giovedì 30 novembre 2017

Le puttane




Troia. Zoccola. Puttana. Sgualdrina. Bagascia. Mignotta! eccetera eccetera. Ci sono tanti altri modi per dirlo, senza contare le infinite diciture dialettali. Ma la puttana - per ora le darò quest'unico nome - cos'è?
Il dizionario dice "donna di facili costumi", e ancora "donna che concede prestazioni sessuali a pagamento". Non solo, esiste anche il Figlio di puttana, che indica persona disonesta, corrotta, capace di ogni atto.
Ignorando quest'ultima annotazione, la Puttana è dunque una donna di facili costumi, o una donna di facili costumi che dà il suo corpo a pagamento. Insomma, non è proprio la stessa cosa. Puttana è senz'altro un termine negativo, un'offesa, la donna di "facili costumi", cioè la ragazza che si concede, perché offenderla? Le si dovrebbe anzi dare il merito che le spetta.
Facciamo un po' di ordine. Se una donna va con uomini a pagamento è una puttana. Se va con molti uomini è una puttana. Se tradisce il suo uomo con un altro è un puttana. Se, infine, non fa neanche sesso, però si rende antipatica, è una puttana lo stesso.
Termine usato a sproposito come nessun'altro, il significato della puttana va perdendosi via via che lo si usa, divenendo sterile e privo di concetto. Da qui l'uso interpretativo e del tutto arbitrario che se ne fa.
Sapete, io me ne sto qui a blaterare idiozie sulle puttane non perché mi interessisul serio. Oddio, a onor del vero, non ho mai approvato l'uso massiccio che si fa di quella parola, fosse per me lo limiterei alle donne che si fanno pagare, e possibilmente dandogli un'accezione positiva o quasi, ma tutto sommato... ne posso anche fare a meno.
Solo che non lavoro, ho già fatto attività fisica, non ho fame e ho letto tutta la notte. A dicembre, in casa che altro si può fare? Sì, tante cose per carità, ma io per lo più scrivo.
Torniamo a 'ste bagasce allora. Quelle vere intendo, cioè le uniche che esistono. Andarci è generalmente considerato sconveniente.
Sì qualche ragazzo lo dice apertamente, ma i più negano. E si nega, questa cosa, vieppiù crescendo e con noi le nostre responsabilità. Un capo famiglia non lo ammetterebbe mai, neanche con gli amici.
Non si fa, non sta bene, non ci si deve andare. Trovati una ragazza, non tradire tua moglie.
Ma sì per carità, è tutto giusto. Io poi non ci vado. Intendiamoci, se ci andassi lo direi senza problemi. È successo tanti anni fa, ma è storia passata. Non c'è un motivo particolare, semplicemente lo trovo squallido. Ma, attenzione, lo trovo squallido su di me, verso di me. Per chi ci va, per quelli che si servono del sesso a pagamento, sia questo rubato al ciglio di una strada o sapientemente organizzato in un appartamento, ho la massima comprensione. E non è una comprensione formale, d'aspetto: è vera.
Perché tenersi la voglia quando, se tutto va bene, incontreremo una ragazza giusta per noi fra sei mesi o sei anni? Soddisfare un bisogno del genere è cosa normalissima, eppure molti se ne vergognano. Temono d'essere giudicati, derisi. Cent'anni fa deridevano chi non andava nei Casini. Non eri Uomo finché non frequentavi regolarmente una casa d'appuntamenti. Prima e dopo il matrimonio. Veniva persino sopportato dalle mogli, le quali tra l'altro arrivavano al matrimonio vergini, ignare dei sommovimenti umidi che vivono al di sotto delle lenzuola, ritrovandosi appiccicate a dei mariti carichi di depravazioni allenate nei bordelli. Inorridite da cose che credevano impossibili, reagivano - immagino - con tutto il loro pudore. E non mi stupirei se in poco arrivassero a disprezzare il loro sposo.
Ma sì, era una cosa normalissima. La moglie, nella concezione patriarcale deceduta qualche anno fa, è un'incubatrice per i figli, un essere da preservare nel silenzio. Non ci puoi fare tutto quello che vuoi. A volte non ti va neanche di farci niente. I Casini avevano un ruolo sociale: regolavano la sessualità.
Mi direte che oggi non c'è più quell'esigenza, che il sesso è libero, e che chiunque riesce a rubare un po' d'amore. Basta uscire di casa.
Ciò è vero solo in parte. Oltre a chi per problemi suoi non riesce a trovare consolazione in una donna, c'è tutto un altro esercito di maschi logorati ai quali l'età ha riservato la più nera delle amarezze, l'essere non più riconosciuti come tali. Parlo degli anziani.
Ignoro totalmente i bisogni di una donna anziana, magari avrò modo di scoprirli in seguito, ma un anziano, un vecchio, è ancora uomo, prova desiderio, e con gli accorgimenti del caso può svolgere un'attività sessuale completa. Ma con chi? indebolito dagli anni volati via, ha bisogno di stimoli intensi per ritrovare l'ardore necessario, per far secernere alle sue ghiandole la passione di cui necessita.
Simulacro diroccato della femminilità, una vecchia non potrebbe mai riuscire nell'impresa.
Si pone dunque la necessità di riavvicinarsi a donne più giovani: è forse ciò possibile per un vecchio?
Signori miei, diciamocelo, l'unica via di uscita da questa situazione sono le puttane, o il naufragare definitivamente fra i tavolini di un bar, annegando le proprie pulsioni nel vino.
Quanti anziani ci sono in un paese occidentale? diciamo un terzo della popolazione? metà sono maschi, quindi un sesto. Abbiamo quindi solo da noi dieci milioni di maschi in avanti con l'età, e se una metà di loro si è già arresa alle proprie prigioni quotidiane, imputridendo a tempo pieno su qualche divano, l'altra metà intende soddisfarsi.
Avete mai pensato a vostro nonno arrapato? forse è ora che ci facciate un pensierino.
Via, la chiudo qui. Mi sono distratto e un'oretta è passata. Io non cucino più, ero un discreto cuoco ma di recente ho deciso che non lo farò più. Perché? non lo so non  mi va non mi frega più un cazzo.
Fuori piove e non posso uscire (non ho la macchina).
Un giorno mi piacerebbe parlare del fatto che in Italia, se non hai una tua automobile, o strappi un passaggio o te ne puoi stare tranquillmente in casa a guardarti le mani.
Va be, un'altra volta magari.

