venerdì 29 dicembre 2017

Tra sonno e veglia

La mia scrivania


Intro

Ci sto lavorando da anni. A cosa? a un pensiero. O meglio, a una frase. Qualcosa che riassuma in poche parole ciò che penso della vita e del mondo. Quando finalmente l'avrò formulata, soltanto pronunciandola alla gente sanguineranno gli occhi, le donne abortiranno con vistose scie di fuoco e tutti i monumenti si polverizzeranno all'istante. I bambini diverranno muti e anemici, i maschi impotenti e flaccidi e le donne si spoglieranno e correranno finalmente nude per le strade. Gli sportivi ingrasseranno e i pigri impazziranno definitivamente, e tutti proveranno il terrore di cadere nel sonno all'infinito senza mai svegliarsi.
La vertigine dell'abisso ci attirerà come un tondo seno dorato, e scivolando nel nulla malediremo quanto visto e fatto e tutto ciò in cui si era creduto.
Un alone negromantico inghiottirà la terra e in qualche discarica dell'essere vomiteremo i nostri travagli rossi e neri di sangue.
Ma l'aforisma maledetto tarda a emergere dal baratro, e per questo tempo privo di catastrofi mi sento responsabile.
Proverò a scrivere qualche frase, ma quant'è difficile, a parole, polverizzare l'universo!



Sogno

Quel momento in cui, dopo un sogno o un incubo, impieghiamo qualche secondo, appena svegli, a tornare nella realtà, ancora mezzo intrappolati nel sonno, lo provo sempre più spesso, da sveglio, osservando il mondo. E me stesso, nel mondo.


In uno spazio abitabile ad affascinarmi maggiormente è quel che non vedo. Pareti soffitti e pavimenti, illuminati omogeneamente, mi annoiano senza lasciare intatto il minimo mistero: solo la grotta riesce ad animarmi. Vaga, finita eppure apparentemente senza fine, le sue profondità talvolta sono le mie; dicasi altrettanto per il suo buio interiore.
E se mai l'abisso avesse un odore, sarebbe quello umido delle caverne, l'odore della nebbia, e del sogno.


La religione, questo dramma protratto fino alla fine del mondo. Questo sogno in bianco e nero senza attori.


Tutto è permesso in amore e in guerra. Ma mi chiedo: esiste qualcosa che non sia Amore, o che non sia Guerra? L'amore non è una continua guerra, e la guerra non si fa anche per amore?
Le parole, queste miserie fatte di lettere, non smetteranno mai di stupirmi. Non sono niente, eppure riusciamo a tirarne fuori...l'infinito.


In ogni vizio c'è un po' di voglia di morire. Sarà vera questa affermazione? Vuol dire che anche mentre sto mangiando un panino piccante, guardando che so, un culo, sto desiderando di morire? E se poi per qualche assurdo caso riesco a metterci una mano su quel sedere, una mano viziosa, anche lì sto cercando di morire?
Inutile dibattere ancora sull'argomento, o scopriremo che tutto ciò che facciamo è volto alla morte, che del resto prima o poi arriva, come i vizi.


"Grazie, ho trascorso una serata veramente meravigliosa. Ma non è questa."
Famosa battuta di Groucho, ma che dovrebbe avere la vita come soggetto. Così: grazie, ho trascorso veramente una bella vita. Ma non era questa.
E poi, un oceano di applausi, mentre nero cala il sipario.


E come fiorai davanti a un cimitero i grandi poeti campano sul dolore degli altri. Tenendosi stretto il loro.
Poi, in una grande onda, la notte si riprenderà il giorno.


Orrore

Il futuro è un film dell'orrore dove la gente sbadiglia.


Leggere un brutto libro è peggio di non leggere affatto. Non ricordo tutti i libri che ho letto, ma di quelli brutti, che per fortuna sono pochi, ricordo tutto. Allo stesso modo in cui i sogni nella mia mente spariscono al mattino o poco dopo, mentre ogni incubo è indelebile nella memoria.


Da oggi ho un gatto in più, il terzo, si chiama Mortino.
Non sta con gli altri due, non entra neanche in casa. In realtà non si muove mai dalla strada qui sotto, sdraiato nella curva tra l'erba alta.
Però non è solo, anzi è pieno di amici. Gli orbitano attorno le mosche come a un lugubre pianeta, e lo scavano larve tremanti, pazze di giovinezza.
Anch'io ogni tanto vado a trovarlo, ma si circonda di effluvi nauseabondi: così non mi trattengo mai molto, giusto il tempo di salutarci.
Cibo non ne vuole, e credo non gli serva neanche il veterinario, sebbene sia un po' preoccupato per i suoi silenzi.
Il suo manto è grigio cenere, ma sole e pioggia lo stravolgono come il cielo un temporale.
È ancora piccolo Mortino, ha neanche tre mesi, ma non penso crescerà ancora. Almeno non in altezza: tuttavia si gonfia, e l'ultima volta che l'ho visto sembrava essersi allargato sul terreno.
Ora dorme sulla curva con le creature della notte. Non vedo l'ora di rivederlo domani, prima che piova forte e l'acqua furiosa lo culli via.


Stasera ho accompagnato il custode del cimitero a chiudere i cancelli, e vedere le tombe - ognuna col suo piccolo tramonto davanti, in lunghi viali di costellazioni morenti - mi ha ricordato che non c'è nulla di più bello del cimitero di notte, sacro di stelline piangenti.


C'è un qualche uccello notturno che lancia il suo verso qui dietro, tra la notte e il bosco. Un tempo lo avrei coperto con della musica, ma negli ultimi mesi per la notte ho scelto il silenzio; così nei primi dieci minuti era solo un verso, ma è ormai già da un'ora che sono sicuro mi stia parlando. Egli dice: "apri la porta e vieni qui, vieni a vedere cosa c'è di notte nel bosco, vieni a vederlo e poi muori."
Da pochi minuti se n'è aggiunto un altro, più stridulo e lontano. Questo mi parla al di là della notte e del bosco, come un'avanguardia del mattino, e mi dice: "non c'è nessuna notte e nessun bosco."
A breve so che arriverà il terzo e lì smetterò di aggiornare questo diario per seguirlo nel sonno, lui uccello di sogno, dove senza menzogne sarò io a cantare i miei versi, e muti ascolteranno gli abitanti della notte, e del bosco.


Tutti dovremmo avere un amico morto nell'infanzia o più d'uno. Alle scuole primarie dovrebbero fucilare un bambino in ogni classe. Perché? per inculcare angoscia e rimpianto nella mente dei sopravvissuti. Il sentiero oscuro va intrapreso sin dall'inizio.
Dopotutto cos'altro abbiamo da insegnare alle nuove generazioni se non orrori che possano superare i nostri?
Solo con disperazioni sempre maggiori ci libereremo dalla superstizione del perpetuarci.
Ecco un esempio di corretta pedagogia: la nascita? un suicidio della... Morte.


Sentire che ci si sta affezionando a una persona e continuare a frequentarla: questo sì che è un atto di coraggio! Sappiamo benissimo che non otterremo altro se non il cadere da un po' più in alto, e tuttavia andiamo avanti. Mi chiedo quanto ciò confini con la stupidità o il puro masochismo.
Iniziare una relazione non è altro che decidere liberamente di andare a vivere sul ciglio di un abisso: il precipizio è a pochi centimetri, ma non possiamo vederlo.


Una delle cose più orribili importate dagli stati uniti nel dopoguerra - paese da cui abbiamo saputo prendere solo il peggio - è senz'altro la fobia del vecchio, ossia quella forma di demenza percettiva che porta a considerare come inutile o detestabile qualsiasi cosa non sia nuova o alla moda.
Questo vale per tutto, dal frigorifero all'arte, tanto che sono in molti a pensare al contemporaneo, ossia a ciò che viene pensato, scritto, costruito e messo in opera ora, nel periodo presente, come all'apogeo dell'umanità, come se l'umanità stessa fosse un'onda che coi secoli si ingrossa e il suo obiettivo, sommergere il cielo, fosse sempre più immediato.
Il fatto che poi, negli ultimi anni, vi sia stata una riscoperta di ciò che era sommerso, uno slancio a sondare l'oceano del passato, a rivalutarlo e comprenderlo, è certo dovuto all'intuizione, per pochi, e alla nausea per tutti gli altri, poiché l'onda sembra essersi arrestata, la sua schiuma invece di fiorire bianca si sparge al vento, e tutto ciò che viene pensato, scritto, costruito e messo in opera appare stanco e malato, nauseabondo e superficiale, come la civiltà morente che lo ospita.
E allora dallo sguardo che vede lontano di alcuni sapremo tornare indietro in quel camino curvo che è la storia, per riscoprire ciò che è andato perduto in questa folle rotta verso il niente.


Il cristianesimo: suicidio dell'Europa. Questa stanca giaculatoria d'intenzioni, di utopie; questo nascondersi nel buio pregando di raggiungere il giorno: questa rivelazione mai detta, questo canto stonato di verità sospette. Questo ebraismo rivisto, ebraismo impoverito. Emendamento giudaico. Distruttore di storia e di ragioni. Che l'uomo lo maledica e lo distrugga.
E si liberi. Per me poi fa lo stesso.


Dopo un po' che si scrive, non si riesce più a parlare. Quello che diciamo ci pare rozzo, non all'altezza dei nostri pensieri. Vorremmo allora fermare l'universo per scrivere attentamente i nostri ragionamenti nell'aria.
Ma l'universo non si ferma, e nessuno dopotutto avrebbe voglia di ascoltarli.


