tanto come come realmente sono, ma in base all'emozione o alla fantasia che nell'uomo le suddette cose suscitano.
Spiegato ciò, e ammesso che la musica sia la forma d'arte più accessibile a tutti - anche a troppi - , mi chiedevo, pur avendo già in mente un paio di risposte, quali sono le canzoni IR, se ce ne sono, perché lo sono e che impatto hanno avuto sulla cultura popolare. E nel caso ne abbiano avuto, di impatto, se forse il romanticismo non sia poi, almeno in amore, per tutti la stessa cosa.
Ma mi sto perdendo in chiacchiere



Questa è Woman, di John Lennon, e secondo me è un'ottima IR.
Ha la melodia, il testo, l'interpretazione - dove l'uomo Lennon diviene quasi un bambino sognante di fronte alla donna, alle donne -, è spinta dalla carica emotiva di Lennon stesso e, inoltre, è arrangiato in modo da ricordare un arpeggio. La donna è tutto, è davvero più di una donna, è mamma, è luna, è casa, è significato profondissimo di vivere. Senza non c'è niente perché senza non c'è vita. E nella vita stessa proprio perché è vita la rincorriamo. Lennon è appena stato ucciso ma nel video è presente per assenza, si intuisce, vive in un'attesa incompiuta. Come se dovesse tornare. E Yoko aspetta senza aspettarsi niente.
Insomma, senza dubbio siamo di fronte a un puro atto di amore romantico, dove l'amore diventa oltre se stesso fino a raggiungere ciò che noi vorremmo fosse.
Ovviamente, ma mi sembra inutile dirlo, l'ideale romantico è in tutti soggettivo. Non ne esiste uno che vale per tutti... O si?
Non so. Mettiamola così, se tutti i video che posterò saranno riconosciuti come IR allora, forse, se non per tutti varrà per molti. Non dico per tutti perché qui il campione è modesto.
Certo che essendo la nostra una società molto omologata, l'occidente unico, è anche facile che sia lo stesso per tutti.
Dopo la nenia barocca di Lennon direi che questa può senz'altro essere un IR


Qui il romanticismo è quasi debordante, ne basterebbe la metà, e basterebbe anche la metà della sofferenza tutta romantica di De andré per essere in presenza di un IR tanto grande da apparire insondabile. Un cosmo a parte colmo di luci iridescenti. A mio modesto parere è l'IR definitiva, imbattibile.
Soffre, perché ama, ma in fondo non sa cosa sia l'amore o lo ha dimenticato, perché non ama più, eppure ci pensa, e cosi via... La voce cesella le parole, le fa splendere d'ambra antica, le amalgama in un miele dorato, la melodia ha stanchezza di esistere, il testo disegna scenari cangianti di primavere inafferrabili e d'inverni colmi d'amarezza. In tutto questo qualcuno ha amato, qualcuno non ha mai amato.
Non c'è alcun significato se non la contraddizione stessa.
Difficile dare di meglio. Per me impossibile. Eppure...
Eppure dico subito che ho escluso il mio genere preferito, il prog, perché troppo complesso per suscitare solo un'emozione. Ossia l'amore romantico.
Detto ciò, dov'ero rimasto? Ah. Eppure...


Lungo, straziante, la chitarra piange e l'amore si dispera, è un addio, un ultimo canto; o forse solo l'apogeo della passione di tutta una vita. Io e tu, per sempre, amore mio.
Un'illusione, come la vita, come l'amore. Un'illusione che fa sognare e disperare.
Non raggiunge le vette di De andré ma racconta la sofferenza, e lo fa dannatamente bene.

Certo ce ne sono altre, io per ora ho messo giù queste tre carte, questi tre assi di cuori.
Chiaramente, come ho detto, ognuno ha le sue. O forse no? Forse che queste possono ben valere per tutti?
In quel caso non sarebbe niente di nuovo. Ma sono sicuro non sia così.
Quasi sicuro.

Allora è tutto qui, un tentativo di capire se l'incommensurabilmente romantico esiste, e se è percepito da tutti allo stesso modo.
Io non ci credo, o meglio, credo sia un'illusione.

Ma cosa non lo è?





martedì 3 dicembre 2013

Viva Barabba

- Attenzione, è presente una forma di mitopoiesi nel post. Potrebbe creare mal di testa e nausee improvvise -


C'è come un qualcosa nell'aria, sui muri, per le strade e fin sui tetti che abbaglia, distrae, un po' ci attira e un po' ci disgusta, si colora e si illumina; si propaga come un messaggio, come una rivelazione, come una pubblicità!
Da un po' di tempo arriva prima, se ne va via dopo. Ne parlano tutti, e tutti in modo diverso.
Insomma, c'è nell'aria il natale, l'apice spirituale del nostro culto solare.
Il natale, come alcuni sapranno, è la nascita del messia, tale Cristo, o Gesù, o Barabba.
Sì perché, a pensarci bene, se Cristo fosse Barabba?