Un'aggiunta.
Non sono in grado di mettermi nei panni di una prostituta. Molte sono costrette a farlo, molte altre hanno fatto una scelta. Come vivono queste donne? vivono, io penso, male, come tutte le altre, e certe di loro forse anche peggio.
Pochi anni fa feci una cena con vecchi compagni di lavoro. Dopo aver bevuto un po' andammo in un'unica auto a cercare qualche signorina sulla strada, come fanno molti maschi, per parlarci un po'.
C'erano delle nere, stavano tutte in un muchio. Alcune più intraprendenti, altre nascoste. Naturalmente ci hanno chiesto cosa volessimo, il prezzo, le prestazioni offerte (il loro linguaggio mi sbigottisce e mi fa ridere allo stesso tempo), e la più ardita è entrata (io ero davanti) e mi si è seduta sopra e si muoveva tutta. Si è strusciata così tanto che temevo mi chiedesse dei soldi.
Tra di loro c'era una ragazza pallidissima, così pallida da non sembrare neanche nera. Non ricordo bene come fosse fatta, ma piangeva senza dire una parola. Dato che la osservavo una sua compagna l'ha spinta verso l'auto, dove, con frasi che non ho compreso, a voce bassissima, mi ha detto qualcosa.
Spesso mi inganno sulle persone, ma lei certo non voleva trovarsi lì, stava visibilmente male, nel fisico e nella mente. Avrei voluto portarla via, magari da qualche prete (dove poteva pure andarle peggio), ma che volete, non me la sono sentita, non potevo. Nessun'altro dei ragazzi con me quella sera l'ha notata, o comunque non ne hanno parlato. Spesso davanti all'orrore della sofferenza umana non abbiamo parole spendibili né gesti attuabili, possiamo solo girarci dall'altra parte.
Difficile farsi un'idea omogenea delle puttane. Lei era triste, ma ce ne sono anche di allegre. Insomma, forse dovrei proprio conoscerne una o più d'una. Ma solo per capirle meglio eh, figuriamoci se mi metto a scopare.

~Scritto e non riletto~


martedì 28 novembre 2017

Pensierini scolastici nell'ora di punizione





Chiedetemi tutto ma non di ragionare.

Cit. anonima.


L'anno finisce. È stato un ottimo anno. È stato un anno pessimo. Bene e male vi si confondono in dosi assurdamente perfette. I pensieri più amari li si trasforma in aforismi per lasciarli scritti da qualche parte, sbarazzandosene per un po'.

Il collezionista

I collezionisti mettono il loro cuore in una busta di plastica come gli oggetti che accumulano per non amarli. L'unica realizzazione raggiungibile per loro è quella di un possesso disincantato, nel dimenticare cosa si possiede.

Polemos

Non si può essere innamorati e allo stesso tempo polemizzare col mondo. La polemica, guerra di concetti, si addice solo ai feriti e agli insoddisfatti. Non è nell'acriticità dell'amore la sua collocazione, ma nel subito dopo.

Da solo

Cioran scrive che il dovere di un uomo solo è di essere ancora più solo. Non capivo questa affermazione. Poi sono caduto all'improvviso in una grande solitudine. Così ho detto a me stesso: "se avessi saputo essere più solo, ora non patiresti questa mancanza". E li ho compreso cosa Cioran volesse dire. E che non sono d'accordo.

Il desiderio

La civiltà moderna, avendo abolito insieme alla religione l'affettività tra le persone, trova il suo unico compimento nell'azione di due forze: l'autoappagamento e l'egoismo. In un bosco così scuro, solo il fiore più raro è rimasto immune da questo mutamento, la sua luce può uccidere di bellezza un uomo.


Sincerità

Sesso strampalato, seguace dell'utopia, il maschio ha la capacità di illudersi fino allo sfinimento, per periodi di tempo spaventosamente lunghi. Anche fagocitato dalla realtà, masticato fino all'osso, mantiene pur sempre una certa aria sognante.
Per le donne è diverso. Appena aprono gli occhi, persino nei loro sogni si cela una ragnatela metallica di pragmatismo. Inutile confrontarci abilmente con loro, ne usciremo sempre doloranti e irrimiediabilmente intrappolati.
Dev'esserci senz'altro un'altra soluzione, e difatti c'è: improvvisarsi autentici.

La tomba

Mi sembra di essere in un mausoleo dove tutto grida il suo nome.


Autunni

Inividiosi delle foglie, certe mattine vorremmo anche noi essere presi in consegna dal vento per lasciarci trasportare in un altro angolo di mondo. A emularne le marcescenze.

Un bacio

Potrei morire in cambio di un suo bacio, eppure mi arrabbio se trovo un capello nel lavandino. In noi convivono un Dio e un satrapo.

Il suicidio

La fissazione per il suicidio è propria di colui che non può vivere né morire. Così dice Cioran.
Ha definito chi pensa ossessivamente al suicidio incapace di uccidersi. Chi ne è ossessionato vi pensa troppo per farlo. Per riuscire in quel gesto estremo occorre una volontà quasi istintiva, la sconsideratezza di non avervi mai pensato.
Ragionato, vissuto mentalmente centinaia di volte, si disinnesca, non può più esplodere illuminandoci di morte.
Avremo così ucciso il suicidio, superandolo, sostituendolo con elaborate rappresentazioni teatrali nella nostra mente, ridicole quanto affascinanti, per abbracciare un'altra vita, dove in tutta onestà, e in un certo senso, potremo dire di aver già sperimentato la morte, senza averle però teso la mano.