In qualsiasi modo si guardi al proprio passato esso risulta sempre più affascinante nel momento in cui vi si introduce un elemento di orrore, qualcosa di nascosto che solo ora ci accorgiamo esserci stato. Come se la paura e l'ignoto fossero l'unica cosa in grado di ravvivare la banalità dell'esistenza. Cosa che a maggior ragione vale anche per il futuro, in forma di quella cosa terribile che ci aspetta dietro l'angolo.


Ti alzi e sei più stracciato di quella copertina che usi per dormire, ed è lì da sei mesi, e ce ne resterà altri sei o finché non sarà troppo caldo e dovrai buttarla in un angolo della stanza; e alzandoti non capisci se fa freddo, se fa caldo, se hai fame, e accendi la tv che a quest'ora  c'è sempre qualcosa di interessante... Stalin.
Sempre piaciuto anche Stalin. Era uno che se ne fregava di tutto, una persona pragmatica, spietata. Conosco quasi tutto quello che dicono ma il programma è ben curato e fanno dei commenti interessanti. Intanto cucino un pezzo di carne.
Puzza, o è la cucina che puzza. Dovrei proprio darci una pulita, e darmi una risistemata anche io. Intanto Stalin fa un discorso sulla piazza rossa. Non era capace di tenere lunghe orazioni, la Wehrmacht era alle porte di Mosca e lui... non alza neanche la voce! parla piano, non assume alcuna espressione facciale, è lento nei gesti, troppo lontano dalla folla, non scalda i cuori, non coinvolge, non fa sperare, non crea sogni, non illude, non agita la turba, non allarga le coscienze. Sembra sia lì per caso. Difatti integrerà con altri mezzi questa sua incapacità oratoria, i soliti mezzi di sempre. Richiami patriotici, madonne, nazionalismo. Alla fine è sempre una questione pubblicitaria, di sapersi ben vendere, e vendere il tuo prodotto. La gente è disposta a credere in tutto.
Però la carne, alla fine, non era male, è questa cucina che.. un disastro. E quella coperta... sembra un gatto morto sul ciglio della strada. Sembrano i baffoni di Stalin.
Dicono che al mattino si rinasce, si torna a vivere. A me sembra di morire un po' ogni volta che apro gli occhi, ma come sempre è una questione di punti di vista. Il mio per ora è piuttosto annebbiato, e non sono neanche convinto di me, come Stalin mi sono svegliato e credevo di essere qui per caso.
Ma almeno, per fortuna, piove.


È un tumulo gonfio di spettri il mio cuore.


Dietro tutto ciò che faccio o penso io sento, come un'ombra glaciale e irrisoria, la presenza dell'inutile, del "Tanto è uguale".
Così su tutte le cose e sulla vita cala il sudario del "Niente ha senso".
Eppure, per lussuria mentale o stoica inerzia, ancora faccio e penso e sento, e continuo a giocare e a desiderare, appagato dall'empio piacere di coltivarmi in assenza di scopo.
Perché? per dispetto!
Come un fantasma tra le tombe continuo a esistere solo per divagare.


Ho deciso che se vado sempre dritto nello spazio, a una velocità di sei o settemila anni luce al secondo - contando sul fatto che l'universo è sferico -, senza deviare minimamente dalla mia rotta dovrei essere di nuovo qui tra un paio di secoli, proprio nello stesso punto.
Certo le radiazioni universali e la stessa luce, impattate a quella velocità, sono un problema. Bisogna che prima trovi il modo di schermarmi. Inoltre non avrei riferimenti visivi, dato che sempre per via della velocità la luce delle stelle non potrebbe raggiungermi, lasciandomi al buio più tetro.
Se invece, ahimè, come alcuni pazzi sostengono, l'universo è infinito, vorrà dire che andrò sempre avanti fino a perdermi nel nulla, che è pur sempre una prospettiva migliore del qui e adesso.


Appena vivo un momento di felicità, ne approfitto per infliggermi qualcosa di brutto. Non è per masochismo che lo faccio, ma perché è solo da felice che riesco a sopportare certe cose che altrimenti non reggerei.
Quindi non è raro che, mentre bacio una ragazza, io pensi al momento in cui l'avrò perduta.
Se solo potessi, perdendola, pensare alla prossima che bacerò, avrei raggiunto un buon traguardo. Ma se la mente fosse così facile da ingannare saremmo tutti beati. La mente, questa monarchia infinita di ossessioni.


Perché fondamentalmente si continua a coltivare un orrido gusto per l'incompreso, per i confini sbiaditi, per i barlumi dell'ignoto e le loro scie vertiginose. Perché, in sostanza, ci piace non capire: ma capendo che non capiamo; una consapevole ignoranza dei fatti in cui cullarsi lontano da tutto. Infine, io penso, proprio per questo ci piace l'orrore, che non capiamo mai a fondo, e perciò ci cattura coi suoi tentacoli misteriosi.
Per questo leggiamo di cose innominabili o di fantastiche avventure: per seguitare a non capirci, che è l'unico modo che abbiamo di accettarci.


Che belle giornate, oppresse da un sudario di stanchezza, con un cielo di ghiacciata indifferenza e le ombre lunghe fin dal mezzogiorno.
Dove l'orrore dell'estate con i suoi soli intramontabili è appena alle spalle ma non brucia più, ed il suo ritorno abbastanza lontano da illudersi non torni mai.


Veglia...

A volte mi sento davvero triste, come se nessuno al mondo potesse capirmi.
A volte mi sento davvero triste, e se qualcuno mi capisse sarei ancora più triste.


Nelle prime notti dell'uomo, quando la notte era orrore e ogni rumore un assassino, il fuoco era il nostro Dio fatto di luce, figlio minore di quel sole che al mattino sarebbe tornato a mostrarci il mondo, scacciando l'ignoto dai sensi.
Per scacciare i miei orrori ho bisogno di un vasto mattino, e un'Asia splendente ridesterà i miei sensi.


Tristezza senza lacrime, nostalgia priva di soggetto, la malinconia è il mio elemento naturale. Potente alleato essa è, ma inutile. Qualcuno ha mai tratto giovamento dal saper guardare con aria cupa e sognante... un sorcio?
Col mondo è lo stesso.

Se non posso frantumare l'universo vorrei almeno sputarlo via. E con un energico rombo in gola tirare su tutte le galassie e scatarrarle lontano! Lontano, sì, ma comunque ancora davanti a me, di modo che non mi resterebbe altro che guardarlo. A un'eterna proiezione del cosmo, nel cinema vuoto dove mi sono rifugiato, preferiei a questo punto... vivere. Ma sarà meglio dirlo con prudenza.

E così l'universo è ancora intatto.




martedì 19 dicembre 2017

All'ombra della croce


È alla croce che ci si raccomanda prima di un massacro.
In verità essa stessa è un massacro senza eguali.


Introduzione

Passeggiavo pensieroso in riva al mare quando ho visto una stella affacciarsi tra due nuvole, col pensiero l'ho salutata. Ma è solo gas che brucia. Rincasando ho sentito un tuono che ruggiva allontanandosi e credevo fosse un drago possente giunto a reclamare la terra. Ma era solo un rumore del vento.
Vivere senza religione è come vivere senza poesia, si può, ma tutto ne risente. La religione che abbiamo ereditato dai nostri padri ci pesa come un'incomprensione o un fardello che sentiamo distante, eppure avvertiamo che solo essa ci separa dal più nero ateismo. In attesa di altre rinascite spirituali, in queste notti lunghe e fredde, guardo alla croce come un naufrago guarda al mare: causa del suo disastro, eppure unica via per fuggire da quell'isola inospitale che è la verità, e la vita.

Pietà

Sempre più la Chiesa dà l'impressione di voler e poter solo sopravvivere a se stessa. Immagino questi strani uomini che vivono in vaticano con un unico pensiero in testa: barcamenarsi nei secoli. Che sia la permanenza nell'arte, in un'incisione nel marmo o su una gialla pergamena, quella è l'unica vita oltre la morte in cui sperano ancora.
Svuotato di ogni forza, stiracchiato su duemila anni di rinunce, il cristianesimo scricchiola, non ha più neanche la forza di raccontarsi. Lontano dal silenzio dei monasteri, è nella chiacchiera che trova nuove energie, ultima risorsa per godere di credito presso i disperati.
Teologia blaterata quella di questo terzo millenio, priva di ogni lapillo spirituale. Da dottrina immiserita, tradotta in buonismo per le masse, la croce può sostentare se stessa per qualche altro decennio, a patto di mettersi in ridicolo una volta per tutte davanti agli atei, che finalmente potranno guardare con pietà verso di essa.
Ma non era proprio la pietà che cercava?


Musica sacra

La musica sacra cristiana, apogeo della cultura musicale europea, eleva le lacrime al paradiso, sciogliendo nel pianto delle sue note l'anima umana. Essa soltanto bastava a legittimare Dio e la sua chiesa.
Non è un caso che sia andata pressoché dimenticata. Oggi orde di chitarristi infestano i luoghi di culto, banalizzando l'interiorità con canzoncine in rima, mentre una platea sempre più sbigottita batte le mani al ritmo della propria incredulità. Eppure basterebbe un organo a far resuscitare Dio. Un adagio di Bach potrebbe rinvigorirlo per altri due millenni.