C'è una leggenda, una storia che si tramanda da secoli, che vorrebbe le cose un po' diverse; oddio, vorrebbe... te lo racconta, più che volerlo. Dice, la cronaca antica, che nelle terre semite, sotto il tallone di Roma, gli ebrei erano pensierosi, insoddisfatti, e che sotto Roma, appunto, non volessero starci.
Così prepararono una rivolta, una cosa da studiarsi bene, e nominarono un capo-rivolta a cui affidare le schiere eversive. Questi fu Barabba; non ladrone ma condottiero. Lo scherano dei giudei.
C'era poi, e ora certo non c'è più, un profeta, un mistico, che parlava d'amore, un messaggero dell'anima che aveva a cuore l'integrità spirituale dell'uomo, e questi era Gesù, non messia ma filosofo.
Barabba, spada in una mano e torcia nell'altra, creava scompiglio, ammazzava i legionari, si ribellava all'impero.
Gesù non sappiamo bene cosa facesse, probabilmente nulla in cui credeva pienamente. Però lo faceva, e nel farlo, e nel farlo come se ci credesse, diede fastidio a Roma, che sulle guerre s'era fatta, e anche l'umanità sulle guerre s'era fatta, e così finì per dar fastidio, Gesù, prima a Roma e poi all'umanità.
Ora venne Pilato e disse: questo non va bene, l'Imperatore non vuole disordini. Abbiamo carovane e rotte mercantili di scalo in questa striscia arida di terra, dalla Persia dorata alla Crimea tumultuosa; rivolte e santoni pazzi ci fan danno. Meglio porvi rimedio.
E andarono a processo, Gesù e Barabba. E il popolo disse: niente. O avrà detto: sarà altro il tempo per la rivolta. O avrà detto anche: sarà altro il tempo per la decadenza di una filosofia basata sull'amore. E se ne lavò le mani. Il popolo.
Forse, ma non lo sapremo mai, Pilato ebbe pietà di quell'uomo evidentemente folle, il Gesù, e lo mandò in esilio. Si usava infatti mandare i folli e gli scomodi in esilio.
Non ne ebbe per Barabba che fu, come tutti i nemici di Roma, e gli schiavi ribelli, crocefisso.
E Barabba morì, contorcendosi in croce; e Gesù se ne andò a nord est a diffondere la sua filosofia, laggiù, nel Kashmir, dove dal mattino nasce l'Asia, e non se ne seppe più nulla.
Ora l'ebreo era tetro e si diceva: morto Barabba se ne fa un altro. Tuttavia, oltre che tetro il giudeo fu scaltro, e si disse anche: morto Barabba, viva Barabba!
Così il suo ricordo fu unto dal loro Dio, che tutto può perché nulla è, e Barabba fu chiamato Messia, che vuol dire unto da Dio, e siccome il mondo ancora si inchinava davanti alla sapienza della Grecia fu chiamato anche Cristo, che vuol dire la stessa cosa ma nella lingua dei filosofi.
E gli ebrei dissero: guardate! un nuovo messia giunse, e portava pace e amore e fratellanza, e i romani lo hanno ucciso. Egli era Gesù, ve lo ricordate il buon Gesù? Sulla croce lo hanno straziato, al posto di Barabba, quel vile che ora è libero e falcia altrove chi è caro a Dio.
Così il popolo ebbe a stupirsi.

Ma i romani, non ancora istupiditi, fecero presto a far il loro conto, e l'accusa vile degli ebrei si rivolse loro contro poiché l'Impero disse: no, l'ebreo lo ha ucciso, che sia dannato per questo. E lo fu.
Ora, col mito di Gesù/Barabba, si ebbe il nuovo ebraismo, egualmente dedito alla contemplazione del nulla ma più buono, e il buonismo affossò l'Impero che fu inghiottito dai freschi uomini dell'est che nulla temevano.
Ma questa è un'altra cronaca.
Gesù morì in Kashmir e là fu sepolto. Barabba fu crocefisso e divenne il figlio di Dio. Del Dio giudeo. Fu il Cristo, e il suo ricordo creò una religione laddove c'era solo una filosofia. E in questo ancora aiutò la Grecia dei filosofi - chiamati giustamente in causa -  con la sua dialettica e le sue metafisiche avanzate. E fu il cristianesimo.
E così nacque anche la trinità cristiana: Gesù - Barabba - Cristo. Tutti in uno, tutti il risultato dell'uno.
E l'Europa, la sacra Europa, ebbe a soffrirne e ancora ne soffre. E chi voleva liberarsi restò ancora un po' in catene. Chi voleva salvarsi fu vinto dalla sua salvezza.
Questo dice la leggenda. Una delle tante.
Secondo me, poi, è andata proprio così. Ma poi che importa, scusate? è andata, per ognuno di noi, come vogliamo che sia andata, no?