L'anno nuovo

Voglio che novembre finisca. Che finisca quest'anno. Non voglio che finisca perché aspetto quello nuovo. Desidero solo che abbia fine e non ci sia più niente oltre questo.
Del resto...sì, qualcosa ci sarà senz'altro. C'è sempre qualcosa. Magari una cosa interessante, che potrebbe piacermi... ora non posso pensarci.
Mi piace saperlo invalicabile quest'anno, l'ultimo. Sull'orlo della sua mezzanotte io e gli altri ci affacceremo sul bordo del tempo a guardare il vuoto della fine, e senza dolore vi annegheremo dentro, per sempre naufraghi di un mare fermo.


La bestia

Ho sempre ritenuto normale interessarmi solo a me stesso, dando poco o niente agli altri. Probabilmente sono solo uno stronzo, eppure un motivo dietro questo comportamento deve esserci.
Scusa forbita per le nostre mancanze, la psicologia ci viene incontro trasformando le nostre miserie per elevarle a simboli.
Allora, alla luce di questa rivelazione dimenticata, l'abbandono di mia madre quand'ero piccolo potrebbe avermi spinto ad aspettarmi la stessa cosa da...tutti. E quindi a non fidarmi di nessuno. Del resto sono solo supposizioni, mentre io rimango indubbiamente uno stronzo. Ma uno stronzo consapevole, che è un po' come esserlo due volte.

Motivazioni

Mi hanno sempre stupito le persone che riescono a motivarsi per loro stesse. Che trovano in loro e per loro significato e stimolo. A me è possibile trovare energie solo altrove. In un'idea, in un'altra persona. Mi stimo, eppure per me non farei nulla. Debolezza? forse. E il desiderio di servire qualcosa di più grande, di accostarsi a quel lucido frammento di infinito in cui specchiarsi eterni.

La vedova

Aspettava suo marito tutti i giorni sulla staccionata alle sei. Un giorno il marito non tornò.
Era con una vedova.

Inganni della mente

Vorrei tornare con la mente a quando il mondo era un gioco dalla smisurata durata.
Vorrei tornarci dentro e ritrovare la voglia di giocare col mondo.
Poi vorrei prendere tutte le cose ritrovate farne un bel pacchetto e gettarle via, rinunciare a tutto per quell'unica cosa che non posso avere. E perdere tutto, anche quella cosa.
E ripensandoci tornare indietro con la mente a quando il mondo era un gioco.

Il morto

Ho veduto solo una volta una persona cara agonizzare e morire, era mio zio e io avevo dodici anni.
Costretto a letto ma lucido, con l'immancabile sigaretta e il suo aperitivo, mi mise persino allegria. Poco dopo, sicuro che non ci fosse nulla per cui abbattersi, chiesi scherzosamente a mia nonna quanto gli restasse da vivere. Pochi mesi se va bene, mi disse.
Vi rimasi di stucco, ma in nessun modo volli far vedere il mio dispiacere.
Poi, quando mi condussero a salutarlo, non seppi dire nulla, neanche una parola, la bocca stretta e gli occhi gonfi di lacrime. Com'è possibile, pensavo, che quest'uomo che non è mutato in nulla da quello che conoscevo stia per morire? E ora, qui davanti a me, come può riderne? Sì, lui certo non sa nulla.
Così mi costrinsi a non cedere al dolore. Poco dopo in bagno piansi come deve aver fatto il primo uomo davanti alla morte.
Quando è mancato io non c'ero. L'ho rivisto nella sua tomba, su quella foto schiaffeggiata dalla luce delle candele. Tra quei fiori vecchi, in quell'aria satura di sfinimento, pensavo al tempo che occorre ai vivi per dimenticare i morti. E all'altro tempo, quello dei morti, che non è più, ma che mi sembrava di percepire osservandone il silenzio. Ero per un attimo entrato in quell'interruzione degli istanti che è tutt'uno col cimitero.
Una voce famigliare mi rubò a quel nulla pietrificato.

Le lacrime

Ogni lacrima che versiamo, unica fra le altre, è perduta per sempre. Il loro numero è chiuso e il lago del pianto soggetto ad esaurirsi. Piante tutte quelle che avevamo resteremo a occhi asciutti vedersi svolgere l'irreparabile; il lamento del cuore a scandire l'inferno.

Fisica della disperazione

Nei momenti di disperazione non riusciamo a stare fermi, ci dimeniamo da un lato del letto all'altro, attraverso le stanze su tutti i marciapiedi percorribili. Ma non siamo interamente noi a volerci spostare. È la nostra mente, o meglio, ciò che la assilla.
Più ci agitiamo da una parte all'altra e più speriamo di lasciare quella cosa da un'altra parte. Di dimenticarla in giro.
Da contenti siamo delle sfingi idiote. Persi in un enigma che ha in sé la sua soluzione, sfioriamo l'immobilità di un budda. Salvo di tanto in tanto esibirci in una sciocca danza, in un'esplosività ridente.
Ridere da sciocchi, invero, ma mai quanto il dimensarsi del disperato.

Non ti amo

La forza più potente dell'universo non è l'amore, bensì l'amore non corrisposto. Se l'amore abbatte i muri, quello non corrisposto li disintegra fin nelle fondamenta. Sovrumana energia negativa, potrebbe illuminare le nostre città solo scaturendo da pochi individui.
Peccato che la sua forza non sia in grado di alimentare niente all'infuori della nostra delusione. Elettrizzandola di giorno in giorno.

Il mostro

Quando l'amore diventa un mostro dobbiamo ucciderlo. Atto sempre crudele verso noi stessi, perché a dover morire è una nostra parte, e la sua morte lenta, un'agonia protratta nel tempo. Muore soffocando il nostro amore, e a farlo impiega un tempo che così come viene percepito si dimostra inquantificabile, smisuratamente immenso. Durante ciò, appare del tutto normale la nostra mancanza di fiato.

Un russo

Dostoevskij diceva che per un grande dolore anche uno sciocco può diventare intelligente. È senz'altro vero, ma ha dimenticato la parte più importante, ossia che per un grande dolore anche una persona intelligente può diventare sciocca. E talvolta deve.