Regno dei morti

Il cristianesimo non si è compiuto, le sue promesse sono rimaste irrealizzate nei cimiteri. Non un solo cadavere ha mai percorso mezzo passo verso il cielo.
Invece di prenderne atto e sparire nel vortice delle religioni passate, ha fatto del proprio fallimento un punto di forza, delle proprie testardaggini una medaglia al torpore.
Svanendo, avrà oltrepassato di almeno mille anni la sua durata nelle intenzioni. Eppure chi, dopo la sua dipartita, avrà ancora il coraggio di predicare il bene fra gli uomini?
Con lui sparirà anche l'ultima aspirazione a un cielo migliore, che per quanto inadatta alla nostra specie restava l'unica in grado di sostenerci.


Valle di lacrime

Per duemila anni il golgota ci ha negato la Luce.
Un'eclissi dove a coprire il sole era la Croce.


L'inganno

Avete mai visto due sposi uscire ridendo da una chiesa? come conciliare una tale felicità di abiti e sorrisi sotto la croce? Come chiedere legittimazione per le proprie gioie a quel volto scavato dal sangue?
Da quando ci siamo resi conto che era impossibile, lo abbiamo dissociato. Non giunge più alle nostre orecchie quel suo disperato lamento, in un processo transgenerazionale abbiamo elaborato il lutto della sua dipartita senza possibilità di ulteriori commozioni.
Gli sposi ridono di lui, della sua inattualità. Ridono di indifferenza.


Cimitero infinito

Definire la cristianità? un cimitero senza confini. Che poi sia scaduta nella banalità del buono lo si deve alle costrizioni dei tempi. La sua intenzione era di fondare necropoli e dominare cadaveri.
Nascendo nel dolore, è nel dolore stesso che trova il suo compimento: osservate i cristiani, essi volgono al pianto. E rinnovano il proprio dolore davanti alle tombe dei loro morti.
Nessuna reale vocazione di allegrezza, la religione del Dio Morto prospera nella disperazione.
Il suo spazio ideale? il peggio, e le urla dei dannati.


Inappetenza

La decadenza di una religione non si vede dalla sua gerarchia, che è l'ultima a mostrarne i segni, ma dalla base dei più umili fedeli. Quand'ero ragazzino, prima di cresimarmi, mia nonna invitò il prete a pranzo. Le sue preoccupazioni vertavano solo sulla cottura della pasta e del pollo, quelle del prete sul mangiarne in abbondanza.
Nessuno si curava dell'anima mia, né di come stessi. Seppi così che non vi era nessuna anima in me, a malapena intravedendo le conseguenze di una tale consapevolezza.
Oltre alla fede persi anche l'appetito.


Il pianto

Ci è dato solo di piangere. L'unica nostra creazione sono le lacrime, tutte le nostre arti e i nostri slanci risiedono nel pianto. Non a caso si può piangere per qualsiasi cosa, di gioia come di dolore. Di amore come di noia. Linguaggio universale, tutto è traducibile in pianto.
Ed è solo piangendo che riusciamo a dire tutto.


Paradisi decomposti

Noi tutti possiamo ricordare la prima volta che abbiamo pensato a dio e, se c'è stata, quell'unica volta in cui, con lui, abbiamo chiuso per sempre.
Che immagini meravigliose creano i bambini, io avevo immaginato con la mente un paradiso colorato di tinte che andavano dal blu al celeste, dove anime fluttuanti godevano la propria eternità vicino all'Altissimo.
Che spettacolo! anche se un po' triste a dire il vero. Chiesi a qualcuno se le anime in un tempo così lungo a non far niente si sarebbero annoiate - più tardi arrivai a pensare che sarebbero certo impazzite -, e mi fu detto che vicino a dio non ci si può annoiare.
Per qualche anno l'immagine restò la stessa. Poi una domenica, in chiesa, sfinito da una lettura interminabile, la feci finita con dio e i suoi servi, stabilendo una volta per tutte che una tale quantità di parole così inadatte a me e a tutti i presenti non potevano significare niente.
Allora l'immagine non cambiò: svanì del tutto. Dio e quel paradiso celeste era come se non ci fossero mai stati. Ma non ebbi a soffrirne, e facendo un patto con me stesso rimandai la questione a un'età più adulta, ossia quando avrei avuto il tempo, e la predisposizione, per pensarci.
Ora cos'è rimasto di quella visione? c'è ancora, ma è rossa, Dio è un gigantesco altare vuoto e le anime, annegate nel tedio, vagando si dissolvono: non c'è più nessuno in quel mondo al di là di questo, non c'è mai stato. Eppure anche se non posso sentirla so che vi aleggia una certa puzza di decomposizione.


Dio

Dio, quest'atarassia senza benessere.
Dio, morfina dei nostri inganni.


All'ombra della croce

All'ombra della croce non soffia nessun vento di salvezza. Apoplessia della putrefazione, terra scura di sangue, chi mai vi ha trovato un conforto che non avesse una qualche affinità col desiderio di morire?
Se il cristianesimo non punisse con l'inferno i suicidi, ci saremmo tutti ammazzati, e solo per poterci identificare con quello che è stato il detentore della croce, un cadavere, e alla cui ombra volteggiano senza sosta i corvi della fame.


Sofferenza per tutti

Quante generazioni hanno pianto contando le costole nude del Cristo, quante disperazioni e capelli strappati per quel suo volto agonizzante e smagrito. Duemila anni di speculazioni su un giudeo torturato.
E ora? ora non abbiamo più lacrime. La crisi di pianto nata dalla morte del mondo antico è finita, nessuno più bada a quell'uomo straziato. Come è potuto succedere?
Si è trattato di una follia collettiva, il tasto del dolore è stato toccato al punto giusto e con le dovute sollecitazioni. Quel dolore è finito, e ormai ci resta solo il nostro. Più nessun Dio con cui condividere la personale sofferenza quotidiana.


Europa e cristianesimo

Piegato su se stesso, immemore del passato, avido di dominare i pensieri di tutti, un Dio scalzo e psicopatico ha spazzato via il buon senso dell'Europa. Qualsiasi altro continente sarebbe sprofondato sotto il peso di quel Nulla tonante: l'Europa è riuscita a farne un trampolino verso l'infinito, dominando il mondo e le arti. Se ciò è stato possibile lo si deve senz'altro all'eredità del mondo antico, e alla superiorità dell'uomo bianco sulle altre razze. Neanche il cristianesimo ha potuto arrestarci, tutt'al più ci ha scalfito.
Veleno potente il cristianesimo, ma verso il quale abbiamo sviluppato una totale immunità: non può più ucciderci, né tuttavia farci vivere.


Qualcosa di bello

Una ragazza, per la processione del quartiere, mi mostrò aver costruito una croce di legno. Mi disse, con queste esatte parole, che era per "fare qualcosa di bello". Poi in un sorriso celò la sua confusione.
Io, in un sorriso, celai la mia.


Il suo corpo

Il pensiero delle giovani monache prima del dogma di Maria aveva ancora delle vie di fuga. Diedero loro una Madonna in cui rivedersi, per smettere di pensare al corpo di cristo...


Teschi

Folle di anoressia, santa Rita si lasciò morire di fame. Aveva intravisto, in quella croce osservata con ardore, lo scheletro della ragione; a cui volle offrire il proprio.


Vero Amore

Prima di ogni altra cosa Dio deve sedurci. Da innamorati crediamo senza vedere, e credendo ci consoliamo di un amore che da tutti i punti di vista sembra non essere corrisposto.
Masochisti dell'assoluto, vorremo a quel punto morire d'amore per Lui, riscattando quell'indefferenza con le nostre ultime lacrime.


Il vuoto

L'universo si espande, le galassie si allontanano. Tutto è sempre più distante, più piccolo.
Come concepire una creazione che va diradandosi in nulla se non si ha la passione per il vuoto?
Sentite cosa ho da dirvi: solo un Dio che non esiste poteva rappresentare questo stordimento della materia che è il nostro spazio di azione. Solo la sua teologia del nulla poteva rassicurarci a proposito delle nostre mancanze.
Infine, soltanto la sua vasta solitudine poteva giustificare la nostra di quaggiù.


Scrivendo

Scrivere vuol dire esaursirsi su un foglio. Impoverire noi stessi per darci ad altri. In un certo senso si tratta di uno sfogo.
Certo non vi sarà sfuggito che Dio ha il suo inizio proprio nel verbo (al principio era il logos).
Scrittore anche lui, scrittore come tanti, Dio, che voleva solo, scrivendole da qualche parte, sbarazzarsi delle sue angosce.
Difatti eccoci qui.


Schiavi

La speranza in una salvezza proveniente da altri, foss'anche Dio, è la caratteristica degli schiavi. Impossibilitati a far da sé necessitano l'aiuto di un padrone, o del suo Nemico.


La storia

Possiamo rallegrarci per il fatto che Dio non esiste e la Storia non ha alcun senso?
Forse possiamo riuscire a farlo pensando a quel momento in cui il vuoto si è convertito prima in materia e poi in vita, rompendo con quell'ortodossia del Nulla che dominava ogni cosa, e pensandolo come a un attimo di poesia cosmica. Nel senso etimologico del termine infatti poesia significa "prodotto".
Più difficile da accettare è la mutazione di quella vita in Storia. Sfogliando i secoli ci troviamo di fronte a quei principi immutabili ma passeggeri che ne hanno massacrato comparse e protagonisti. Nient'altro che una serie infinita di sbudellamenti e idee mostruose.
Se posso perdonare la materia di essere divenuta vita, non posso perdonare alla vita di aver creato la Storia, di cui la civiltà è solo un sistema imperfetto per catalogarne le disfatte.


