venerdì 25 aprile 2014

La via del mare



La vita dei marinai, dai vicoli stretti del porto all'ostilità del mare aperto, con un cuore mediterraneo, un mediterraneo di suoni e profumi, che s'è perso, ce la racconta De andré col suo Creuza de ma, termine che vuole significare, a esser precisi, mulattiera di mare, sebbene fosse nelle intenzioni dell'autore renderlo il più vago possibile, inafferrabile come il genovese antico di cui tutto l'album è fatto, coi suoi dittonghi e le sue riduzioni semantiche, che, come dice appunto De andré, si allunga e si accorcia a piacimento, quasi come il grido di un gabbiano.
Questa non vuole essere una recensione, attività che per altro ritengo utile solo agli sprovveduti che non hanno alcun senso critico, ma un semplice omaggio, e se vogliamo un consiglio.

Certo le fortune di un album del genere vanno ricercate in più luoghi. Da una parte, senz'altro, l'uso del genovese, con le sue cadenze ombrate, i suoi guaiti affranti, che arriva chiaro e sconosciuto alle orecchie dei più, e si ammanta di un mistero che per assonanze con l'italiano, e curiosità, si svela poco a poco. Dall'altra parte ci sono i suoni del mare di mezzo, antichi come la civiltà e vivi come le forze che si infrangono contro le sue sponde, dove ogni onda è sempre un'altra, e tutto si rincorre.

De andré dimostra, e lo dico con una certa pochezza di mezzi dato che non sono un esperto, che è un grande cantante, che la sua dote maggiore - incredibilmente - è il canto, ché dalla perfezione sembra finto, eppure pare improvvisato in un'osteria, graffiato dal sale di Genova, stregato dal vino. Poi vengono i testi, evocati dalla malinconia di chi parte per il mare, e di chi lo vede fuggire sulle onde.
Dalla vita del marinaio che sbarca sulla terra da un posto dove la luna è nuda, e la notte gli punta il coltello alla gola, e cerca per le vie del porto un po' di compagnia, ricominciando a navigare stavolta sulla barca del vino, che lo porta su questi scogli e tra le ragazze.
Scenari mediorientali dal libano, da ciò che resta dei Fenici che esplorarono il mondo antico navigando seguendo le stelle; puttane leggendarie che solo i marinai sanno sognare, con la fica piena che stilla succo dolce, e non ti lasciano più andar via; leggende saracene, la Genova che si oppose ai mori. Dove il rematore schiavo racconta al sultano che, sul fondo del mare, c'è un pesce tondo, che quando vede le ragazze brutte va sul fondo. E che sul fondo del mare c'è un pesce palla, che quando vede le belle viene a galla.
La Pittima è un raccoglitore di crediti nella repubblica genovese. Come spiega De andré nel testo, si tratta di un individuo che non ha braccia, mani o torace per fare altro mestiere, anzi è malaticcio, e per adattarsi, e su consegna di un creditore, intercetta e segue persone chiedendo ripetutamente, con cortesia, di poter riscuotere il debito, davanti alle altre genti, così che queste imbarazzate finiscono per pagare.
Ancora una celebrazione della Liguria con La domenica, tra processioni e puttane, nell'ipocrisia della cultura cattolica, e poi un addio a Genova, con le sue chiese e i suoi palazzi affacciati sul mare, come navi che stiano per spiegare le vele.
È Da a me riva, dove il pescatore che all'inizio dell'album era sbarcato a Genova dal regno del mare, se ne torna verso il tramonto nella sua barca, e come dice il proverbio "passato il monte di Portofino torno scapolo e fantino" (ragazzo). Ma salpa Genova con le sue piantine di basilico su ogni balcone e chissà quando tornerà, lasciando la sua donna, dismettendo il suo stato di disertore del mare, e lentamente vede il suo mondo sfumare lontano