Se potessi

Se potessimo avere tutto ciò che vogliamo, non vorremmo più niente. Non potendo ottenere quella sola cosa che ci interessa, desideriamo essa soltanto. Se poi, per assurdo, potessimo avere o tutto o quell'unica cosa, quale sarebbe la scelta migliore?
Si potrebbe esprimere il desiderio, compreso nel pacchetto del tutto, di non desiderare più quella cosa, e godersi il resto. Tuttavia, davanti al fantomatico Genio, prima di formulare questa richiesta, sarebbe prima necessario esprimere un altro desiderio: avere il coraggio di rinunciare a quella cosa.
A questo punto anche la divinità più comprensiva finirà per abbandonarci. Sfinita da tanta indecisione se ne andrà senza voltarsi. Lasciandoci senza quel tutto-universale che a malapena poteva distrarci dalla cosa agognata e senza possibilità di dimenticarla.

Il mostro II

Mi hanno detto che uso le persone. Non è la prima volta, non sarà neanche l'ultima. Io non ho l'impressione che sia vero. E non sarà l'ultima volta che ho questa impressione.
Però ho sempre pensato che le persone, anche nella forma più alta dei loro rapporti, si usino meravigliosamente a vicenda.
Per essere completi dobbiamo usarci, e usarsi significa completarsi, e completare. Per sempre o finché non si desiderano altre completezze.

Proverbio

Chi non sa stare con se stesso non saprà stare neanche con gli altri. Così posto, questo pensiero parrebbe un'assioma sempre valido. Eppure vi è una moltitudine di individui che senza potersi neanche sopportare bazzica allegramente le compagnie più disparate, a loro agio come ippopotami in un pantano.
Andrebbe forse modificato il suddetto proverbio, o quantomeno adattato: Chi non sa stare con se stesso è condannato a stare sempre con gli altri. Trovo che così sia molto più efficace, nonché spietato.

Pensierini scolastici nell'ora di punizione

Delle elementari ho ricordi sbiaditi come un sogno al mattino, ma le cose sono due: o la mia maestra mi odiava, o ero già un mostro. Fatto sta che ogni dannato giorno, durante la ricreazione, mi beccavo cinque minuti di punizione. Non ricordo quali fossero le mie condotte, probabilmente già non piacevo agli altri, o ero inadatto a seguire le regole. Ma la punizione arrivava sempre.
Consisteva nello scrivere pensierini su un quadernino, il Quadernino dei Pensierini, appunto. Potevano essere cinque o dieci minuti di punizione, e sovente ne prendevo di quest'ultimo tipo.
In quel lasso di tempo dovevo scrivere qualsiasi cosa mi venisse in mente, ed è proprio quanto facevo. Funzionava così: Pensierini:

La casa in inverno è fredda, in estate è calda. La temperatura della casa varia in base alla stagione.

Oppure:

Mia madre cucina la pasta a pranzo e la carne alla sera. Cenando vediamo la televisione.

E così via, per minuti, ore, per intere stagioni. Tutto quello che mi veniva in mente lo scrivevo sui quei quaderni, a fine anno ne avevo più di venti!
Ero indiscutibilmente il campione dei pensierini.
In una rara ricreazione senza punizioni giocavamo alla conta noi ragazzi e le ragazze. Si contava, si sceglieva una persona e poi bisognava indovinare in quale mano tenesse una perlina. Toccava a me fare la conta e mi fermai proprio su una ragazzetta di cui a malapena ricordo il volto, un po' antipatica con un unico grande sopracciglio che andava da orbita a orbita. Seduto, guardandola dal basso, sono sicuro di avere in quel momento per la prima volta guardato veramente una donna negli occhi. Abituato agli sguardi innocenti da bambino, mi sono trovato a precipitarci dentro.
Poi subito dopo ero convinto di piacerle, forse con le idee di uno scolaretto credevo mi amasse.
A chi dirlo se non al quadernino? dopotutto mi era stato intimato di versarci i miei pensieri. Così lo feci.
Scrissi, se non ricordo male - ma senz'altro è così -, che avevo una ragazza. Una ragazza! che c'eravamo guardati, toccati le mani, e poi chissà cos'altro. La maestra, mia prima lettrice, nell'imbattersi in quella dichiarazione volle vederci chiaro. Venne fuori un gran trambusto, compagni che ridevano e noi che arrossivamo.
Non ricordo assolutamente come sia finita. I quadernini dei pensierini di punizione li ho persi tutti. Ho perso anche il nome di quella ragazza.
Ora, su altri quaderni, scrivo gli stessi pensieri. E penso agli occhi di una ragazza.











venerdì 24 novembre 2017

Dialogo con un'amica




A = amica
I = io

In un pomeriggio freddo e ventoso d'autunno.

A - Come ci siamo arrivati su questa terra?

I - Iniziamo col botto! se intendi noi come vita dev'essere stata colpa di qualche brodo primordiale difettoso o una meteora infetta. Se parli di noi due, beh, siamo il risultato di migliaia di generazioni di uomini. Il che francamente è scoraggiante. Insomma, pensare che una motitudine di persone sono nate, hanno vissuto, sofferto, veduto perso e pianto solo per far nascere noi due, io e te, mi fa sbellicare. Anche se sono molto triste.

A - L'essere umano che prospettive ha?

I - Abbiamo la prospettiva del luogo in cui ci troviamo. Ad esempio se fossi in cima al primo palazzo della prospettiva Nevskij vedrei un lungo viale, tetti e edifici lontani. Mi rifiuto di dare una risposta d'altro genere. Non ne ho voglia e abbiamo appena iniziato a parlare.

A - Dove ti collochi in questa vita?

I - Ora non sono interessato a una collocazione precisa. Ciondolo qua e là. Dire che non sono interesatto però è inesatto. Non mi trovo capace di orientarmi, ecco.

A - Per realizzarti cosa vorresti fare?

I - Ci sto pensando. Da piccolo mi piaceva spiaccicare grilli sulle Alpi. Magari tra i bifolchi di montagna è un lavoro.

A - E se qualcuno ti desse l'opportunità di spiaccicare grilli in montagna, ci andresti?

I - Sì, perché no. Tutto qui.

A - Sei falso. Ora preferiresti un grande amore che ridia gioia alla tua vita, o vincere centomila euro.

I - Le due cose sono simili. Sceglierei l'amore. Anche se forse i centomila euro mi durano di più.

A - E fra un grande amore e una grande amicizia?