Ed eccoci qui, 2000 anni dopo, a celebrare la nascita di Barabba, il condottiero ebraico che voleva distruggere l'Impero. La tv ha già iniziato a dire che dobbiamo scambiarci regali.
Come i saturnali di Roma, dove ci si regalava frutta. E il 25 dicembre l'asse cosmico annuncia la nascita del Signore. Come nei miti di Mitra, o Mitras, la prima divinità solare che con i legionari romani venne dall'oriente.
Insomma, c'è davvero un bel po' di casino.
Quindi, per essere più chiari, vorrei che pensaste solo a due cose: il 25 dicembre è una fase solare e: il Gesù di cui si parla fu in realtà il Barabba che ci dissero ladrone e brigante.

Ma allora cosa fare?
Non saprei. Io prima spaccavo tutto, dissacravo ogni rituale. Poi ho capito, o meglio, ho intuito, che il rito ha una sua importanza. Ad esempio, non so voi, ma la gente mangia a tavola riunita per famiglie - chi ne ha una. Perché?
Potrebbero benissimo mangiare ognuno dove gli va, e poi magari rivedersi per il caffè. O potrebbero non vedersi proprio.
Allora il rito del pasto, come quello del natale, serve proprio, così come altre interpretazioni della mente umana, a intrappolare la realtà per meglio governarla. Un po' come la temporalità è un concetto che intrappola la realtà dentro numeri e date per meglio capirla, così il natale rinchiude delle abitudini per poter meglio quietarsi del caos d'esistere.
Allora è solo un rito. Come la messa.
Io, per dire, mi immagino gli alberi di natale come un tributo alla natura e alle stelle, e nei presepi vedo... no niente, quelli li odio. Però, per dire, nel regalo c'è comunque un darsi, e nelle cene in famiglia c'è un qualcosa di barbarico, di pagano, che appaga sempre.
Allora forse dovremmo festeggiare il natale intrappolandolo ritualmente nella realtà che preferiamo.

Quella di prima, poi, è solo una leggenda, come tutto è leggenda quando si parla di religione. Certo, l'essere spirituali aiuta. L'uomo spirituale è bello dentro, è ricco e si arricchisce, contiene forme e immagini e colori, e si adatta, intrappola la realtà come meglio vuole e non ha bisogno degli altri per stare bene. Non è condannato alla mediocrità dell'accontentarsi degli altri.
Gli altri vanno a messa e si regalano cellulari.
Ma che importa. Niente importa.
Anche noi siamo una leggenda, il sogno di un fantasma.
L'unica cosa che riesce a dare forma al sogno, alle abrupte spire vertiginose di noi esseri spettrali, è il rito.
Bisogna solo trovare quello giusto.


lunedì 2 dicembre 2013

La rabbia sociale

Avete mai pensato di poter essere, in una certa misura, delle teste di cazzo?
Sì, insomma... c'avete mai pensato?

Ora, per esser chiari, va subito detto che il termine "testa di cazzo" è molto vago, per alcuni indica un comportamento aggressivo, per altri troppo passivo, per altri ancora una persona esageratamente egoista. Quest'ultimo, devo dire, ci si avvicina più di ogni altro.
Infatti, per dire, oltre all'esservi mai chiesti se lo siete - una testa di cazzo - vi sarete anche chiesti, immagino, cosa voglia dire.
Hum no, per qualcuno sarebbe bellissimo, ma no.
Io intendo, e badate che per intenderlo tale c'ho messo un po', uno che fa la parte del cazzo.
Intanto il cazzo cosa fa? Penetra.
E fin qui ok.
Quindi?
Quindi gode, ma solo lui.
Infatti diciamo che non è proprio solo, dietro ha i coglioni. E loro non godono, anzi, prendono delle botte ma restano fuori. Si prendono il peggio del gioco. Così da qui si deduce che una testa di cazzo faccia proprio la parte del cazzo, cioè goda, a discapito dei coglioni di turno.
Spiegato ciò ripeto la domanda: credete di essere teste di cazzo?

Ma nooo, ma chi io?

Si, tu, dico a te. Lo sei?

Io.. cioè, a volte  sono davvero individualista, per non dire cinico. Ad esempio faccio certe battute, certe considerazioni che...mi faccio paura da solo. Per lucidità, per completezza, impeccabili. Sono un po' cattivello. Poi si, penso molto a me, quasi solo a me.


Allora non mi sbagliavo, tu che leggi un po' testa di cazzo lo sei.
Perché?
Cioè, ok, l'essere umano ha degli istinti che vanno soddisfatti, da cui nasce l'esigenza di prevaricazione sugli altri. E va bene, lo diamo per scontato questo.
Ma la cattiveria gratuita? Perché noi teste di cazzo, io che leggo e tu che leggi, un po' cattivelli gratuitamente lo siamo. E quello da cosa nasce?
Io me lo sono chiesto spesso.
Una volta - che ansia quando si inizia con "una volta" - la gente era meno cattiva. Lo era, specie se faceva la fame o in un qualsiasi contesto in cui i sensi e gli istinti si affinavano, ma difficilmente lo era per diletto.
Mi spiego meglio: la cattiveria non era sentita come necessità. Caso mai ci si arrivava per noia, o per bisogno.
Di che "una volta" parlo?
Fate voi, diciamo fino a 30 anni fa. Ma sarò molto vago su questo perché richiederebbe troppo tempo.
Bene, e com'è che ora siamo tutti, hum... come dire... tutti così... com'è che ora c'è, diciamo così, questa rabbia sociale?
Uno potrebbe dire che, ad esempio, essendo il mondo di oggi più complesso, ed essendo le persone di conseguenza iper-stimolate, si tende tutti a rilasciare una maggiore aggressività per via del cervello stressato.
Va bene, ma la cattiveria? questo spiegherebbe l'aggressività, caso mai. Non il cinismo nero che ci attornia.