Il Morto

Pensate al cosmo come a un cimitero. Alle stelle come giganteschi ossari lucenti. I pianeti tombe orbitanti. E le galassie, dentro cui tutto ciò si muove e danza, delle tremende sfere di morte che ruotano senza meta. L'universo comunque lo si veda è la nostra bara.
Non stupisce allora l'aver riposto per venti secoli sogni e speranze in un morto appeso alla croce. In cos'altro si può rivedere un uomo che guarda il cielo?
E quando sediamo nel buio della notte, è il cadavere dell'universo a illuminarci da tutti gli spazi.



Aggiunte in seguito...



giovedì 30 novembre 2017

Le puttane




Troia. Zoccola. Puttana. Sgualdrina. Bagascia. Mignotta! eccetera eccetera. Ci sono tanti altri modi per dirlo, senza contare le infinite diciture dialettali. Ma la puttana - per ora le darò quest'unico nome - cos'è?
Il dizionario dice "donna di facili costumi", e ancora "donna che concede prestazioni sessuali a pagamento". Non solo, esiste anche il Figlio di puttana, che indica persona disonesta, corrotta, capace di ogni atto.
Ignorando quest'ultima annotazione, la Puttana è dunque una donna di facili costumi, o una donna di facili costumi che dà il suo corpo a pagamento. Insomma, non è proprio la stessa cosa. Puttana è senz'altro un termine negativo, un'offesa, la donna di "facili costumi", cioè la ragazza che si concede, perché offenderla? Le si dovrebbe anzi dare il merito che le spetta.
Facciamo un po' di ordine. Se una donna va con uomini a pagamento è una puttana. Se va con molti uomini è una puttana. Se tradisce il suo uomo con un altro è un puttana. Se, infine, non fa neanche sesso, però si rende antipatica, è una puttana lo stesso.
Termine usato a sproposito come nessun'altro, il significato della puttana va perdendosi via via che lo si usa, divenendo sterile e privo di concetto. Da qui l'uso interpretativo e del tutto arbitrario che se ne fa.
Sapete, io me ne sto qui a blaterare idiozie sulle puttane non perché mi interessisul serio. Oddio, a onor del vero, non ho mai approvato l'uso massiccio che si fa di quella parola, fosse per me lo limiterei alle donne che si fanno pagare, e possibilmente dandogli un'accezione positiva o quasi, ma tutto sommato... ne posso anche fare a meno.
Solo che non lavoro, ho già fatto attività fisica, non ho fame e ho letto tutta la notte. A dicembre, in casa che altro si può fare? Sì, tante cose per carità, ma io per lo più scrivo.
Torniamo a 'ste bagasce allora. Quelle vere intendo, cioè le uniche che esistono. Andarci è generalmente considerato sconveniente.
Sì qualche ragazzo lo dice apertamente, ma i più negano. E si nega, questa cosa, vieppiù crescendo e con noi le nostre responsabilità. Un capo famiglia non lo ammetterebbe mai, neanche con gli amici.
Non si fa, non sta bene, non ci si deve andare. Trovati una ragazza, non tradire tua moglie.
Ma sì per carità, è tutto giusto. Io poi non ci vado. Intendiamoci, se ci andassi lo direi senza problemi. È successo tanti anni fa, ma è storia passata. Non c'è un motivo particolare, semplicemente lo trovo squallido. Ma, attenzione, lo trovo squallido su di me, verso di me. Per chi ci va, per quelli che si servono del sesso a pagamento, sia questo rubato al ciglio di una strada o sapientemente organizzato in un appartamento, ho la massima comprensione. E non è una comprensione formale, d'aspetto: è vera.
Perché tenersi la voglia quando, se tutto va bene, incontreremo una ragazza giusta per noi fra sei mesi o sei anni? Soddisfare un bisogno del genere è cosa normalissima, eppure molti se ne vergognano. Temono d'essere giudicati, derisi. Cent'anni fa deridevano chi non andava nei Casini. Non eri Uomo finché non frequentavi regolarmente una casa d'appuntamenti. Prima e dopo il matrimonio. Veniva persino sopportato dalle mogli, le quali tra l'altro arrivavano al matrimonio vergini, ignare dei sommovimenti umidi che vivono al di sotto delle lenzuola, ritrovandosi appiccicate a dei mariti carichi di depravazioni allenate nei bordelli. Inorridite da cose che credevano impossibili, reagivano - immagino - con tutto il loro pudore. E non mi stupirei se in poco arrivassero a disprezzare il loro sposo.
Ma sì, era una cosa normalissima. La moglie, nella concezione patriarcale deceduta qualche anno fa, è un'incubatrice per i figli, un essere da preservare nel silenzio. Non ci puoi fare tutto quello che vuoi. A volte non ti va neanche di farci niente. I Casini avevano un ruolo sociale: regolavano la sessualità.
Mi direte che oggi non c'è più quell'esigenza, che il sesso è libero, e che chiunque riesce a rubare un po' d'amore. Basta uscire di casa.
Ciò è vero solo in parte. Oltre a chi per problemi suoi non riesce a trovare consolazione in una donna, c'è tutto un altro esercito di maschi logorati ai quali l'età ha riservato la più nera delle amarezze, l'essere non più riconosciuti come tali. Parlo degli anziani.
Ignoro totalmente i bisogni di una donna anziana, magari avrò modo di scoprirli in seguito, ma un anziano, un vecchio, è ancora uomo, prova desiderio, e con gli accorgimenti del caso può svolgere un'attività sessuale completa. Ma con chi? indebolito dagli anni volati via, ha bisogno di stimoli intensi per ritrovare l'ardore necessario, per far secernere alle sue ghiandole la passione di cui necessita.
Simulacro diroccato della femminilità, una vecchia non potrebbe mai riuscire nell'impresa.
Si pone dunque la necessità di riavvicinarsi a donne più giovani: è forse ciò possibile per un vecchio?
Signori miei, diciamocelo, l'unica via di uscita da questa situazione sono le puttane, o il naufragare definitivamente fra i tavolini di un bar, annegando le proprie pulsioni nel vino.
Quanti anziani ci sono in un paese occidentale? diciamo un terzo della popolazione? metà sono maschi, quindi un sesto. Abbiamo quindi solo da noi dieci milioni di maschi in avanti con l'età, e se una metà di loro si è già arresa alle proprie prigioni quotidiane, imputridendo a tempo pieno su qualche divano, l'altra metà intende soddisfarsi.
Avete mai pensato a vostro nonno arrapato? forse è ora che ci facciate un pensierino.
Via, la chiudo qui. Mi sono distratto e un'oretta è passata. Io non cucino più, ero un discreto cuoco ma di recente ho deciso che non lo farò più. Perché? non lo so non  mi va non mi frega più un cazzo.
Fuori piove e non posso uscire (non ho la macchina).
Un giorno mi piacerebbe parlare del fatto che in Italia, se non hai una tua automobile, o strappi un passaggio o te ne puoi stare tranquillmente in casa a guardarti le mani.
Va be, un'altra volta magari.

Un'aggiunta.
Non sono in grado di mettermi nei panni di una prostituta. Molte sono costrette a farlo, molte altre hanno fatto una scelta. Come vivono queste donne? vivono, io penso, male, come tutte le altre, e certe di loro forse anche peggio.
Pochi anni fa feci una cena con vecchi compagni di lavoro. Dopo aver bevuto un po' andammo in un'unica auto a cercare qualche signorina sulla strada, come fanno molti maschi, per parlarci un po'.
C'erano delle nere, stavano tutte in un muchio. Alcune più intraprendenti, altre nascoste. Naturalmente ci hanno chiesto cosa volessimo, il prezzo, le prestazioni offerte (il loro linguaggio mi sbigottisce e mi fa ridere allo stesso tempo), e la più ardita è entrata (io ero davanti) e mi si è seduta sopra e si muoveva tutta. Si è strusciata così tanto che temevo mi chiedesse dei soldi.
Tra di loro c'era una ragazza pallidissima, così pallida da non sembrare neanche nera. Non ricordo bene come fosse fatta, ma piangeva senza dire una parola. Dato che la osservavo una sua compagna l'ha spinta verso l'auto, dove, con frasi che non ho compreso, a voce bassissima, mi ha detto qualcosa.
Spesso mi inganno sulle persone, ma lei certo non voleva trovarsi lì, stava visibilmente male, nel fisico e nella mente. Avrei voluto portarla via, magari da qualche prete (dove poteva pure andarle peggio), ma che volete, non me la sono sentita, non potevo. Nessun'altro dei ragazzi con me quella sera l'ha notata, o comunque non ne hanno parlato. Spesso davanti all'orrore della sofferenza umana non abbiamo parole spendibili né gesti attuabili, possiamo solo girarci dall'altra parte.
Difficile farsi un'idea omogenea delle puttane. Lei era triste, ma ce ne sono anche di allegre. Insomma, forse dovrei proprio conoscerne una o più d'una. Ma solo per capirle meglio eh, figuriamoci se mi metto a scopare.