I - Rinuncio senza dubbio all'amicizia, che fra l'altro non ho mai capito cosa sia. L'amico è un essere vago, un'abbreviazione sintattica. Io ho dei sodali, ognuno dei quali ha un suo ruolo e una sua importanza nella mia vita. Ma, anche qualora ti riferissi a quel tipo di "amicizia", sceglierei comunque di rinunciare ad essa. Infatti i compagni di viaggio possono essere molti e con uno di meno si può andare lo stesso. L'amore è uno soltanto, e la sua assenza difficilmente bilanciabile con altro.

A - Hai mai avuto quel tipo di amore?

I - Ne ho avuti alcuni, con esiti diversi. Ora me ne vengono in mente tre o quattro. Sì, no quello no. Diciamo cinque. Ma non mi va di scendere nei dettagli.

A - Se ne hai avuti cinque non erano per tutta la vita.

I - Alcuni non potevano esserlo. Altri potevano ma in condizioni sfavorevoli si sono spenti. Alcuni lo sono tutt'ora. In teoria tutti potevano essere per la vita. Poi dipende se alla vita va bene o meno

A -  Sei capace di amare?

I - Quante domande sull'amore... sì, sono capace.

A - Allora quand'eri piccolo non ti è mancato l'affetto.

I - Non mi è mancato nulla da bambino, in tutti i sensi. Capisco cosa vuoi dire. Forse non ne sono capace o lo sono solo in parte. Ad ogni modo è una capacità variabile, o quantomeno lo è per me. Sono soggetto ad alti e bassi. Insomma dipende da così tante cose...

A - Adesso, in questo momento, cosa vorresti?

I - È un esercizio mentale col quale di recente mi sono punzecchiato spesso. Voglio un crodino alla vodka!

A -  Posso esaudire tre tuoi desideri. Cosa scegli?

I - Qualsiasi cosa o ci sono limiti?

A - Te li offro io e ti dico quali. Però devi accettarne uno.

I - Accetto. È stato facile.

A - 1 Puoi far guarire tua madre
2 un buon posto di lavoro
3 io e te restiamo amici per sempre

I - Scelgo il lavoro. Anche se non si è mai sentito di qualcuno che desidera lavorare. Il resto non crollerà, spero.

A - Ora chi c'è al primo posto nella tua vita?

I - Ora davvero nessuno, solo bei fantasmi. Tutti gli altri sono seduti in terza fila.

A -  Forse hai bisogno solo di contorni.

I - Spiegati meglio.

A - Contorni sono le persone che ti fanno comodo.

I - Ho bisogno anche di quello. Ed è ovvio che tutte le persone che frequento mi siano comode, ma nel senso che ci sto bene. Altrimenti sto in casa a sentire Bach.

A -  Sei furbo. Anche con te stesso. Menti e ti menti. O dici la verità? Dai risposte cerebrali e ti nascondi.

I - Lo facciamo tutti, e del resto è molto più conveniente darle col cervello che col cuore. Devo anche dire che più o meno tutte le domande che mi hai fatto finora sono oltremodo fastidiose, specie in questo momento. Per cui, sì, un po' mi nascondo.

A - Hai la testa separata dal cuore. Uccidi le emozioni ragionandole.

I - Non so cosa dire. Non ho proprio voglia di parlarne.

A - Hai ancora quella foto che mi facesti al mare di spalle?

I - Era orribile, l'ho cancellata.

A - Oribile perché ero girata? Non si possono guardare le persone sempre allo stesso modo. Di lato, di spalle, a testa in giù siamo sempre gli stessi.

I - Capisco. Però l'ho cancellata.

A - Che persona ti sembra di essere in base alle risposte che mi hai dato?

I - Ultimamente, ti dirò, per alcune circostanze ho pensato di essere un cazzo di mostro, il che potrebbe influenzarmi nel giudizio. Va be dai, diciamo che sono un mostriciattolo.

A -  Sei narcisista ed egocentrico, e sei tu a fare da contorno agli altri senza accorgertene.

I - Ascolta: Ho scambiato la mia stella del mattino, con un po' di brace morente/che ora è cenere nel camino/tranne i rimorsi non ho più niente. Ti piace? la scrivevo mentre mi insultavi.

A - Sei stanco della vita.

I - Sono stanco di un certo tipo di vita (meno male che dovevamo alleggerire il discorso).

A - Dove vorresti fare un viaggio?

I - In questo momento mi piacerebbe chiudermi in casa con qualcuno di cui apprezzo la compagnia. Un viaggio, se proprio devo debbo, mi vorrei farlo in un altro mondo, ossia nel luogo più distante da questo. Squalificati tutti i conventi, degradato a meta turistica anche l'ultimo eremo, fuggirei volentieri in qualche strano oriente magico di profumi.

A - Ad esempio il Tibet?

I - Mi sa che in Tibet c'è poco ossigeno per me. Inoltre prima ho mentito. Non ho nessuna voglia di viaggiare, non da solo.

A - E allora cosa cavolo vuoi fare?

I - Parola mia che non ne ho idea. Appurato che non fare niente ottiene scarsi risultati, ma anche che non ho la vocazione a inventare piani di vita, al momento mi sento come un Re degli scacchi rimasto solo contro l'altro Re e la sua torre. Non posso, come lui, che tergiversare tra una speranza invisibile e la resa.

A - Non ti annoia vivere così?

I - Frequento poco la noia, ci teniamo l'un l'altro alla larga. Sono pieno di interessi e abituato a vivere rinunciando a molte cose. A volte però è terribile.

A - Che vita inutile.

I - Utile, inutile, a cosa, a chi? Un modo di vivere vale l'altro. Il mistico che passa la sua vita a salmodiare lamenti a Dio nella sua cella ottiene la stessa ricompensa di un Cesare che regna sugli uomini. L'universo non dà premi duraturi né conferisce medaglie alle intenzioni. Certo, vorrei essere felice. Ma chi non lo vuole?

A - Qual è stata la tua massima felicità?