Io credo dipenda, tanto per cambiare, dal nostro folle modello di sviluppo.
Ecco, alla fine l'ho detto. Potevo dirlo subito, certo, ma poi il post sarebbe stato troppo breve e me lo avrebbero fatto notare (ma tanto chi mi legge?), dicendo che, sì, bello, però, insomma... tutto qui? Allora l'ho tirata un po' per le lunghe. E devo dire che un po' me ne vergogno. Ma non per averla tirata per le lunghe, no, mi vergogno di non aver, alla fine, nessuna risposta pratica, e di lanciare lì continue domande. Ad esempio: perché dipende dal modello di sviluppo?

Andiamo ad analizzarlo brevissimamente.
Intanto tu non vali niente. Si, tu che leggi. Non vali nulla, sei uno schifo.
Ah, hai comprato quella cosa e anche quell'altra? Non lo sapevo. In questo caso... vali un po' meno di niente. Ma sempre poco è. Sei ancora uno schifo.
Come dici? guadagni così tanto e ti compri così tante cose? Ah! ma in questo caso qualcosa, ora, la vali. Diciamo che vali come... come quello che puoi comprare. Ok, Sì. Sei il tuo potere di acquisto.
Perché, vedi caro mio, il sistema funziona così. È finito. No, non nel senso che sta collassando, non ancora almeno. Nel senso che è un sistema finito. Il mondo è un sistema finito, ok?
Ha tot terre emerse, che hanno tot foreste, tot minerali, tot risorse del sottosuolo, toto aree coltivabili, ecc ecc. Il nostro sistema economico, invece, è infinito, ossia va avanti con l'algoritmo della crescita che non ha mai fine.
È chiaro che per funzionare dev'esserci un elevato tasso di consumo non accessibile a tutti ma desiderabile, di adorazione dell'effimero, e per fartelo capire meglio sei stato educato proprio a questo. Così, nel momento in cui questo meccanismo subisce una frustrazione individuale, nel momento in cui si intoppa, e non puoi consumare come vorresti, o non riesci a raggiungere quella posizione sociale a cui inconsciamente ti abbiamo fatto anelare, in cui ti abbiamo fatto credere, ti incazzi, divieni cupo, ti disilludi e... e puff! rancore, cinismo, cattiveria e odio verso gli altri. Ti sfoghi odiando, detestando, diventando critico. Più che critico: sei un super-critico di tutto.
Ah, ma allora non sono io che sono una testa di cazzo. È il sistema!

Eh no. Tu un po' del tuo ce lo hai messo. È come la depressione. Cosa fai, ti curi quando sei depresso? non serve a niente, ormai lo resterai per tutta la vita. Oggi un po' di più oggi un po' meno. Dovevi curarla, la depressione, quando stavi bene. Infatti è una malattia che non si cura, si previene e basta.
E così la rabbia sociale. Ma che fai, sei un consumista incallito da anni e non te n'è mai fregato niente degli altri, e ora che sei col culo per terra chiedi aiuto?!
Ma dovevi capirlo prima che il sistema non lo permette. E così dovevi curare la tua rabbia sociale prima che esplodesse, coltivando te stesso in altri modi che non fossero quelli del consumismo. Pensi che 50mila barboni di new york non siano una classe sociale a se, che siano solo capitati per caso?
Il sistema prevede la rabbia, la disillusione. Un po' come prevede la depressione.
Allora c'è solo la rabbia. Per chi non riesce, non si soddisfa nel sistema, con le regole del sistema, c'è la rabbia. Non esiste altro. Esisteva, certo, ma dovevi capirlo prima.
Ormai è tardi, hai già iniziato a giocare. Sarebbe come spegnere il nintendo mentre mario precipita in un burrone e dire: non amo i giochi dove si muore.
Ma lo sapevi che si moriva!
E siccome la rabbia sociale è alla base del sistema tutti siamo incazzati come gatti sotto un temporale.
Poi guarda, te lo dico col cuore in mano: visto che parli tanto - ormai mi rivolgo direttamente a te - di cambiare, di rivoluzionare il modo di vivere, ti dico che  l'asceta dovevi andare a farlo all'inizio, quando hai capito che era tutto terribilmente malato. Invece sei restato perché ti piaceva, perché era comodo.
E ora che le cose vanno così così...critichi, e sotto sotto hai iniziato a odiarlo il sistema.
Un po' tardi.
Già. Anche per recuperare una comunicazione genuina, un modo di esprimersi che non passi per gli estremi che incarnano tutti gli esempi che riceviamo.