DALLA MIA RIVA 

Dalla mia riva 
solo il tuo fazzoletto chiaro 
dalla mia riva 
nella mia vita 
il tuo sorriso amaro 
nella mia vita 

mi perdonerai il magone 
ma ti penso contro il sole 
e so bene stai guardando il mare 
un po' più largo del dolore 

e son qui affacciato 
a questo baule da marinaio 
e son qui a guardare 
tre camicie di velluto 
due coperte e il mandolino 
e un calamaio di legno duro 
e in una berretta nera 
la tua foto da ragazza 
per poter baciare ancora Genova 
sulla tua bocca in naftalina




Per cui, mi sembra, il testo non richiede commenti, e conclude l'album.
Dopo solo il rumore delle onde che si infrangono, come i sogni di chi lo ha navigato.

L'ascolto dell'album non è facile, specie se non si ha dimestichezza con il genovese. È però possibile trovare tracce e traduzioni in rete. Quindi buon ascolto, e buona lettura.

giovedì 24 aprile 2014

Immanenza approssimativa

Il nome Italia deriva dal vocabolo Italói, termine con il quale i greci designavano i Vituli (o Viteli), una popolazione che abitava nella punta estrema della nostra penisola, la regione a sud...





L'altra sera, finito di cenare, ho seguito il solito piano, che consiste nell'aspettare passivamente il caffè spiando la televisione.
Suona il telefono, il cellulare di mia nonna, ed è suo fratello.
Io ero ancora lì a spiare, ad aspettare il caffè, mentre loro parlavano.
Non so bene cosa si dicessero, ma viene fuori che sono andati al cassero, che c'era fresco, che quando mia nonna va su vanno tutti insieme al cassero, e che il cassero è proprio un bel posto dove andare.
Anche senza ascoltare alcunché c'erano 98 possibilità su 100 che parlassero del cassero. Anche perché, dove vivono loro, vanno tutti al cassero. Proprio come qui da me la gente se ne va al pincio.
Ora apro una parentesi per dire che il cassero è la parte alta e più fortificata di una città medievale. Nel caso del paesino in questione, avendolo visto, so che è stato adibito a giardino con fontanelle e passeggiata panoramica.
Così mentre ero lì ad aspettare il caffè mi accosto a mia nonna e le dico di chiedere a suo fratello se sa cosa vuol dire la parola cassero.
Dopotutto se vivi in un paesino dove tutti vanno al cassero, e tu stesso ci vai spesso, e vivi lì da decenni, e un buon 20% delle parole che pronunci sono "cassero", te lo sarai pur chiesto, no?
Glielo chiede, poi c'è un silenzio, e poi mi dice che lo sa, che vuol dire giardino, e vuol dire anche luogo fresco.
No, evidentemente non se lo è mai chiesto.
Eppure avrebbe dovuto, no? O forse no?
Non lo so. È indubbio che le parole abbiano un loro fascino anche laddove non se ne conosca esattamente il significato, così come è piacevole dare loro una nostra personale immanenza.
Come nel caso succitato la parola cassero è diventata giardino, e luogo fresco, perché ci sono i giardini e ci si sta freschi - è quindi diventata una semplificazione oggettiva di ciò che rappresenta.

Eppure trovo a dir poco inquietante il non chiedersi da dove vengano le parole che usiamo per definire la realtà. Ad esempio mi sono reso conto recentemente di non sapere cosa vuol dire Italia.
Esatto. In pratica vivevo in un paese la cui definizione dialettica mi era sconosciuta. Che è come non sapere dove si vive, no? Forse non è proprio così, ma ho reso l'idea.
Dopotutto si potrebbe anche dire che una parola che conosciamo da sempre ha di per sé un significato che le abbiamo dato inconsciamente, e non c'è bisogno di approfondire oltre.
O forse dovremmo?