I - Ecco, io credo che la felicità non sia così importante. Vista anche la sua natura instabile, mutevole, inafferrabile, farvi affidamento è un azzardo, tanto più che è così rara e talvolta, per scarsa affinità, irriconoscibile. Preferisco la serenità, variante senile dell'esser felici.
Ad ogni modo... lo sono stato poche volte, e senza sforzo le ricordo tutte. Per l'esattezza sono momenti preziosi incastonati nella mia mente, al massimo una decina. Ma si tratta di scrigni che non apro spesso, perché la memoria appena ne ha l'occasione prova a ferirci.

A -  Stasera vai a divertirti?

I - Esco. Ma non è detto che mi diverta. Inoltre le cose che amo fare non implicano per forza il divertirsi. Mi spiego meglio: divertirsi vuol dire ridere come scemi, non capirci più niente. Io, invece, coltivo passioni, e voglio capire attimo dopo attimo cosa faccio.
In effetti, a essere sincero, c'è l'alcol. In quei casi allora si finisce davvero  a non capirci più niente. Ma quello non è divertimento, è solo un mettere in pausa la realtà.

A - Quindi come esci di casa così torni. È un giro inutile.

I - Cosa vuoi che ti dica... stare in compagnia ci distrae da tutto il resto. In questo periodo la mia presenza mi dà sui nervi, ho bisogno di annegare negli altri.

A - Vuoi un caffé?

I - Ma sì.
Buono.

A - Hai mai toccato una ragazza coi peli che piccano?

I - Che domande... può darsi. Non è importante.

A - Ma non ti dava fastidio?

I - No. Non sto certo a pensarci. Poi che sarà mai.

A - Faresti sesso con una sconosciuta?

I - Con una sconosciuta no. Prima o poi le chiederei come si chiama. A parte gli scherzi, dubito possa capitarmi, ma probabilmente no. Certo, dipende molto dalla donna in questione. Non penso esista una risposta certa.

A - Sei mai andato con una prostituta?

I - Tanti anni fa. Forse ci andrei ancora. Sai, ai maschi piace profondamente andare a puttane. Se un uomo dice il contrario sicuramente sta mentendo.

A - Però si paga.

I - Cinicamente potrei dirti che si paga tutto. Ma non si tratta solo di quello. Al maschio piace tornare a una dimensione dove lui cerca una preda e col potere (dei soldi) la sottomette. Dentro siamo fatti così. Comunque no, ora a pensarci meglio non ci andrei più. Chissà perchè.

A - Chi butteresti giù da una torre tra Filippo, me e Aldo?

I - Mi butto giù io di corsa. Ma se devo proprio scegliere qualcuno butto filippo dopo averlo fatto bere. Così so che non si fa niente.

A - Non uscire stasera, resta con me.

I - No grazie. Ci sono poche persone con cui resterei solo stasera. Ma che dico, in verità non ce n'è nessuna. Anzi una ci sarebbe ma è come se non esistesse più.

A - Chi?

I - Non mi va di parlarne. Cambiamo argomento oppure chiudiamo qui del tutto.

A - Torna presto perché già mi manchi.

I - In qualche modo torno.

A - Ah, a proposito, volevo chiederti di tornare diverso.

I - Puoi scommetterci. Quando tornerò sarò un altro.

A - È una bugia.

I - Ovvio che lo sia. Ma magari non lo è.

A - Se passi una bella serata poi domani stai meglio.

I - Vivo in un periodo avido di oblii. Ho sempre gli occhi spalancati sull'irrimediabile.

A - Se fossi un uomo proverei le donne di tutte le razze per sentirmi bene.

I - Sì. A me va bene anche solo parlare con qualcuno, stasera.

A - Vado a farmi la doccia.

I - Io a ricopiare l'audio al pc.

mercoledì 22 novembre 2017

Foglie Marce

Foglia morta su binario



Più invecchio e meno la natura mi piace. Sempre più chiaramente scorgo in essa un'insoddisfabile avversità, la crudeltà dei vasti progetti male organizzati.

Reso incredulo dalla morte del suo amante Antinoo, l'imperatore Adriano fece costruire in suo ricordo una città, Antinopoli.
Al contrario di quel sovrano colto e illuminato, vorrei ricordare l'amore perduto distruggendo tutte le città che esistono. Non in uno spazio ben organizzato troverò conforto, ma nella affabilità delle macerie.

Dopo l'oblio del sonno è il primo pensiero del mattino a indirizzare per il resto della giornata gli eventi e i nostri ragionamenti successivi.
Ne consegue che appena svegli bisogna stare ben attenti a ciò che si pensa, o possibilmente non pensare affatto.
Come? l'ideale è un corpo nudo a fianco per distoglierci da tutto.

In un suo racconto Borges affronta l'esistenza di un uomo che ricorda tutto. Esiste sventura peggiore? Se la memoria non celasse nelle ombre craniche gran parte del suo bottino fatto di istanti, impazziremmo tutti. Come il suddetto personaggio del resto.
Che sollievo, ogni giorno, dimenticare qualcosa.

Mi sono invaghito di una ragazza vista al bar. Due chiacchiere, un sorriso. Un ridere sciocco. Sguardi avidi di promesse, di intenzioni. Finché poco dopo tutto scivola via, sparisce, e ci si toglie da una strada della quale eravamo riusciti a scorgere il fondo. Non è vero, non vado mai nei bar. Ma se ci andassi riuscirei a farne un dramma.

Il più nero e spaventoso abisso umano si trova negli occhi di una donna che non ti ama più.

Non sopporto di dover salutare gli altri, specialmente quando vado via. Forse perché, abbandonato da mia madre quand'ero piccolo, ogni distacco formalizzato mi ferisce. Per questo amo l'andarsene in silenzio, mentre fingo di non essere mai arrivato.

Non esiste situazione più pericolosa di chi si trova a regredire a un atteggiamento infantile quando perde qualcosa di prezioso.
Diviene allora così vulnerabile da ferirsi coi suoi stessi pensieri, e per uscirne deve crescere di nuovo.