Io? anche io sono restato. Dove potevo andare poi... poi a me criticare m'è sempre piaciuto. E sono sempre stato insoddisfatto, che è la base per criticare. Lo abbiamo detto finora, se non sei insoddisfatto non sarai mai cinico, e se non sei cinico non hai capacità di critica...
È come se l'unico modo per capire il mondo fosse esserne insoddisfatti e, una volta allontanatisi da esso - almeno mentalmente - poterlo vedere quale realmente è: un grande canile. E tutti abbaiano.
No, io sono stufo. Basta, non voglio più capire.
Ho capito che non c'è niente da capire.
Capire che non c'è niente da capire... Ma non è ancora capire? (Cit. Gaber)

Va be, vado a giocare col nintendo. Finché posso, io, gioco.

domenica 1 dicembre 2013

Il signor F, un borghese qualunque



 Certamente chi si appresta a dormire non sta troppo a pensare a come si sveglierà fisicamente, se avrà ancora un naso, le orecchie o tutti gli arti. Rifletterà, eventualmente, al da farsi poi, anche se più spesso a quanto fatto; come dire, e cosa, in situazioni del tutto ipotetiche, nel domani, logicamente se tende all’ansia.
 Ma sovente rimbalza su quanto detto nel giorno trascorso, come una palla matta, nel normale essere schiacciati dalle relazioni umane. Su questo, poi, ne avrei da dire, eccome!, e certe persone, non ci si spiega come – ma chi sa spiegarsi qualcosa – conservano un ricordo opaco, un alone spettrale, di spettri  impazziti, per ogni contatto umano. Menti come contenitori di orrori visivi. Ma, su quanto detto dianzi, e sul risveglio e sull’immaginarselo, mai si pensa, tenendo a mente le solite possibili eccezioni , a un mutamento esteriore , un cambiamento vertiginoso e irreversibile.
 Ad esempio, e per dire ciò potrei citare, non so, un qualche mago del sonno, che non mi risulta esistere, e che quindi non citerò, ad esempio, dicevo appunto, si da per scontato lo svegliarsi dove ci si addormenta, piuttosto che su un monte, e se ci si addormenta su un monte piuttosto che al mare, o ai piedi del monte, morti. Oppure dopo un trascorso temporale fisso, mentre magari, per motivi validissimi, ma che, sai che noia!, non starò qui a spiegare, ti svegli dopo due anni.
 E che, non ho ragione?
 E allora cosa, mi si verrà mica a dire, mi si verrà, che s’è mai visto qualcuno, o s’è sentito, magari attraverso un muro, di un assonnato terrorizzato di svegliarsi vecchio? Ebbene: no. E un no più fermo va posto davanti a quell’idea, sublime allegoria dell’orrido, del tornare al mondo della veglia diversi, seppur sempre se stessi, ma con, come dire… un corpo? Sì, un corpo diverso. Ponendo per assurdo che è cosa assunta a routine, e di fatto nella routine aspettativa inattesa, volare nel noumeno del sollievo emotivo, e svegliarsi assieme al sole magri, se ci si addormenta rosei e carnosi, per poi biecamente sostituire il tutto con la speranza di svegliarsi con il letto apparecchiato , che la fame, e la voracità dei grassi, non se ne vanno col sonno; oppure scampare all’armata dei dormienti belli, bellissimi, quando ci si era arruolati mostruosi e tristi; e ancora, vediamo… alti, altissimi, se tra i fiori, fino al giorno prima, il nostro olfatto era più vicino a qualche avvenuto processo digerente spalmato in terra che alle corolle floreali profumate.
 Ma via! Da parte questi narcisismi, e poi non sapremo mai cosa desiderasse il nostro amico. Si vada quindi al mistero che va rivelandosi, che come ciò che pensiamo, in presenza di lui, o di lei, non rivelerò del tutto; i misteri, in fin dei conti, vanno pur preservati, misera è l’esistenza senza contemplazione del mistero. Questa narrazione, poiché si narra, e questa fantasia, non certo perché sia fantastica, ha, e sfido tutti a negarlo, ignaro protagonista un esimio collaboratore di, stimato moltissimo da, attivissimo nel, convinto credente del dio assegnato al suo luogo di nascita, ben avviato nel suo mestiere e, anche se non nella descrizione in corso, felicemente sposato, ma se ne ignorano i motivi, con sua moglie.
 Dicevasi appunto…dicevamossi… dicend..vosi… vi dicevo, or dunque, a notte sveglia, nella casa prossima ad assopirsi, si recava nel suo letto stopposo il Sig. Franco Nonpagodazio, impigiamato per il sonno e impomatato per dispetto al tempo che avanza; e già ne era passata di acqua sotto ai ponti, di neve sopra ai campi, o qualsiasi altra metafora patetica, patetica!, dia il senso del suo tempo trascorso: lui già aveva, il Sig. Nonpagodazio…bè, più di cinquant’anni, o poco meno, o , vai un po’ a saperlo, proprio cinquanta.