Anche qui non saprei. So per certo, ad esempio, che il 99% dei cristiani non conosce il significato di parole come madonna, cristo, pio, o santo. E non ho detto Cistercense o ieratico. Ho detto santo! Una parola che usano in continuazione
Eppure questo non indebolisce il loro esser cristiani, anzi: tutto l'insieme di queste mancanze sembra alleviare le loro esistenze, fortificando ogni loro credo.
E forse vale lo stesso per mio zio, che andando al cassero, e non sapendo dove sta andando, ci va più sereno, e anche più volentieri.
Si potrebbe quasi dire, poeticamente, che costoro vivono nell'incoscienza, come degli avventurieri spericolati.
Naturalmente non è così.
Gaber diceva che il granoturco è felice perché è giallo e non si chiede il perché, mentre noi continuamente ci tormentiamo domandandoci il perché di questo e di quest'altro, arrivando a fingere di essere qualcosa che si è congelata per convenzione nei pensieri altrui.
Forse il non chiedersi niente è un modo per scivolare più lietamente sulla vita, o per farsela scivolare addosso.

Poi, dopo aver ottenuto quella risposta da mio zio, ho chiesto a mia nonna se sa cosa vuol dire pincio. Mi ha detto che pincio vuol dire che ci vai a passeggiare.
Certo non è proprio pratico, perché ad esempio nel pincio io c'ho sempre visto un ritrovo di mummie, e così per più persone una parola potrebbe voler dire cose diverse. Per me tomba, per lei passeggiata, per un altro zona antica, o per un altro ancora niente.
Infondo sono solo parole.




P.S. Cosa vuol dire Pincio ve lo andate a cercare.




mercoledì 23 aprile 2014

Tutti al bar

Un caffè, grazie.



Alessandro Magno morì a 33 anni dopo aver conquistato un impero che si estendeva dall'Egitto dei Faraoni al fiume Indo, costruendo un ponte tra civiltà ellenica e regioni asiatiche che, culturalmente, dura ancora oggi.
Io a momenti ne ho 30, e non c'è verso che impari a rifarmi il letto. Voglio dire, ci provo anche, ma viene sempre fuori un qualcosa di visivamente aberrante.
Per carità (che brutto modo di dire, roba cristiana), non che voglia... anzi, ricomincio la frase daccapo.
Per Lugburz, non che voglia paragonarmi a un grande Re greco, e del resto tracciare paragoni tra noi e il mondo antico sarebbe forse ridicolo. Ma certo è che non si può fare a meno di rifletterci.
Che cazzo sto combinando nella mia vita?

Infondo sarebbe facile vivere se si potesse rinascere; ma così non è. Quindi è normale... ma no, non normale, è giusto... ma no, non giusto, è ovvio che uno passi almeno qualche secondo, qualche attimo, a riflettere su cosa sta combinando.
Che poi si sa, un animale in uno zoo per quanto possa essere bello farà sempre cose che appariranno ridicole, ridimensionate dal contenitore in cui si trova. E così noi, che in una società asfissiante e nauseabonda non potremo mai combinare niente di davvero valido.
Se non forse qualcosa di grandioso, di antico.
Ma certo, come ho fatto a non pensarci. È così ovvio...
Diventare uomini-bar! La massima aspirazione dell'italiano medio.