~Scritto e non riletto~


martedì 28 novembre 2017

Pensierini scolastici nell'ora di punizione





Chiedetemi tutto ma non di ragionare.

Cit. anonima.


L'anno finisce. È stato un ottimo anno. È stato un anno pessimo. Bene e male vi si confondono in dosi assurdamente perfette. I pensieri più amari li si trasforma in aforismi per lasciarli scritti da qualche parte, sbarazzandosene per un po'.

Il collezionista

I collezionisti mettono il loro cuore in una busta di plastica come gli oggetti che accumulano per non amarli. L'unica realizzazione raggiungibile per loro è quella di un possesso disincantato, nel dimenticare cosa si possiede.

Polemos

Non si può essere innamorati e allo stesso tempo polemizzare col mondo. La polemica, guerra di concetti, si addice solo ai feriti e agli insoddisfatti. Non è nell'acriticità dell'amore la sua collocazione, ma nel subito dopo.

Da solo

Cioran scrive che il dovere di un uomo solo è di essere ancora più solo. Non capivo questa affermazione. Poi sono caduto all'improvviso in una grande solitudine. Così ho detto a me stesso: "se avessi saputo essere più solo, ora non patiresti questa mancanza". E li ho compreso cosa Cioran volesse dire. E che non sono d'accordo.

Il desiderio

La civiltà moderna, avendo abolito insieme alla religione l'affettività tra le persone, trova il suo unico compimento nell'azione di due forze: l'autoappagamento e l'egoismo. In un bosco così scuro, solo il fiore più raro è rimasto immune da questo mutamento, la sua luce può uccidere di bellezza un uomo.


Sincerità

Sesso strampalato, seguace dell'utopia, il maschio ha la capacità di illudersi fino allo sfinimento, per periodi di tempo spaventosamente lunghi. Anche fagocitato dalla realtà, masticato fino all'osso, mantiene pur sempre una certa aria sognante.
Per le donne è diverso. Appena aprono gli occhi, persino nei loro sogni si cela una ragnatela metallica di pragmatismo. Inutile confrontarci abilmente con loro, ne usciremo sempre doloranti e irrimiediabilmente intrappolati.
Dev'esserci senz'altro un'altra soluzione, e difatti c'è: improvvisarsi autentici.

La tomba

Mi sembra di essere in un mausoleo dove tutto grida il suo nome.


Autunni

Inividiosi delle foglie, certe mattine vorremmo anche noi essere presi in consegna dal vento per lasciarci trasportare in un altro angolo di mondo. A emularne le marcescenze.

Un bacio

Potrei morire in cambio di un suo bacio, eppure mi arrabbio se trovo un capello nel lavandino. In noi convivono un Dio e un satrapo.

Il suicidio

La fissazione per il suicidio è propria di colui che non può vivere né morire. Così dice Cioran.
Ha definito chi pensa ossessivamente al suicidio incapace di uccidersi. Chi ne è ossessionato vi pensa troppo per farlo. Per riuscire in quel gesto estremo occorre una volontà quasi istintiva, la sconsideratezza di non avervi mai pensato.
Ragionato, vissuto mentalmente centinaia di volte, si disinnesca, non può più esplodere illuminandoci di morte.
Avremo così ucciso il suicidio, superandolo, sostituendolo con elaborate rappresentazioni teatrali nella nostra mente, ridicole quanto affascinanti, per abbracciare un'altra vita, dove in tutta onestà, e in un certo senso, potremo dire di aver già sperimentato la morte, senza averle però teso la mano.

L'anno nuovo

Voglio che novembre finisca. Che finisca quest'anno. Non voglio che finisca perché aspetto quello nuovo. Desidero solo che abbia fine e non ci sia più niente oltre questo.
Del resto...sì, qualcosa ci sarà senz'altro. C'è sempre qualcosa. Magari una cosa interessante, che potrebbe piacermi... ora non posso pensarci.
Mi piace saperlo invalicabile quest'anno, l'ultimo. Sull'orlo della sua mezzanotte io e gli altri ci affacceremo sul bordo del tempo a guardare il vuoto della fine, e senza dolore vi annegheremo dentro, per sempre naufraghi di un mare fermo.


La bestia

Ho sempre ritenuto normale interessarmi solo a me stesso, dando poco o niente agli altri. Probabilmente sono solo uno stronzo, eppure un motivo dietro questo comportamento deve esserci.
Scusa forbita per le nostre mancanze, la psicologia ci viene incontro trasformando le nostre miserie per elevarle a simboli.
Allora, alla luce di questa rivelazione dimenticata, l'abbandono di mia madre quand'ero piccolo potrebbe avermi spinto ad aspettarmi la stessa cosa da...tutti. E quindi a non fidarmi di nessuno. Del resto sono solo supposizioni, mentre io rimango indubbiamente uno stronzo. Ma uno stronzo consapevole, che è un po' come esserlo due volte.

Motivazioni

Mi hanno sempre stupito le persone che riescono a motivarsi per loro stesse. Che trovano in loro e per loro significato e stimolo. A me è possibile trovare energie solo altrove. In un'idea, in un'altra persona. Mi stimo, eppure per me non farei nulla. Debolezza? forse. E il desiderio di servire qualcosa di più grande, di accostarsi a quel lucido frammento di infinito in cui specchiarsi eterni.

La vedova

Aspettava suo marito tutti i giorni sulla staccionata alle sei. Un giorno il marito non tornò.
Era con una vedova.

Inganni della mente

Vorrei tornare con la mente a quando il mondo era un gioco dalla smisurata durata.
Vorrei tornarci dentro e ritrovare la voglia di giocare col mondo.
Poi vorrei prendere tutte le cose ritrovate farne un bel pacchetto e gettarle via, rinunciare a tutto per quell'unica cosa che non posso avere. E perdere tutto, anche quella cosa.
E ripensandoci tornare indietro con la mente a quando il mondo era un gioco.

Il morto

Ho veduto solo una volta una persona cara agonizzare e morire, era mio zio e io avevo dodici anni.
Costretto a letto ma lucido, con l'immancabile sigaretta e il suo aperitivo, mi mise persino allegria. Poco dopo, sicuro che non ci fosse nulla per cui abbattersi, chiesi scherzosamente a mia nonna quanto gli restasse da vivere. Pochi mesi se va bene, mi disse.
Vi rimasi di stucco, ma in nessun modo volli far vedere il mio dispiacere.
Poi, quando mi condussero a salutarlo, non seppi dire nulla, neanche una parola, la bocca stretta e gli occhi gonfi di lacrime. Com'è possibile, pensavo, che quest'uomo che non è mutato in nulla da quello che conoscevo stia per morire? E ora, qui davanti a me, come può riderne? Sì, lui certo non sa nulla.
Così mi costrinsi a non cedere al dolore. Poco dopo in bagno piansi come deve aver fatto il primo uomo davanti alla morte.
Quando è mancato io non c'ero. L'ho rivisto nella sua tomba, su quella foto schiaffeggiata dalla luce delle candele. Tra quei fiori vecchi, in quell'aria satura di sfinimento, pensavo al tempo che occorre ai vivi per dimenticare i morti. E all'altro tempo, quello dei morti, che non è più, ma che mi sembrava di percepire osservandone il silenzio. Ero per un attimo entrato in quell'interruzione degli istanti che è tutt'uno col cimitero.
Una voce famigliare mi rubò a quel nulla pietrificato.

Le lacrime

Ogni lacrima che versiamo, unica fra le altre, è perduta per sempre. Il loro numero è chiuso e il lago del pianto soggetto ad esaurirsi. Piante tutte quelle che avevamo resteremo a occhi asciutti vedersi svolgere l'irreparabile; il lamento del cuore a scandire l'inferno.

Fisica della disperazione

Nei momenti di disperazione non riusciamo a stare fermi, ci dimeniamo da un lato del letto all'altro, attraverso le stanze su tutti i marciapiedi percorribili. Ma non siamo interamente noi a volerci spostare. È la nostra mente, o meglio, ciò che la assilla.
Più ci agitiamo da una parte all'altra e più speriamo di lasciare quella cosa da un'altra parte. Di dimenticarla in giro.
Da contenti siamo delle sfingi idiote. Persi in un enigma che ha in sé la sua soluzione, sfioriamo l'immobilità di un budda. Salvo di tanto in tanto esibirci in una sciocca danza, in un'esplosività ridente.
Ridere da sciocchi, invero, ma mai quanto il dimensarsi del disperato.

Non ti amo

La forza più potente dell'universo non è l'amore, bensì l'amore non corrisposto. Se l'amore abbatte i muri, quello non corrisposto li disintegra fin nelle fondamenta. Sovrumana energia negativa, potrebbe illuminare le nostre città solo scaturendo da pochi individui.
Peccato che la sua forza non sia in grado di alimentare niente all'infuori della nostra delusione. Elettrizzandola di giorno in giorno.

Il mostro

Quando l'amore diventa un mostro dobbiamo ucciderlo. Atto sempre crudele verso noi stessi, perché a dover morire è una nostra parte, e la sua morte lenta, un'agonia protratta nel tempo. Muore soffocando il nostro amore, e a farlo impiega un tempo che così come viene percepito si dimostra inquantificabile, smisuratamente immenso. Durante ciò, appare del tutto normale la nostra mancanza di fiato.