Il suo pensiero, l’estremo atto mentale che s’antepone al sonno, era un bel ricordo, assai confuso e scoordinato, dove, innumerevole tempo prima, oziava da una finestra, e nel non fare niente aveva indovinato diverse verità, - e sia chiaro che solo nel non far niente si può indovinare qualcosa, perché solo in quel contesto se ne ha voglia – poi aveva annusato l’aria umida, trovandovi  una calma dimenticata, mischiando tutto con sensazioni antiche, vissuti freschi e vivissime impressioni stagionali, tutto sereno, com’è proprio dei ricordi privi di altre persone. Si addormentò quindi con un espressione beata, come un desco monacale, ma senza barbe, senza pazzi; come una festa popolare, ma senza popolo, senza pazzi. Sognò di essere un Re antico, un sovrano amato e temuto, all’apogeo del suo regnare su altri uomini, saggio e forte. Poi il sogno andò svuotandosi, si fece fosco, e persone scure, davanti a un rosso fuoco salutavano stando immobili, confondendosi nella luce sempre più fioca, svanendo. Nell’allontanarsi calò una tenebra informe.
Lui dormiva, il Nonpagodazio. Dormiva il sonno dei tutti.

ZzZzZzZzZz

Il firmamento si compone di stelle dai toni variegati, un quadro mistico dove a misurare il tempo sono i colori: bianco nova; il giallo alchemico da piena armonia atomica; il rosso antico; un viola mortifero… Oltre, senza età, il verde tra i mondi. E così, nei colori percepiti dall’occhio umano si misura la vita delle stelle, e quegli stessi colori adornano l’altro vuoto, il nero damascato elettrico che intervalla i sogni umani: fermo, immobile, piatto e curvo, la pausa ignara dell’esser pausa da qualcosa, e mentre esiste crede solo a se stesso, preparandosi in silenzio a un’eternità fluttuante. In breve, lanciato da dita invisibili, torna il sogno, e il quadro riprende vita, si mescola. Prima di svegliarsi Nonpagodazio, il Franco, si vide ancora mentre scriveva un racconto, una storia, forse questa, su di un tizio che scriveva, e pensava di comporre favole, quando in realtà altro non faceva che ripetere tre parole, dall’inizio alla fine. Su quelle tre parole, accortosi ch’erano tre, andò svegliandosi. Sogni e sfondi neri fuggirono di lato.
Si svegliò.

Se ne stette, il pacifico uomo, ma non poi tanto, con occhi semichiusi a fissare il soffitto, con lo sguardo dilaniato di chi ha visto enormi ragni, li ha dimenticati, e ora, nello squadrare lo spazio attorno, appena sveglio, cerca di ricordarli. S’era sincronizzato, assurdamente, ma come succede di frequente, con qualche rumore esterno, tipo un fischio, e ad ogni respiro credeva di fischiare col naso. Scherzi del…di cosa? Ci vogliono diversi attori per inscenare uno scherzo del genere; uno scherzo di tante cose. Tornato in se e sedutosi sul letto, di li a poco si alzò per vestirsi.


Un orrore muto, e il sig. F. si sentì spegnere, portare via da un vento vertiginoso verso fessure roboanti, così velocemente da non centrarsi coi sensi, da mancarsi prendendo coscienza, in un vedersi da fuori, dal tutto. Vedersi follemente sconosciuto allo specchio. E la realtà andò in frantumi come il vetro della finestra da cui si guarda il mondo, restando però impressa nei frammenti in caduta, crollando nel vuoto come le ore che viviamo, insieme a ogni certezza.
 L’uomo non era più, e ora, da distanze immemorabili, un immagine di qualcosa si rifletteva in quello specchio, e tornando alla vista attraversava tutte le paure che vengono dalle stelle, le nebbie della notte, e abissi d’ombre e luci balenanti nel buio. E certo non era un uomo.
 Nella stanza semibuia nudo davanti allo specchio si ergeva un’oscura mostruosità, un gigantesco Maiale antropomorfo, curvo e umidiccio, con aguzze orecchie carnose sparate ai lati della testa e un ripugnante naso porcino sopra la bocca spalancata, incorniciata da labbra distorte entro le quali denti grandi e acuminati ridevano insensibili tutta l’infelicità di quell’attimo.
 A quanto pare, per farla breve, ma non troppo breve, il signor Franco Nonpagodazio, stimato cittadino, moralissima persona, serissimo lavoratore, marito encomiabile, serafico credente e tante altre cose, tutte rette e, giustamente, etiche, sognò cose belle, e si risvegliò gigantesco maiale, un grasso e sudato Porco di un metro e ottanta, con peli durissimi su tutto il corpo e una codina riccioluta che ondulava morta ad ogni movimento. A incoronare il memorabile risveglio non si ha, non ce l’abbiamo proprio, haimè, quanto disse, e niente sarà riportato. In parte , forse, perché estraneo alla sua nuova bocca.
 Certo il fato, lo stesso che nei sogni lo mutò, pensò a ragione che una prima firma il nuovo sig. F la dovesse pur lasciare, e questa non tardò, che appena lo sguardo fu abbassato iniziò a defecare, non senza una certa puzza disgustosa, e tale fu la sorpresa per di dove usciva, o per l’odore estraneo, o, insomma, perché ritrovarsi di mattina a defecare in camera con sembianze suine può lasciare perplessi, tale fu quindi la sorpresa da farlo saltare, correre, persino arrampicarsi sui muri. E si ebbe un grosso porco e una casa alquanto smerdata.


