sabato 3 febbraio 2018

Luci nella memoria




Frammenti dal Diario del paziente 1633, iniziato in data 30 ottobre 2017

Il genere umano è finito, spazzato via.
Una strana cometa, come quella di tante tradizioni magiche, era uscita dall'eterna notte che separa le galassie chissà quanti miliardi di anni prima, e aveva percorso spazi interminabili di vuoto fra i bagliori del cosmo fino alla periferia della Terra.
Lì la sua luce spettrale, irradiata da un nucleo di mistero, aveva spento gli umani. In pochi istanti erano tutti morti, dissolti nel nulla come sogni al risveglio. In tutto il pianeta.
Questo la cometa mi ha detto. [...]

[...] Io... io non ero morto affatto. Non sono morto. E neanche la mia amica. Oddio, non è neanche un'amica, stavamo solo comprando una pizza; devo averle chiesto qualcosa, o lei a me, ci siamo guardati: poi il resto dell'umanità non c'era più.
È davvero successo? sembra proprio di sì. La meteora uscita dal buio di strane regioni ha risparmiato solo noi due, dandoci allo stesso tempo la consapevolezza immediata di quanto accaduto. Fuori una macchina senza più conducente andava a sbattere contro un muro.
Mangiando la pizza in silenzio pensavamo a cosa fare.
- Quindi è proprio finita? - Dissi io.
Lei non rispose niente, continuava a mangiare la pizza. Poi senza parlare fece con le dita il gesto di camminare e uscì dal locale. Sapeva già tutto. [...]

[...] Finii la pizza e attesi che lei finisse la sua. Ma non disse niente, così parlai ancora io. Non ricordo esattamente i nostri dialoghi, c'è come una nebbia... Ma era qualcosa del genere:

- Sembra che sia successo davvero, sono tutti morti. Questo vuol dire che posso prendere un'altra pizza anche se non ho soldi. Ma probabilmente vuol dire anche che sarà l'ultima pizza calda che mangerò in vita mia. O forse l'ultima pizza in assoluto. Non so se mi segui.

Lei ora guardava in basso. Sorrideva. E poi disse le sue prime parole: - Voglio una birra.
Queste le ricordo perfettamente. Almeno così mi pare.
Per le due ore successive girammo la città. Prendevamo tutto quello che volevamo, lei si cambiò d'abito quattro o cinque volte mentre bevevo un whisky da novanta euro seduto sul tettuccio di un'auto di lusso. Ma entrambi probabilmente pensavamo la stessa cosa, e cioè che se eravamo rimasti soli avremmo dovuto restare sempre insieme. E saremmo stati gli ultimi. Lei ragionava su cosa fare e dove andare, io su altre cose più astratte, come l'avanzare delle bestie selvatiche nelle città che sarebbe certo avvenuto, o se la cometa non avesse per noi uno scopo preciso. Così la presi e la portai vicino a me dicendole qualcosa.

- A te la cometa ha detto altro?
- Cosa intendi - rispose, facendosi seria.
- Tornerà? a me ha detto solo di proteggerti, nient'altro.
- Forse tornerà. Non dobbiamo fare altro che aspettarla.
Non sapevo cosa dire. Decisi di chiederle cose che non mi interessavano davvero, ma certamente sentendo le sue risposte avrei capito qualcosa.
- Non ti dispiace per le persone che hai perduto?
- Non avevo nessuno. E tu?
- Io - le dissi - sono un po' dispiaciuto. Ma sono anche contento di essere vivo, e qui, e con te, e forse neanch'io avevo nessuno.
Non ricordo le parole precise, ma sicuramente erano queste. [...]

[...] Poi iniziò a piovere e in quel momento capimmo che sarebbe stata una lunga notte. Dormimmo insieme e l'alba ci trovò ancora svegli. Pioveva ancora e faceva freddo. Ci alzammo dalle decine di coperte stese per terra in un  negozio per tornare a prendere la pizza. Qualche casa andava a fuoco, e qua e là si aggiravano gruppetti di cani inquieti. Un numero insolitamente grande di uccelli solcava i cieli, affollandone le rotte, i fili e tutti i davanzali visibili.
La pizza era fredda come quelle strade, ma il cibo non mancava.

- Cosa faremo? intendo oggi e per i prossimi giorni e mesi - le chiesi.
Lei era sempre sicura di tutto, sembrava l'organizzatrice di questa apocalisse impossibile. Mi disse che avremo girato, cercato il cibo che preferiamo, bevuto, cantato e dormito ancora insieme, che del resto non c'era nessun altro con cui dormire o parlare, e che quindi dopo un po' avremmo smesso di dormire insieme e di parlare, fino ad allontanarci, perdendoci di vista, e così sarebbe finita la specie umana. Chiarì subito che non voleva un figlio. Questa cosa mi dispiacque, ma neanche io ne volevo.
Aveva ragione su tutto, su ogni singola cosa. [...]