Un russo

Dostoevskij diceva che per un grande dolore anche uno sciocco può diventare intelligente. È senz'altro vero, ma ha dimenticato la parte più importante, ossia che per un grande dolore anche una persona intelligente può diventare sciocca. E talvolta deve.

Se potessi

Se potessimo avere tutto ciò che vogliamo, non vorremmo più niente. Non potendo ottenere quella sola cosa che ci interessa, desideriamo essa soltanto. Se poi, per assurdo, potessimo avere o tutto o quell'unica cosa, quale sarebbe la scelta migliore?
Si potrebbe esprimere il desiderio, compreso nel pacchetto del tutto, di non desiderare più quella cosa, e godersi il resto. Tuttavia, davanti al fantomatico Genio, prima di formulare questa richiesta, sarebbe prima necessario esprimere un altro desiderio: avere il coraggio di rinunciare a quella cosa.
A questo punto anche la divinità più comprensiva finirà per abbandonarci. Sfinita da tanta indecisione se ne andrà senza voltarsi. Lasciandoci senza quel tutto-universale che a malapena poteva distrarci dalla cosa agognata e senza possibilità di dimenticarla.

Il mostro II

Mi hanno detto che uso le persone. Non è la prima volta, non sarà neanche l'ultima. Io non ho l'impressione che sia vero. E non sarà l'ultima volta che ho questa impressione.
Però ho sempre pensato che le persone, anche nella forma più alta dei loro rapporti, si usino meravigliosamente a vicenda.
Per essere completi dobbiamo usarci, e usarsi significa completarsi, e completare. Per sempre o finché non si desiderano altre completezze.

Proverbio

Chi non sa stare con se stesso non saprà stare neanche con gli altri. Così posto, questo pensiero parrebbe un'assioma sempre valido. Eppure vi è una moltitudine di individui che senza potersi neanche sopportare bazzica allegramente le compagnie più disparate, a loro agio come ippopotami in un pantano.
Andrebbe forse modificato il suddetto proverbio, o quantomeno adattato: Chi non sa stare con se stesso è condannato a stare sempre con gli altri. Trovo che così sia molto più efficace, nonché spietato.

Pensierini scolastici nell'ora di punizione

Delle elementari ho ricordi sbiaditi come un sogno al mattino, ma le cose sono due: o la mia maestra mi odiava, o ero già un mostro. Fatto sta che ogni dannato giorno, durante la ricreazione, mi beccavo cinque minuti di punizione. Non ricordo quali fossero le mie condotte, probabilmente già non piacevo agli altri, o ero inadatto a seguire le regole. Ma la punizione arrivava sempre.
Consisteva nello scrivere pensierini su un quadernino, il Quadernino dei Pensierini, appunto. Potevano essere cinque o dieci minuti di punizione, e sovente ne prendevo di quest'ultimo tipo.
In quel lasso di tempo dovevo scrivere qualsiasi cosa mi venisse in mente, ed è proprio quanto facevo. Funzionava così: Pensierini:

La casa in inverno è fredda, in estate è calda. La temperatura della casa varia in base alla stagione.

Oppure:

Mia madre cucina la pasta a pranzo e la carne alla sera. Cenando vediamo la televisione.

E così via, per minuti, ore, per intere stagioni. Tutto quello che mi veniva in mente lo scrivevo sui quei quaderni, a fine anno ne avevo più di venti!
Ero indiscutibilmente il campione dei pensierini.
In una rara ricreazione senza punizioni giocavamo alla conta noi ragazzi e le ragazze. Si contava, si sceglieva una persona e poi bisognava indovinare in quale mano tenesse una perlina. Toccava a me fare la conta e mi fermai proprio su una ragazzetta di cui a malapena ricordo il volto, un po' antipatica con un unico grande sopracciglio che andava da orbita a orbita. Seduto, guardandola dal basso, sono sicuro di avere in quel momento per la prima volta guardato veramente una donna negli occhi. Abituato agli sguardi innocenti da bambino, mi sono trovato a precipitarci dentro.
Poi subito dopo ero convinto di piacerle, forse con le idee di uno scolaretto credevo mi amasse.
A chi dirlo se non al quadernino? dopotutto mi era stato intimato di versarci i miei pensieri. Così lo feci.
Scrissi, se non ricordo male - ma senz'altro è così -, che avevo una ragazza. Una ragazza! che c'eravamo guardati, toccati le mani, e poi chissà cos'altro. La maestra, mia prima lettrice, nell'imbattersi in quella dichiarazione volle vederci chiaro. Venne fuori un gran trambusto, compagni che ridevano e noi che arrossivamo.
Non ricordo assolutamente come sia finita. I quadernini dei pensierini di punizione li ho persi tutti. Ho perso anche il nome di quella ragazza.
Ora, su altri quaderni, scrivo gli stessi pensieri. E penso agli occhi di una ragazza.











venerdì 24 novembre 2017

Dialogo con un'amica




A = amica
I = io

In un pomeriggio freddo e ventoso d'autunno.

A - Come ci siamo arrivati su questa terra?

I - Iniziamo col botto! se intendi noi come vita dev'essere stata colpa di qualche brodo primordiale difettoso o una meteora infetta. Se parli di noi due, beh, siamo il risultato di migliaia di generazioni di uomini. Il che francamente è scoraggiante. Insomma, pensare che una motitudine di persone sono nate, hanno vissuto, sofferto, veduto perso e pianto solo per far nascere noi due, io e te, mi fa sbellicare. Anche se sono molto triste.

A - L'essere umano che prospettive ha?

I - Abbiamo la prospettiva del luogo in cui ci troviamo. Ad esempio se fossi in cima al primo palazzo della prospettiva Nevskij vedrei un lungo viale, tetti e edifici lontani. Mi rifiuto di dare una risposta d'altro genere. Non ne ho voglia e abbiamo appena iniziato a parlare.

A - Dove ti collochi in questa vita?

I - Ora non sono interessato a una collocazione precisa. Ciondolo qua e là. Dire che non sono interesatto però è inesatto. Non mi trovo capace di orientarmi, ecco.

A - Per realizzarti cosa vorresti fare?

I - Ci sto pensando. Da piccolo mi piaceva spiaccicare grilli sulle Alpi. Magari tra i bifolchi di montagna è un lavoro.

A - E se qualcuno ti desse l'opportunità di spiaccicare grilli in montagna, ci andresti?

I - Sì, perché no. Tutto qui.

A - Sei falso. Ora preferiresti un grande amore che ridia gioia alla tua vita, o vincere centomila euro.

I - Le due cose sono simili. Sceglierei l'amore. Anche se forse i centomila euro mi durano di più.

A - E fra un grande amore e una grande amicizia?

I - Rinuncio senza dubbio all'amicizia, che fra l'altro non ho mai capito cosa sia. L'amico è un essere vago, un'abbreviazione sintattica. Io ho dei sodali, ognuno dei quali ha un suo ruolo e una sua importanza nella mia vita. Ma, anche qualora ti riferissi a quel tipo di "amicizia", sceglierei comunque di rinunciare ad essa. Infatti i compagni di viaggio possono essere molti e con uno di meno si può andare lo stesso. L'amore è uno soltanto, e la sua assenza difficilmente bilanciabile con altro.

A - Hai mai avuto quel tipo di amore?

I - Ne ho avuti alcuni, con esiti diversi. Ora me ne vengono in mente tre o quattro. Sì, no quello no. Diciamo cinque. Ma non mi va di scendere nei dettagli.

A - Se ne hai avuti cinque non erano per tutta la vita.

I - Alcuni non potevano esserlo. Altri potevano ma in condizioni sfavorevoli si sono spenti. Alcuni lo sono tutt'ora. In teoria tutti potevano essere per la vita. Poi dipende se alla vita va bene o meno

A -  Sei capace di amare?

I - Quante domande sull'amore... sì, sono capace.

A - Allora quand'eri piccolo non ti è mancato l'affetto.

I - Non mi è mancato nulla da bambino, in tutti i sensi. Capisco cosa vuoi dire. Forse non ne sono capace o lo sono solo in parte. Ad ogni modo è una capacità variabile, o quantomeno lo è per me. Sono soggetto ad alti e bassi. Insomma dipende da così tante cose...

A - Adesso, in questo momento, cosa vorresti?

I - È un esercizio mentale col quale di recente mi sono punzecchiato spesso. Voglio un crodino alla vodka!

A -  Posso esaudire tre tuoi desideri. Cosa scegli?

I - Qualsiasi cosa o ci sono limiti?

A - Te li offro io e ti dico quali. Però devi accettarne uno.

I - Accetto. È stato facile.

A - 1 Puoi far guarire tua madre
2 un buon posto di lavoro
3 io e te restiamo amici per sempre

I - Scelgo il lavoro. Anche se non si è mai sentito di qualcuno che desidera lavorare. Il resto non crollerà, spero.

A - Ora chi c'è al primo posto nella tua vita?

I - Ora davvero nessuno, solo bei fantasmi. Tutti gli altri sono seduti in terza fila.

A -  Forse hai bisogno solo di contorni.

I - Spiegati meglio.

A - Contorni sono le persone che ti fanno comodo.

I - Ho bisogno anche di quello. Ed è ovvio che tutte le persone che frequento mi siano comode, ma nel senso che ci sto bene. Altrimenti sto in casa a sentire Bach.

A -  Sei furbo. Anche con te stesso. Menti e ti menti. O dici la verità? Dai risposte cerebrali e ti nascondi.