Per certe nostre decisioni passate, ci diciamo, l'unica spiegazione possibile è che fossimo un altro. Abile scorciatoia del pensiero, che però spesso si rivela esatta.
Lunatici per predisposizione, la coerenza si rivela su di noi inadatta. Dopo ogni assenza nel sonno è un altro essere ad aprire gli occhi. La coerenza fiorisce solo nell'insonnia.
[Tuttavia vi è un certo piacere nell'essere coerenti, soddisfazione quasi estetica che prima o poi desideriamo sperimentare, e nella quale se troppo crediamo restiamo intrappolati, come un mammut tra i ghiacci.]

Se vogliamo una cosa e non possiamo averla, cerchiamo di non pensarci. Preso atto che è impossibile proviamo a desiderarne un'altra. L'inganno dura poco, la luce appena accesasi nella mente schiarisce e dietro c'è quella cosa che ci perseguita.
Intrappolati in un eterno ritorno dell'idea sarà solo l'abdicazione a ogni pensiero a salvarci, un salutare nulla, un metafisico buco in testa.

Tra gli anni settanta e ottanta l'industria del cinema dell'orrore, specie in Italia, ha conosciuto numeri importanti per qualità e quantità.
Oggi questa è pressoché sparita. Mi chiedo, non è forse molto più disposta l'attuale società verso paura, crudezza, ferocia gratuita e cattiveria rispetto a quella di quei lontani anni? Perché fermarsi proprio ora?
Qualcosa sopperisce al bisogno di orrore innato delle persone. La società stessa.

Il momento della giornata in cui un depresso si sente peggio è il mattino. Per me è invece tutto il contrario; appena sveglio ho venti minuti di inspiegabile euforia. Dura fino a poco più in là del caffé. Poi svanisce.
A dire il vero da qualche settimana non ho più neanche quei pochi minuti. Dopotutto non ho mai saputo cosa farmene.

Quando faccio qualcosa mentre sto male, poi tendo a non rifarla più, come a voler esorcizzare il dolore che mi ricorda. In questo modo evito decine di gesti e di luoghi. Prima o poi non potrò fare più niente da nessuna parte.
[Fare qualcosa mentre mi sento bene, invece, non lascia alcun campanello luminoso in testa. Niente di quello che abbiamo fatto, alla lunga, ci fa stare meglio, ennesima prova che la memoria riguarda solo il rimpianto.]

Una delle cose più sciocche è cercare con la mente di correggere il passato. Una natura misericordiosa ci avrebbe negato questa facoltà. Difatti non facciamo altro.

Davanti alla sofferenza, a un grande smarrimento, sovente le parole mi mancano e, inerme, mi è impossibile reagire. A cuore spento e occhi chiusi, come un mistico spero in qualche luce diffusa e in uno sbatter d'ali. Spiando le intenzioni mute degli oggetti cerco di estrarne risposte. Superstizioni ancestrali mi governano. Accecato dal vuoto regredisco a bestia e prontamente cerco una tana profonda.

Nel primo incubo di cui ho memoria mi trovavo in piedi di notte nel piccolo bagno di mia nonna, in una casa immensa. Una signora, anzi una vecchietta, vestita di rosso, con uno strano cappellino, spesse lenti sugli occhiali, borsetta e guanti, entra nel bagno e apre la bocca. È enorme, prima grande come tutta la faccia, poi di più, fino al petto, allo stomaco, alla fine come l'intero corpo. È piena di denti con una lingua enorme. Vuole divorarmi. Di corsa esco dal bagno e mi accorgo che quella enorme casa mi spaventa più di quell'orribile donna che mi vuole mangiare.
Così resto fermo in corridoio. Dal bagno non esce nulla. La casa è silenziosa.
Dissolvenza. Buio.
Neanche al primo incubo ho saputo decidermi a fare qualcosa.

Percorrendo da solo un lurido marciapiede mi annoiavo profondamente per il semplice fatto di trovarmi lì a camminare da solo senza nessuno a cui parlare. Senza neanche una persona a cui non si ha voglia di parlare.
Ho iniziato dunque a pensare a un'ipotetica campagna militare della Werhmacht di Hitler nell'Europa medievale. Poi, in mezzo ai passanti, ho iniziato a ridere come un matto.

Eravamo una decina di ragazzi e non ne conoscevo neanche la metà. A una festa di compleanno delle medie, poi diventata partita cinque contro cinque al campetto, e divenuta infine sfida interminabile giunta ai rigori. Nessuno sa parare, quindi in porta vado io. Non ricordo bene come ci siamo arrivati, ma ricordo l'ultimo rigore e che la gara fu combattuta. Sono le diciassette del pomeriggio ed è già buio. Piovono righe d'acqua sottili come un presentimento. È il più forte degli avversari a tirare. Io aspetto in porta. Tira. Non la vedo partire ma so dove va, salto e distendo il braccio verso destra e poi in alto, come se cercassi di volare con una sola ala. La mano tocca la palla con la punta delle dita, la sente, è quasi sua, poi la palla scivola sul guanto passa oltre e gonfia la rete. Gol. La partita è finita, abbiamo perso. Io resto per terra bagnato e dolorante (il campo è di cemento).
Nessuno dice niente. Non una parola, solo le esultanze di chi ha vinto. Nessuno mi dice che ce l'avevo quasi fatta. Io sapevo di avercela quasi fatta, però, e trovavo incredibile che nessuno me lo stesse dicendo.
Poi le madri chiamano dalle scalinate, dicono che piove e bisogna rincasare.
Tornando ho pensato che solo le sconfitte restano davvero. Solo le sconfitte durano. Le vittorie passano subito, si consumano vivendole. Ma l'aver perduto, il perdere qualcosa, non se ne va, mai, e la cosa perduta resta sempre lì con te, così vicina che pensi di poterla toccare con la punta delle dita, ma non abbastanza da afferrarla.