[...] Un giorno provai a capire se sapeva qualcosa della cometa.
- D'accordo, dici bene - le dissi - ma perché siamo rimasti proprio noi due? e cos'era quella cometa che ci ha comunicato di aver fatto sparire tutti gli altri?
- Non c'è un motivo, e poi hai davvero bisogno di spiegazioni?
Aveva ancora ragione. Non ricordo esattamente le parole ma grossomodo erano quelle. Mi arresi e non pensai più. Tutto quello che volevo era andare in giro con lei per le vie vuote del mondo. Girammo tutto il giorno in cerca di caramelle alla ciliegia per lei. Mentre io volevo cuocere della pancetta. Verso sera dappertutto andò via la corrente e ci rifugiammo in una villetta vicino al mare. Parlammo per ore, di tutto, mentre fuori il rumore delle onde spingeva le nostre parole verso l'oceano dell'eternità.
Forse ci amavamo. Di sicuro non ci sentivamo soli.
Quella notte non sentii neppure per un attimo la mancanza del resto dell'umanità. Ed ero grato a quell'oscuro Dio-Cometa di averla fatta sparire, di aver fatto scomparire tutti tranne lei.
Fuori dal buio profumato dove ci trovavamo il vento urlava per entrare. Ma restò fuori ad agitarsi, mentre si intrufolò la consapevolezza che, se tutto era finito, il motivo per esistere c'era ancora ed era lì, tra le mie braccia.
Volevo svegliarla per dirle che anche se c'eravamo solo noi due in tutto il mondo non ci saremmo mai stufati di parlare e stare insieme, e pensando a questa cosa mi addormentai guardandola.
Mi svegliai a mattino inoltrato ed ero solo. [...]

[...] Quanto tempo è passato? non conto più i giorni, e giorni e mesi sono ormai concetti inapplicabili. Persino le ore non significano più niente. Tutto il tempo da quando sono rimasto solo fino al momento della mia morte ha il nome di Solitudine. Quando sarò morto tutto questo finirà.
Lei è esistita! io la ricordo. È esistita per forza. Quanto vorrei rivederla. Il cibo scarseggia e devo spostarmi sempre più lontano. Spero di andare dov'è andata lei. [...]

[...] Trovato molte scorte. Strana malattia mi consuma. Scrivo solo nel caso che lei... non le ho mai chiesto il nome... trovi e legga. Lei che si trova da qualche parte. Non ricordo cosa ci siamo detti o se mi ha rivelato il suo nome, ma esiste. O esisteva e non esiste più, come tutti quanti.
Esisti?

Tutte le bestie rimaste sono ostili. Spesso devo difendermi da cani affamati. [...]

[...] Il tempo è un uragano che strappa via tutto. I brevi ripari che troviamo sono abbracci rubati al vento. Non ho un posto dove andare. [...]

[...] ...ho la febbre. Non so cosa mi prende. C'era qualcosa che cercavo di ritrovare... ma la mia mente è così stanca... Penso che mi sdraierò sotto questo tiepido sole primaverile pensando a dolci cose.
Forse sto sparendo anche io. Ma se lei mi stesse ancora cercando... lei... chi era lei?
Ora che ho dimenticato sto meglio.



Profilo medico

Il dottore che si è occupato di comprendere la patologia del paziente di cui abbiamo letto estratti del diario, ha cercato innanzitutto di capire il perché di questa fuga dalla realtà per rifugiarsi in un mondo disabitato. O meglio, abitato solo dai suoi desideri. Cibo e bevande gratuite, solitudine e quella che potrebbe essere una figura femminile ideale o pseudo tale. E il modo confuso in cui ha provato a ordinare i suoi pensieri negli ultimi tre mesi, scrivendoli.
A questo totale abbandono della ragione si aggiunge l'insolita perdita della ragazza, avvenuta dopo pochi giorni dall'inizio del delirio e che tanto spazio ha nei suoi scritti caotici. Il paziente crede di rimanere solo persino nella sua follia, e in questa solitudine mentale autoinflitta arriva a maturare l'idea del suicidio.
Idea mai raggiunta. Il paziente è morto nel sonno davanti alla finestra. Apparentemente per sospensione della respirazione.
Come se qualcosa nella sua psiche lo avesse lentamente soffocato.
Sulla base delle visite effettuate e sull'analisi dei suoi scritti ritengo si possa archiviare il caso come una grave forma di alienazione dalla realtà riuscita solo in parte.
Incapace ormai di gestire i propri sogni, il paziente 10600 è volato con la mente in un mondo ideale, dove con una artificiosa invenzione romantica ha potuto abbandonarsi alla morte.
Se l'intento iniziale fosse quello di rifugiarsi in un'utopia, o di morire, non mi è chiaro.

Il medico curante Dottor ********