I - Lo facciamo tutti, e del resto è molto più conveniente darle col cervello che col cuore. Devo anche dire che più o meno tutte le domande che mi hai fatto finora sono oltremodo fastidiose, specie in questo momento. Per cui, sì, un po' mi nascondo.

A - Hai la testa separata dal cuore. Uccidi le emozioni ragionandole.

I - Non so cosa dire. Non ho proprio voglia di parlarne.

A - Hai ancora quella foto che mi facesti al mare di spalle?

I - Era orribile, l'ho cancellata.

A - Oribile perché ero girata? Non si possono guardare le persone sempre allo stesso modo. Di lato, di spalle, a testa in giù siamo sempre gli stessi.

I - Capisco. Però l'ho cancellata.

A - Che persona ti sembra di essere in base alle risposte che mi hai dato?

I - Ultimamente, ti dirò, per alcune circostanze ho pensato di essere un cazzo di mostro, il che potrebbe influenzarmi nel giudizio. Va be dai, diciamo che sono un mostriciattolo.

A -  Sei narcisista ed egocentrico, e sei tu a fare da contorno agli altri senza accorgertene.

I - Ascolta: Ho scambiato la mia stella del mattino, con un po' di brace morente/che ora è cenere nel camino/tranne i rimorsi non ho più niente. Ti piace? la scrivevo mentre mi insultavi.

A - Sei stanco della vita.

I - Sono stanco di un certo tipo di vita (meno male che dovevamo alleggerire il discorso).

A - Dove vorresti fare un viaggio?

I - In questo momento mi piacerebbe chiudermi in casa con qualcuno di cui apprezzo la compagnia. Un viaggio, se proprio devo debbo, mi vorrei farlo in un altro mondo, ossia nel luogo più distante da questo. Squalificati tutti i conventi, degradato a meta turistica anche l'ultimo eremo, fuggirei volentieri in qualche strano oriente magico di profumi.

A - Ad esempio il Tibet?

I - Mi sa che in Tibet c'è poco ossigeno per me. Inoltre prima ho mentito. Non ho nessuna voglia di viaggiare, non da solo.

A - E allora cosa cavolo vuoi fare?

I - Parola mia che non ne ho idea. Appurato che non fare niente ottiene scarsi risultati, ma anche che non ho la vocazione a inventare piani di vita, al momento mi sento come un Re degli scacchi rimasto solo contro l'altro Re e la sua torre. Non posso, come lui, che tergiversare tra una speranza invisibile e la resa.

A - Non ti annoia vivere così?

I - Frequento poco la noia, ci teniamo l'un l'altro alla larga. Sono pieno di interessi e abituato a vivere rinunciando a molte cose. A volte però è terribile.

A - Che vita inutile.

I - Utile, inutile, a cosa, a chi? Un modo di vivere vale l'altro. Il mistico che passa la sua vita a salmodiare lamenti a Dio nella sua cella ottiene la stessa ricompensa di un Cesare che regna sugli uomini. L'universo non dà premi duraturi né conferisce medaglie alle intenzioni. Certo, vorrei essere felice. Ma chi non lo vuole?

A - Qual è stata la tua massima felicità?

I - Ecco, io credo che la felicità non sia così importante. Vista anche la sua natura instabile, mutevole, inafferrabile, farvi affidamento è un azzardo, tanto più che è così rara e talvolta, per scarsa affinità, irriconoscibile. Preferisco la serenità, variante senile dell'esser felici.
Ad ogni modo... lo sono stato poche volte, e senza sforzo le ricordo tutte. Per l'esattezza sono momenti preziosi incastonati nella mia mente, al massimo una decina. Ma si tratta di scrigni che non apro spesso, perché la memoria appena ne ha l'occasione prova a ferirci.

A -  Stasera vai a divertirti?

I - Esco. Ma non è detto che mi diverta. Inoltre le cose che amo fare non implicano per forza il divertirsi. Mi spiego meglio: divertirsi vuol dire ridere come scemi, non capirci più niente. Io, invece, coltivo passioni, e voglio capire attimo dopo attimo cosa faccio.
In effetti, a essere sincero, c'è l'alcol. In quei casi allora si finisce davvero  a non capirci più niente. Ma quello non è divertimento, è solo un mettere in pausa la realtà.

A - Quindi come esci di casa così torni. È un giro inutile.

I - Cosa vuoi che ti dica... stare in compagnia ci distrae da tutto il resto. In questo periodo la mia presenza mi dà sui nervi, ho bisogno di annegare negli altri.

A - Vuoi un caffé?

I - Ma sì.
Buono.

A - Hai mai toccato una ragazza coi peli che piccano?

I - Che domande... può darsi. Non è importante.

A - Ma non ti dava fastidio?

I - No. Non sto certo a pensarci. Poi che sarà mai.

A - Faresti sesso con una sconosciuta?

I - Con una sconosciuta no. Prima o poi le chiederei come si chiama. A parte gli scherzi, dubito possa capitarmi, ma probabilmente no. Certo, dipende molto dalla donna in questione. Non penso esista una risposta certa.

A - Sei mai andato con una prostituta?

I - Tanti anni fa. Forse ci andrei ancora. Sai, ai maschi piace profondamente andare a puttane. Se un uomo dice il contrario sicuramente sta mentendo.

A - Però si paga.

I - Cinicamente potrei dirti che si paga tutto. Ma non si tratta solo di quello. Al maschio piace tornare a una dimensione dove lui cerca una preda e col potere (dei soldi) la sottomette. Dentro siamo fatti così. Comunque no, ora a pensarci meglio non ci andrei più. Chissà perchè.

A - Chi butteresti giù da una torre tra Filippo, me e Aldo?

I - Mi butto giù io di corsa. Ma se devo proprio scegliere qualcuno butto filippo dopo averlo fatto bere. Così so che non si fa niente.

A - Non uscire stasera, resta con me.

I - No grazie. Ci sono poche persone con cui resterei solo stasera. Ma che dico, in verità non ce n'è nessuna. Anzi una ci sarebbe ma è come se non esistesse più.

A - Chi?

I - Non mi va di parlarne. Cambiamo argomento oppure chiudiamo qui del tutto.

A - Torna presto perché già mi manchi.

I - In qualche modo torno.

A - Ah, a proposito, volevo chiederti di tornare diverso.

I - Puoi scommetterci. Quando tornerò sarò un altro.

A - È una bugia.

I - Ovvio che lo sia. Ma magari non lo è.

A - Se passi una bella serata poi domani stai meglio.

I - Vivo in un periodo avido di oblii. Ho sempre gli occhi spalancati sull'irrimediabile.

A - Se fossi un uomo proverei le donne di tutte le razze per sentirmi bene.

I - Sì. A me va bene anche solo parlare con qualcuno, stasera.

A - Vado a farmi la doccia.

I - Io a ricopiare l'audio al pc.

mercoledì 22 novembre 2017

Foglie Marce

Foglia morta su binario



Più invecchio e meno la natura mi piace. Sempre più chiaramente scorgo in essa un'insoddisfabile avversità, la crudeltà dei vasti progetti male organizzati.

Reso incredulo dalla morte del suo amante Antinoo, l'imperatore Adriano fece costruire in suo ricordo una città, Antinopoli.
Al contrario di quel sovrano colto e illuminato, vorrei ricordare l'amore perduto distruggendo tutte le città che esistono. Non in uno spazio ben organizzato troverò conforto, ma nella affabilità delle macerie.

Dopo l'oblio del sonno è il primo pensiero del mattino a indirizzare per il resto della giornata gli eventi e i nostri ragionamenti successivi.
Ne consegue che appena svegli bisogna stare ben attenti a ciò che si pensa, o possibilmente non pensare affatto.
Come? l'ideale è un corpo nudo a fianco per distoglierci da tutto.

In un suo racconto Borges affronta l'esistenza di un uomo che ricorda tutto. Esiste sventura peggiore? Se la memoria non celasse nelle ombre craniche gran parte del suo bottino fatto di istanti, impazziremmo tutti. Come il suddetto personaggio del resto.
Che sollievo, ogni giorno, dimenticare qualcosa.

Mi sono invaghito di una ragazza vista al bar. Due chiacchiere, un sorriso. Un ridere sciocco. Sguardi avidi di promesse, di intenzioni. Finché poco dopo tutto scivola via, sparisce, e ci si toglie da una strada della quale eravamo riusciti a scorgere il fondo. Non è vero, non vado mai nei bar. Ma se ci andassi riuscirei a farne un dramma.

Il più nero e spaventoso abisso umano si trova negli occhi di una donna che non ti ama più.

Non sopporto di dover salutare gli altri, specialmente quando vado via. Forse perché, abbandonato da mia madre quand'ero piccolo, ogni distacco formalizzato mi ferisce. Per questo amo l'andarsene in silenzio, mentre fingo di non essere mai arrivato.

Non esiste situazione più pericolosa di chi si trova a regredire a un atteggiamento infantile quando perde qualcosa di prezioso.
Diviene allora così vulnerabile da ferirsi coi suoi stessi pensieri, e per uscirne deve crescere di nuovo.

Per certe nostre decisioni passate, ci diciamo, l'unica spiegazione possibile è che fossimo un altro. Abile scorciatoia del pensiero, che però spesso si rivela esatta.
Lunatici per predisposizione, la coerenza si rivela su di noi inadatta. Dopo ogni assenza nel sonno è un altro essere ad aprire gli occhi. La coerenza fiorisce solo nell'insonnia.
[Tuttavia vi è un certo piacere nell'essere coerenti, soddisfazione quasi estetica che prima o poi desideriamo sperimentare, e nella quale se troppo crediamo restiamo intrappolati, come un mammut tra i ghiacci.]