Tutte le sere passo davanti a un paio di bar, ma è solo uno che vedo bene, perché lo sorpasso a pochi metri. È un bar qualsiasi, come ce ne sono tanti. Bancone, barista, slot machine, televisore ecc ecc.
E tutte le sere ci butto lo sguardo.
Sono, devo dire, luoghi strani. A volte non c'è nessuno. Altre invece ci sono un paio di persone di qualsiasi età, che guardano la televisione.
Certe sere poi c'è la partita, e c'è un pienone da orgia dionisiaca. Solo che non gode nessuno, stanno lì nella penombra come ombre cinesi venute male, e fissano lo schermo.
Alcuni pascolano fuori: io le chiamo vacche da pascolo. Non possono stare fermi. Ma vanno e vengono, e dopo un po' si perdono altrove.
In realtà, in questo e altri bar, non ho mai visto nessuno divertirsi. Ci stanno e basta. Alcuni anzi sembrano davvero scoglionati. Per lo più consumano, o fanno consumare.
Se passo nel pomeriggio, certuni si siedono all'aperto e guardano passare le macchine. I più arditi alzano gli occhi al cielo, e qualche temerario fischia a un passante.
Ci sono anche i temerari nei bar, e in generale tutte queste attività le potrebbero fare benissimo anche in prigione, ma forse al bar si aspettano che arrivi qualcuno. Infatti molti ci vanno per l'elemento casuale, una cosa del tipo: chi incontrerò stasera al bar?
Quelli di ieri più vecchi di un giorno.
Qui i temerari non lasciano margini di dubbio: sperano di incontrare dei figoni. Gli arditi qualcuno con cui parlare. Gli altri si accontentano della televisione.
Questi ultimi poi sono i soggetti più interessanti, perché fanno al bar quello che fanno a casa: bevono e guardano la tv. Però stanno più scomodi, e spendono il doppio.
Sì, loro cercano senz'altro qualcuno, aspettano qualcosa.
Ma non succede. In realtà se non ci pensi tu, non succede mai niente.
Questi, coloro che guardano la tv, se anche arrivasse qualcuno, magari il suddetto figone, sarebbero troppo stanchi, apatici, e probabilmente farebbero finta di non aver sentito, seguiterebbero a guardare lo schermo.
Andare al bar per far finta di niente.
Infondo, poi, ci sono i giocatori, gli ebeti del video poker.
Essi, in realtà, non so bene se siano viventi o addobbi del luogo, e in fin dei conti poco importa.
Tutto quanto detto è una serie di attimi, una sequela di passaggi, una moltitudine di sguardi nelle vetrine del bar.
No, io non ci entro. Né in quello né in altri bar. Io riesco a far finta di niente anche senza entrarci.

Detto ciò, sarebbe un'ipotesi interessante fare l'uomo-bar nella vita. A livello professionale si intende.
Ma forse mi viene meglio fare quello che passa e non entra, e che si crea tutta una serie di impressioni. Probabilmente è anche più interessante.




martedì 22 aprile 2014

Arriva l'estate

E sì, arriva.

Come ogni estate i cani ci invadono dal mare. Talvolta si spingono fin sulle autostrade, ma poi la cosa muore lì.




Sono letteralmente disperato. Perché?
Perché sta arrivando l'estate.
Ah, intanto voglio precisare una cosa: odio i cani. E anche i bambini.
Se proprio devo scegliere tra i due preferisco i bambini, ma che sappiano già andare in bagno da soli, altrimenti sono tali e quali ai cani.
Dicevo... l'estate, il caldo. Le zanzare.
L'estate è roba da ricchi. Da gente che ha una bella vita.
In casa hai il condizionatorino. In macchina pure.
Di giorno stai fresco al mare, la sera vai a ballare. E poi tutti in spiaggia a star freschi ancora un po'.
Se non fai queste cose, in quest'ordine, stai male. Specie se sopra la tua stanza c'è il tetto, e devi andare ovunque a piedi.
Insomma, sarà il solito inferno, a cui dovrà come sempre sopperire l'alcol o chi per lui.
In più ci sono i mondiali, il che vuol dire che per non sentire una telecronaca bisognerà andar per boschi: dove ci sono le zanzare. Perciò siamo sempre lì, comunque la metti è uno schifo.
Andare al mare?
Sì, può darsi. Il fatto è che questa cosa del tendere alla negritudine non mi ha mai convinto. No per carità, non ho niente contro i negri, è proprio il sole che mi sta sul cazzo. Del resto è per lui che sudo, mica per i negri, i quali per adattarsi a una clima caldo, al sole equatoriale, son diventati, appunto, neri.
Ma il nero non attira proprio il calore?
Del resto quando ti metti una maglia nera sudi come un porco.
Non so, adattarsi al caldo attirando meglio il calore. Ma non avrebbe più senso sbiancarsi?  Questa cosa non l'ho mai capita.
Proprio come non capisco chi mi dice che ora è tutto bello, perché arriva l'estate.
Che poi non so mai come rispondere in maniera composta e mi viene solo da urlare. Sono troppo emotivo. Però lo so io cosa mi aspetta, lui che ne sa, già si arrotonda il culo per andare al mare.