~sospeso~
















giovedì 9 novembre 2017

A una ragazza morta



Sei morta il giorno in cui copiose cadevano le foglie. Era un pomeriggio di fredda luce, e tu sei morta.
Ora sono qui, davanti alla tua foto intrappolata nel marmo, alla tua tomba. Non mi sto chiedendo dove sei, o a cosa stai pensando. Ti penso piuttosto in quella immobilità stretta e cieca, avida di rarefazione, di dileguamento, tutt'uno con l'ombra. E mi chiedo se ti giri mai. No, non lo fai.
Che se fra trent'anni un terremoto spaccasse il cimitero facendo a metà questo contenitore di ceramica e cemento dove dormi, scuotendo la bara, mostrandoti al cielo, chi di lì passasse ti troverebbe nella stessa posizione che hai ora, posizione che non vedo ma che immagino con spietata esattezza.
In quel tuo buio fermo non ti perdi poi molto.
Il sole illumina altri giorni, le stesse stagioni si rincorrono sempre più sbiadite e dopo un po' noi vivi ci si annoia.
Qualsiasi cosa ci faccia battere il cuore, tu lo sai bene, è una bella menzogna.
In questo spiazzo lugubre che odora di fiori vecchi e polvere, città dei sepolcri, cinto da cipressi cresciuti per esibire un lutto, mi sembra, fintanto che vi resto, che le cose mentiscano meno, o niente affatto.
A te che sei lì dentro, e che mi sembri più vera di tutti i vivi che conosco, a te dico che a volte non so più cosa ci faccio io, qui, sotto al sole, contro il vento, contro tutto, e che avrei tanta voglia di pace e di silenzio. Di tempi morti.
Quando il Dio dei defunti ti verrà a trovare, da tomba a tomba accendendo le tenebre, digli che ci penso già da un po' alle sue mani putrefatte, che con fare adagio strappan la vita. No, non badarci, sono solo momenti, domani andrà meglio. Servirebbe una Morte per le sciocche frassi fatte, sai?
L'inverno che sta arrivando ti troverà già gelida, e bella come una dea antica, con la tua pelle di zaffiro lavorato e i tuoi occhi che chiusi vedon tutto; e quando quell'unico giorno dell'anno, di un anno che viene ogni diecimila, anche il Dio di lassù fermando il tempo ti farà visita, lo accoglierai in silenzio. Lui aprirà dal buio una finestra e la sua scia di luce uscendo illuminerà il tuo volto dolce di sonno, fiocchi di neve irreali cadendo ti accarezzeranno, addormentandosi sul tuo corpo. Qualcuno, sciogliendosi negli occhi, formerà una lacrima gelata, che scendendo viaggerà il tuo viso, abbracciandolo, le tue labbra arse, baciandole, per poi gocciare sul tuo amaro letto.
Dopo questo tornerà il buio e sarà forse per sempre. Dio fuggirà sconvolto nelle sue lontananze, tu resterai nelle tue. Fino al giorno del giudizio, che non verrà mai.
Finirà, certo, questo universo, non aver paura, sparirà logorandosi piano piano, e quando tutto sarà esausto di stanchezza, separato da distanze sovrumane, e un terrificante vuoto-nero veleggerà là dove una volta occhieggiavano le stelle, il tuo giaciglio sarà immutato, le tue mani intatte.
Gli Dei nuovi ti troveranno, Dei finalmente buoni, amici della vita, e tu, trasmigrata da una creazione all'altra, rinascerai di certo, in un nuovo e giusto cosmo. Questo dal quale ti parlo spero lo avrai dimenticato.
O forse meravigliata udirai queste mie ultime parole, che un'eco disperata ti porterà, per poi subito dimenticarle, al risveglio, come si dimentica un sogno.
Oppure nulla di questo.
Sei morta il giorno in cui impazzivano le foglie. Un pomeriggio vuoto di sole, e con te sono morto un po' anche io. O almeno così pare.
Una fine pioggia mi bagna il viso. Leggera, acqua passeggera, cade lieve a consolare piante, le lapidi e il mio volto. Appoggio una mano sulla tua foto, un ultimo pensiero e vado.
Ti rivedrò tornando qui, chissà quando, o già stanotte, se Madre Morte vorrà trovarmi, portando te a prendermi per mano.


venerdì 3 novembre 2017

Ballata degli amici Morti


Morte in ordine li prese:


A per Alessandro, crocefisso in agonia
morta la pietà, restò appeso sulla via

B a Biancamaria consumata dall'odiare
quando vita rese se ne andò senza guardare

C appartiene a Carlo, che s'è impiccato in un baleno
dopo avere visto la speranza venir meno

D era di Diego, che si uccise lentamente
giorno dopo giorno tormentandosi la mente

E l'aveva Elena, presa da una malattia
perlomeno avea dalla sua l'anestesia

F per Filippo che cirrosi consumò
finché vita ebbe la bottiglia tracannò

G era di Giulia impazzita di terrore
quando sua bellezza appassiva come fiore

a J gelida morte, ora non ricordo il nome
quasi certamente soffocata dalle chiome

K per Karen annegata dentro al mare
vi cercò conforto perché non sapeva amare

I era di Ilaria che un bel giorno si sparò
triste e solitaria troppo a lungo ci pensò

L, poi, di Luca, fucilato nella rivoluzione
quale non ricordo, sono tutte un'astrazione

M di Matteo che nel pozzo si è lanciato
ora in fondo al buio giace lì dimenticato

N per Naomi che dolore spalancò
fino all'ora buia per sua vita sospirò

O era di Ottavio consumato da ogni vizio
ma che vita tenne a lungo, se ne andò dentro un ospizio

P, per Paolo, fatto a pezzi su un altare
al Signore tenebroso la sua vita volle dare

Q per qualsivoglia, nera Morte è sulla soglia
tristi o felici prende tutti i nostri amici

R a tal Rosanna che pregava estasiata
fuori dalla chiesa cadde morta fulminata

S aveva Sara e disperato era il suo canto
le si ruppe il cuore quando poi si sciolse in pianto

T, per Tony, che voleva andar lontano
ma una strana droga lo portò via piano piano

U di Utopia, che però non è mai nata
morta nella mente che oramai l'ha abbandonata

V avea Vittoria, che tumore divorò
prima di smagrire dal balcone si lanciò

Z è già la fine, muoion anche le bambine
i bambini son già andati, che fantasmi disperati!

Dormon tutti nella terra, senza pace, senza guerra
là nel buio più lontano, che si tengono la mano
dalla vita abbandonati, nient'affatto preoccupati
fanno vermi nelle tombe, abitanti delle ombre.
Bravi, belli, giusti o forti, ora tutti sono morti.