Sua moglie lo trovò in bagno, seduto sulla tazza, col fumo che saliva dal basso e un occhio mezzo chiuso, e l’altro innaturalmente spalancato.
- No cara, è la cicca che non s’è spenta, non mi fumano i testicoli: ma poi sono un maiale ormai, posso dire i coglioni! Non tapparti il naso, sto solo pisciando, ma sai, mi siedo, così mi calmo, di la ho sbranato il cane, e ora sono un po’ stanco. Sai, pisciare, è un grande strazio, almeno mi segui?; se ti masturbi prima, poi, ti sembrerà di pisciar tra gli applausi. Ora mi vesto, andremo a messa. Mi vesto tutto di nero, tutto di nero! La messa, oink, è una cosa seria.





venerdì 29 novembre 2013

Il non-senso della vita

Attenzione! questo post contiene noiose spiegazioni copiate da wikipedia.


In un bosco innevato, di notte, arrivi presso una grande quercia. Ti volti: non c'è nessuno.
Sopra, solo buio e gelo. Tutt'intorno, freddo. Sul bosco, sul tuo bosco, solo neve. E un vento che prova a spegnerti.

Ha un senso la vita?
Intanto però, cosa vuol dire senso?

La parola senso in filosofia ha una lunga storia che parte dalla αίσθησις di Aristotele, a indicare la facoltà di "sentire", cioè di percepire l'azione di oggetti interni al corpo o esterni ad esso. Questa tipica definizione sensistica viene ripresa in vario modo in seguito, ma è solo nei tempi moderni, con Locke prima e poi specialmente con Kant, che la parola senso assume il significato di sentire insieme alla consapevolezza di ciò che avviene sentendo.

Insomma, significa sentire, percepire. È chiaro che la vita la sentiamo, quindi domandarselo è inutile. O forse solo sbagliato.
Nel senso che, sì, invero, ciò che comunemente si intende è se la vita ha un suo fine, uno scopo ultimo.
Ok.
Lo ha? Ha un fine ultimo, uno scopo?
Intanto, per i credenti, lo ha.
I credenti, infatti - a qualsiasi religione essi appartengano -, credono in un dopo-vita. Qualsiasi esso sia. Per farla breve dopo la vita biologica ce n'è un'altra spirituale, o un'altra biologica ancora. Dipende dal credo.
No, non è molto chiaro come ciò possa avvenire.
Comunque per loro il fine, ma chiamiamolo pure senso come nell'accezione comune, c'è.
Si sbagliano? si illudono?
Hum... non ci interessa. Ma ci interessa sapere che se anche si sbagliassero non cambierebbe poi molto, perché...
Perché, invece, l'ateo non dà alcun senso alla vita. All'ateo manca il fine ultimo.
Ma allora, direte voi, è un nichilista.
Dal wikizionario
nichilismo
  1. (filos.) dottrina che nega in modo assoluto qualunque valore della società.
  2. (psic.) condizione per la quale si è portati a negare l'esistenza di tutto.
  3. (stor.) ideologia sviluppatasi in russia intorno al 1850, che si proponeva come obiettivo la distruzione dell'ordinamento sociale e politico esistente.


In realtà vuol dire, molto più semplicemente, non credere a niente. infatti ... [...] (dal latino classico nihil e dal latino medievale nichil, "nulla"), è la dottrina filosofica che suggerisce la negazione di uno o più aspetti putativamente significativi della vita, da cui il mondo, l'esistenza umana in particolare, è privo di senso, scopo, valore etico, e la verità è incomprensibile; se inteso in forma di nichilismo esistenziale, la vita stessa è senza senso, obiettivo e valore intrinseco.