Mi ricordo ancora una torinese che mi chiese una sigaretta un paio d'anni fa. Era a Riccione. Aveva le tette più incredibili che avessi mai visto con sopra un costume.
Bei tempi. Che non ritorneranno. La gente si fa le foto col becco da uccello, come potrebbe mai tornare qualcosa di bello.
A parte gli scherzi: andate tutti in galera. Ma da quel che mi dicono hanno il condizionatore anche lì, per cui mi farò arrestare. Tanto non avevo di meglio da fare.



venerdì 4 aprile 2014

Depressione

Attenzione, questo post può creare disperazione.





Progressivamente ascolto sempre meno musica, la sera spesso mi chiudo nel silenzio, uno stare zitto senza rumori che alimenta le mie elucubrazioni. Come la depressione, ad esempio.
Che poi credo ce ne siano di più tipi, che nel mio modesto pensare si riducono, fondamentalmente, a due.
La depressione senza rimedio; quella rimediabile.

Mi guardo in giro, parlo con questo, con altri, e molto spesso, ma con la stessa frequenza di sempre, sento che tale è depresso, e tal'altro dice che gli sta venendo la depressione. Dicono sia la malattia del nostro tempo, o che il nostro tempo sia malato. Mah, a dire il vero penso solo che la nostra società sia in grado di creare, verso chi è interessato, una certa consapevolezza. Una realtà aumentata rispetto alla storia precedente. Una qualche forma di verità? Poi ci torno.
Così cerco di capire, misurando ciò che ascolto attraverso quello che conosco, cosa sia per questo mare nero di persone la depressione.

Alcuni, in un modo che stento a comprendere, ne fanno una questione risolvibile, un luogo di passaggio dove la mancanza, l'aver perduto - o il non aver ancora trovato - li rende oscuri.
Allora forse sbaglio, e non ho capito così bene in cosa consista. Fatto sta che la mia idea è un po' diversa.
Ad esempio succede che mi senta dire, o in qualche modo lo intuisca, che essere lasciati dalla ragazza, perdere il lavoro, non eccellere nel proprio campo o qualsiasi altro evento sciagurato possibile causi la depressione.
Ed ecco qui che non capisco. Perché se la ragazza torna, ti trovi un altro lavoro, e improvvisamente divieni eccellente, la depressione cosa fa, se ne va via?
Come dicevo per queste persone la depressione è un luogo di passaggio, a quanto pare inevitabile, che prima o poi viene e com'è venuta se ne va o è possibile che se ne vada, lasciando una esperienza che in qualche modo ci ha migliorati, o che vogliamo dimenticare, che genericamente ha scavato dei segni - cancellabili - e così via.
Un evento sfortunato, o una serie di eventi che sommati portano la depressione.
Se pesti una merda sei depresso?
E se ti muore il cane?
Forse, se la merda appena pestata era del tuo cane, la depressione sarà più lieve?
Si riassume tutto in una somma di sfighe, di peripezie esistenziali, e un atto taumaturgico, una botta di culo, la smantellano, la cacciano via. E tutto torna bello, bellissimo, ridi sempre e ogni giornata è una giornata di sole. Ami il mondo incondizionatamente: come un bambino.

Secondo me non c'è più un cazzo di serio, neanche la depressione.
Dirò poi che chi viene a dirmi che s'è rotto una gamba e deve passare l'estate in casa, e per questo è depresso, io a questo qui gli rompo anche l'altra gamba. Per vedere, e voglio proprio vederlo, cosa fa, se diventa ancora più depresso. Tanto in casa doveva starci comunque, che sia una gamba rotta, o siano due, poco cambia. Il motivo scatenante non era dover starsene in casa?
Invece no, sarà ancora più depresso, in quanto percepirà il suo male come aumentato.
Ma allora ci sono anche dei livelli depressivi?
Se uno ha due gambe rotte invece che una è più depresso di chi, magari, s'è rotto solo un dito?
Qui, mi pare, si va oltre. Non solo la sfiga, ma la sfiga percepita come maggiore acuisce la depressione.
Allora, se di sfiga percepita si tratta, la vecchietta che gioca al lotto e non vince si deprime, e magari la casalinga che brucia l'arrosto anche.
No, non ci siamo, non mi sembra serio.

A questo punto, dentro questo oceano di silenzio che è la mia stanza, dovrei forse spiegare cos'è, per me, la depressione.
Per me la depressione non è un fenomeno particolare, innanzitutto.
Non va e non viene. Non ci sono scatti depressivi. Non ti svegli una mattina e sei depresso.
Quando ce l'hai: è per sempre. Qualcosa ti fa star meglio. A volte non ci pensi.
In certi periodi che sembrano migliori riesci quasi a vederle attraverso.
Ma basta una sciocchezza, basta l'esser soli in silenzio, che subito rivedi nero.
A volerne parlare profondamente, la depressione si acquisisce un po' alla volta. All'inizio è cieca, e si infila nei piccoli problemi, c'è e non te ne accorgi e pensi che sia solo quel momento.
Certo non è piacevole, ma si pensa che tutto può essere superato.
Se effettivamente quel momento si supera, per un po' va in stand by. Ma le sue occasioni di tornare sono infinite. Più sei insensibile e incosciente, e meno te ne accorgi, tanto che spesso una persona nasce, vive e poi muore senza percepirla mai.
Beato lui.
Se arriva in tarda età, magari dopo la giovinezza, non è depressione, è un qualcosa d'altro. È solo tristezza generica. È patetica. La depressione dopo essere stati giovani è solo paura di morire. Un non sentirsi più all'altezza. Ma all'altezza di cosa?
Banalissima paura di invecchiare.
Quella vera, quella che io conosco, arriva solo da giovani, appena inizi a capire il mondo.
Molti la affrontano in modi diversi.
Con l'aiuto di qualcuno ci si distrae; attraverso il non pensarci ci si convive abbastanza bene.
Applicata invece a un processo solitario, di conoscenza critica della realtà, si compie.
La depressione infatti altro non è che un fiore nero che ha radici in ogni essere umano: il suo sbocciare velenoso si chiama oggettività; e i suoi tetri petali si affacciano sul mondo mostrandotelo per quello che davvero è. E così, nell'oggettivo, tutto perde di senso, finché non si crede più a nulla, neanche alla realtà stessa. Se aiutata dalla cultura e dallo studio, diviene una fortezza tenebrosa, e cresce in potenza.
Perché con la coscienza si espande anch'essa.
Bisogna dire poi che la realtà non ci aiuta, del resto come potrebbe.
A quel punto, ponendo che tu abbia una ragazza e questa ti lascia, e non hai un lavoro, e in niente eccelli se non nell'elucubrare, non cambia proprio niente.
Hai già capito che tutto, tutto è falso.
Ma non solo: che il nemico, il nemico dell'uomo, non è la menzogna, ma è il vero.
Il vero uccide l'uomo, lo deprime, lo annega in un pozzo scuro.
Perché il vero è insostenibile è vedere ciò che siamo, ciò che realmente è: vedere il vero, ci uccide.
Lodati siano i bugiardi, che tutta la storia umana si basa sulla menzogna. Che è l'unico modo di vivere.
Allora conoscere la verità sulla nostra vita, su cosa essa davvero sia, percepire questa incomunicabilità tra gli esseri, questa utopia che chiamiamo società, la continua finzione del costume per mascherare l'enorme vuoto che lentamente ci divora fino a esaurirci, il tutto dentro un algoritmo randomizzato senza scopi né senso alcuno se non quello di perpetuare se stessi alla ricerca di qualcosa che non c'è, non ci fa bene.
Dicono che la storia inizia con la scrittura. No, inizia col regno della menzogna.
Sì, il nostro grande nemico è il vero, vestito di nero, col suo scettro terribile. Lo dimostra il fatto che tutti fuggono la verità, questo fenomeno incomprensibile e spaventoso.