Sono degli animali. Solo che l'animale non sa di non crederci, vive la sua apparente inutilità avvertendosi come il senso egli stesso. Cosa cambia, allora, a parte la consapevolezza?
Il nichilista, c'è scritto lì - e badate che ogni ateo lo è -, non crede a niente, non riconosce alcuna verità, è alla deriva nel più totale relativismo, ossia il non avere certezze per cui tutto è relativo A, e non dà valore a nulla, neanche alla vita.
Praticamente, per spiegarmi, se si trovasse - il nichilista - all'inizio di questo mio post, in quel bosco, e trovasse, da un lato, una casetta invitante, con dentro un camino, e magari del buon cibo, bene, alla casetta, al camino caldo, al cibo, non darebbe alcun valore. Certo, li userebbe, ne trarrebbe calore, nutrimento e del buon sonno: ma non significherebbero nulla per lui. Nulla che non sia la normale prosecuzione della sua vita biologica.
Ora, sapendoci atei, o intimamente laici - poiché tutti intimamente lo siamo -, come possiamo anche solo sperare di creare una società che funzioni se è l'uomo stesso in presenza delle sue capacità mentali a non funzionare senza l'astrazione mistica?
Non solo, ma: solo col fardello di Dio l'uomo può seguire una morale?
Inoltre, per dire, sono l'unico che si chiede queste cose?
Probabilmente sono l'unico che se le chiede e poi, dopo essersele chieste, si aspetta una risposta. Uno sciocco insomma.
Ma dicevo: ha un senso, la vita, che vada oltre la sfera mistica?
Lì, abbiamo capito/deciso, non c'è trippa per gatti.
A proposito, sapete perché si dice "non c'è trippa per gatti"? Io sì. Non uso mai parole o modi di dire di cui non conosca il significato. Non avrebbe senso, no?
Comunque, nel comune di Roma, c'erano i gatti. Li lasciavano lì per i topi. E gli davano da mangiare la trippa, cioè la carne meno costosa che c'era.
Poi, con la guerra, se la mangiavano i soldati, e così non c'era più trippa per gatti.
Chiarito ciò, ribadisco: ha un senso la vita che non sia la sua sfera mistica?



Ne butto lì uno: la gratificazione.
Cose come divertirsi, o esibirsi, o vantarsi, cose così insomma, che ci gratificano. Anche una pizza.
Siamo sempre più narcisi, in effetti.
No, no mio padre no. Neanche mio nonno.
No, io non ho riferimenti patriarcali. Non ne ha più nessuno.
Se ho detto gratificazione è perché già appartengo a una società diversa, una società narcisistica. Anche il sentire, il sapere, passano in questo tipo di società attraverso il narcisismo, la vanità.
Ma saperlo ha senso? Non sappiano troppe cose che non ci servono, che per noi non hanno alcun senso?
Non ne hanno più della vita, che però trova il suo senso nella vita stessa, nell'essere, o meglio, nell'esistere. E così criticare il proprio spazio sociale, analizzarlo, trova il suo senso nella critica stessa. E la pizza, la pizza ha senso mentre la mangi. O se ti piace farla mentre la fai.
Allora forse il senso, il fine di ogni cosa, è nella cosa stessa.
Le cose, si potrebbe quasi dire, vivono a parte. Ogni cosa vive a se e si da un senso d'immanenza.
Ma così, scusate, non avrebbe senso. Mancherebbe quel qualcosa alla fine che...
No, e non lo avrà mai, è chiaro che ognuno di noi si aspetta sempre l'infinito, l'eternità, e questo perché a spingerci avanti sono l'infinito del nostro desiderare - difatti noi siamo solo se desideriamo -, e l'eterno affisso alla nostra temporalità, poiché la nostra mente temporale è propensa a pensarsi come senza-fine nel tempo che essa stessa costruisce.

Non so voi, ma a me, dopo aver scritto queste cose - che badate non sono cultura, no, sono decadenza! -, è venuta voglia di bere.
Ma come la faranno questa birra?
Ha senso chiederselo?
Per il credente: sì. Lui ha tempo per le cazzate (sebbene il sapere come si fa la birra non sia proprio una cazzata, del resto era un esempio)
Per l'ateo: no. Non ha tempo per niente che non sia vivere, se stesso, e vivere se stesso.
Giustamente.
Il credente, per assioma, è sciocco.
L'ateo invece ha capito tutto.
Però il credente è l'unico che, dando un senso alla vita, la solleva dalla sua inutilità. Almeno mentre la vive!
Allora forse, rimanendo fedeli che non c'è bene e non c'è male, e quindi non c'è lo sciocco e non c'è l'intelligente, forse il credente ha ragione.
Forse dobbiamo credere di credere in qualcosa, e darci delle ali per planare dolcemente, invece che cadere, sui ruvidi scogli dell'esistere.
Il mare del nulla ci avrà comunque, ma sarà stato più piacevole. No?

O ci avrà il bosco, colmo di neve e gelido.

(Ah comunque quella casa, col camino acceso, nel bosco, non esiste.)


Ma che senso ha, invece, il mio chiedermi, il mio seguire tracce sulla neve, il mio voler sapere se le cose, bene o male, hanno un senso?
A me sembra un po' come quando nel bosco, d'inverno, sotto la neve, la volpe esce dalla tana - la furbissima volpe -, si ferma, annusa l'aria, gira la testa, la rigira, annusa ancora. E poi decide dove andare.
E decide totalmente a caso.


A destra o a sinistra?
Di qua o di là?
Magari me ne sto qui ferma, tanto che cazzo cambia.
E pensare che mi credevo furba.