Poi sì, delle consolazioni ci sono. La specie, come tutto, ormai ci sembra inadeguata. Ombre paradossali. Il bello può ancora salvarci.
Tutti i più grandi uomini della storia forse sono stati depressi. In effetti vedere le cose oggettivamente può dare dei vantaggi.
Lo hanno già scritto, sia chiaro, ma l'unica salvezza è il bello.
Che il depresso, ovviamente, può ancora apprezzare. Il bello diventa un momentaneo ritorno alla soggettività, a una interpretazione della realtà che non ha più al centro il vero. All'apprezzare le cose.

Secondo me l'intelligenza è un concetto molto vago. Siamo grossomodo tutti in grado di elevarci allo studio. Ma uno studioso ha il dovere di essere depresso. Altrimenti cosa ha studiato?

Meno male poi che ci sono le donne. Eggiàh. Che ci amano, le donne, e come loro amano quello che vedono in noi così noi le desideriamo per ciò che sono, e desideriamo che si sottomettano, e ogni volta che lo fanno le amiamo, ma no, non è amore, è desiderio, e nel sottomettersi loro sperano d'essere amate, e via così, finché non le desideriamo più, e anche il loro sottomettersi non ci soddisfa, così che scopriamo di non averle mai amate, semmai ci fossimo illusi, e che il nostro desiderio fugge altrove, e sempre, sempre desideriamo.
Che bella cosa l'amore.

Quindi no, non c'è salvezza. Per quanto sia possibile si continua a vivere. Così, per vedere come va a finire, e cogliere ogni tanto un momento di sempre più rara bellezza.
Il nichilismo naturalmente deborda. Io ormai faccio fatica a credere anche al tempo.
Che so non esistere.
E se qualcuno mi chiede che ore sono è forte la tentazione di dirglielo.
Guarda che il tempo non esiste!
Ma sfocerebbe in pazzia; perché distruggere le regole sociali è da pazzi.
Eppure in testa quel pensiero c'è, quindi è solo una pazzia nascosta?
Forse siamo solo un insieme di pazzie nascoste, che ogni tanto emergono, brevemente, e poi tornano ad ardere sotto le nostre ceneri esteriori.

E gli altri?
Gli altri dicono che ottenuto quello che volevano stanno meglio, che non sono più depressi.
No, gli altri stanno male, stanno più male di me, perché non solo sono e saranno sempre depressi o depressi inconsapevoli, ma ignorano persino per cosa stanno soffrendo, ed è il mistero incarnato nella fede in qualcuno o qualcosa che li distrae dal rendersene conto; e tutto ciò che non sanno impedisce all'oggettività di unirsi nei loro occhi. E non sono niente, incompiuti non solo nella loro miseria di essere umani - che è quella di tutti -, ma anche nel loro soffrire.

Depressi inconsapevoli.

E perché, poi, si chiama depressione: dovrebbe chiamarsi "aver capito"
Guarda quello lì, quello lì ha capito. Poveraccio.
La depressione non è una malattia, la malattia è nascere, e l'esser depressi è una semplice diagnosi.
Il nostro grande nemico, il Vero.