Se vogliamo una cosa e non possiamo averla, cerchiamo di non pensarci. Preso atto che è impossibile proviamo a desiderarne un'altra. L'inganno dura poco, la luce appena accesasi nella mente schiarisce e dietro c'è quella cosa che ci perseguita.
Intrappolati in un eterno ritorno dell'idea sarà solo l'abdicazione a ogni pensiero a salvarci, un salutare nulla, un metafisico buco in testa.

Tra gli anni settanta e ottanta l'industria del cinema dell'orrore, specie in Italia, ha conosciuto numeri importanti per qualità e quantità.
Oggi questa è pressoché sparita. Mi chiedo, non è forse molto più disposta l'attuale società verso paura, crudezza, ferocia gratuita e cattiveria rispetto a quella di quei lontani anni? Perché fermarsi proprio ora?
Qualcosa sopperisce al bisogno di orrore innato delle persone. La società stessa.

Il momento della giornata in cui un depresso si sente peggio è il mattino. Per me è invece tutto il contrario; appena sveglio ho venti minuti di inspiegabile euforia. Dura fino a poco più in là del caffé. Poi svanisce.
A dire il vero da qualche settimana non ho più neanche quei pochi minuti. Dopotutto non ho mai saputo cosa farmene.

Quando faccio qualcosa mentre sto male, poi tendo a non rifarla più, come a voler esorcizzare il dolore che mi ricorda. In questo modo evito decine di gesti e di luoghi. Prima o poi non potrò fare più niente da nessuna parte.
[Fare qualcosa mentre mi sento bene, invece, non lascia alcun campanello luminoso in testa. Niente di quello che abbiamo fatto, alla lunga, ci fa stare meglio, ennesima prova che la memoria riguarda solo il rimpianto.]

Una delle cose più sciocche è cercare con la mente di correggere il passato. Una natura misericordiosa ci avrebbe negato questa facoltà. Difatti non facciamo altro.

Davanti alla sofferenza, a un grande smarrimento, sovente le parole mi mancano e, inerme, mi è impossibile reagire. A cuore spento e occhi chiusi, come un mistico spero in qualche luce diffusa e in uno sbatter d'ali. Spiando le intenzioni mute degli oggetti cerco di estrarne risposte. Superstizioni ancestrali mi governano. Accecato dal vuoto regredisco a bestia e prontamente cerco una tana profonda.

Nel primo incubo di cui ho memoria mi trovavo in piedi di notte nel piccolo bagno di mia nonna, in una casa immensa. Una signora, anzi una vecchietta, vestita di rosso, con uno strano cappellino, spesse lenti sugli occhiali, borsetta e guanti, entra nel bagno e apre la bocca. È enorme, prima grande come tutta la faccia, poi di più, fino al petto, allo stomaco, alla fine come l'intero corpo. È piena di denti con una lingua enorme. Vuole divorarmi. Di corsa esco dal bagno e mi accorgo che quella enorme casa mi spaventa più di quell'orribile donna che mi vuole mangiare.
Così resto fermo in corridoio. Dal bagno non esce nulla. La casa è silenziosa.
Dissolvenza. Buio.
Neanche al primo incubo ho saputo decidermi a fare qualcosa.

Percorrendo da solo un lurido marciapiede mi annoiavo profondamente per il semplice fatto di trovarmi lì a camminare da solo senza nessuno a cui parlare. Senza neanche una persona a cui non si ha voglia di parlare.
Ho iniziato dunque a pensare a un'ipotetica campagna militare della Werhmacht di Hitler nell'Europa medievale. Poi, in mezzo ai passanti, ho iniziato a ridere come un matto.

Eravamo una decina di ragazzi e non ne conoscevo neanche la metà. A una festa di compleanno delle medie, poi diventata partita cinque contro cinque al campetto, e divenuta infine sfida interminabile giunta ai rigori. Nessuno sa parare, quindi in porta vado io. Non ricordo bene come ci siamo arrivati, ma ricordo l'ultimo rigore e che la gara fu combattuta. Sono le diciassette del pomeriggio ed è già buio. Piovono righe d'acqua sottili come un presentimento. È il più forte degli avversari a tirare. Io aspetto in porta. Tira. Non la vedo partire ma so dove va, salto e distendo il braccio verso destra e poi in alto, come se cercassi di volare con una sola ala. La mano tocca la palla con la punta delle dita, la sente, è quasi sua, poi la palla scivola sul guanto passa oltre e gonfia la rete. Gol. La partita è finita, abbiamo perso. Io resto per terra bagnato e dolorante (il campo è di cemento).
Nessuno dice niente. Non una parola, solo le esultanze di chi ha vinto. Nessuno mi dice che ce l'avevo quasi fatta. Io sapevo di avercela quasi fatta, però, e trovavo incredibile che nessuno me lo stesse dicendo.
Poi le madri chiamano dalle scalinate, dicono che piove e bisogna rincasare.
Tornando ho pensato che solo le sconfitte restano davvero. Solo le sconfitte durano. Le vittorie passano subito, si consumano vivendole. Ma l'aver perduto, il perdere qualcosa, non se ne va, mai, e la cosa perduta resta sempre lì con te, così vicina che pensi di poterla toccare con la punta delle dita, ma non abbastanza da afferrarla.


~sospeso~
















giovedì 9 novembre 2017

A una ragazza morta



Sei morta il giorno in cui copiose cadevano le foglie. Era un pomeriggio di fredda luce, e tu sei morta.
Ora sono qui, davanti alla tua foto intrappolata nel marmo, alla tua tomba. Non mi sto chiedendo dove sei, o a cosa stai pensando. Ti penso piuttosto in quella immobilità stretta e cieca, avida di rarefazione, di dileguamento, tutt'uno con l'ombra. E mi chiedo se ti giri mai. No, non lo fai.
Che se fra trent'anni un terremoto spaccasse il cimitero facendo a metà questo contenitore di ceramica e cemento dove dormi, scuotendo la bara, mostrandoti al cielo, chi di lì passasse ti troverebbe nella stessa posizione che hai ora, posizione che non vedo ma che immagino con spietata esattezza.
In quel tuo buio fermo non ti perdi poi molto.
Il sole illumina altri giorni, le stesse stagioni si rincorrono sempre più sbiadite e dopo un po' noi vivi ci si annoia.
Qualsiasi cosa ci faccia battere il cuore, tu lo sai bene, è una bella menzogna.
In questo spiazzo lugubre che odora di fiori vecchi e polvere, città dei sepolcri, cinto da cipressi cresciuti per esibire un lutto, mi sembra, fintanto che vi resto, che le cose mentiscano meno, o niente affatto.
A te che sei lì dentro, e che mi sembri più vera di tutti i vivi che conosco, a te dico che a volte non so più cosa ci faccio io, qui, sotto al sole, contro il vento, contro tutto, e che avrei tanta voglia di pace e di silenzio. Di tempi morti.
Quando il Dio dei defunti ti verrà a trovare, da tomba a tomba accendendo le tenebre, digli che ci penso già da un po' alle sue mani putrefatte, che con fare adagio strappan la vita. No, non badarci, sono solo momenti, domani andrà meglio. Servirebbe una Morte per le sciocche frassi fatte, sai?
L'inverno che sta arrivando ti troverà già gelida, e bella come una dea antica, con la tua pelle di zaffiro lavorato e i tuoi occhi che chiusi vedon tutto; e quando quell'unico giorno dell'anno, di un anno che viene ogni diecimila, anche il Dio di lassù fermando il tempo ti farà visita, lo accoglierai in silenzio. Lui aprirà dal buio una finestra e la sua scia di luce uscendo illuminerà il tuo volto dolce di sonno, fiocchi di neve irreali cadendo ti accarezzeranno, addormentandosi sul tuo corpo. Qualcuno, sciogliendosi negli occhi, formerà una lacrima gelata, che scendendo viaggerà il tuo viso, abbracciandolo, le tue labbra arse, baciandole, per poi gocciare sul tuo amaro letto.
Dopo questo tornerà il buio e sarà forse per sempre. Dio fuggirà sconvolto nelle sue lontananze, tu resterai nelle tue. Fino al giorno del giudizio, che non verrà mai.
Finirà, certo, questo universo, non aver paura, sparirà logorandosi piano piano, e quando tutto sarà esausto di stanchezza, separato da distanze sovrumane, e un terrificante vuoto-nero veleggerà là dove una volta occhieggiavano le stelle, il tuo giaciglio sarà immutato, le tue mani intatte.
Gli Dei nuovi ti troveranno, Dei finalmente buoni, amici della vita, e tu, trasmigrata da una creazione all'altra, rinascerai di certo, in un nuovo e giusto cosmo. Questo dal quale ti parlo spero lo avrai dimenticato.
O forse meravigliata udirai queste mie ultime parole, che un'eco disperata ti porterà, per poi subito dimenticarle, al risveglio, come si dimentica un sogno.
Oppure nulla di questo.
Sei morta il giorno in cui impazzivano le foglie. Un pomeriggio vuoto di sole, e con te sono morto un po' anche io. O almeno così pare.
Una fine pioggia mi bagna il viso. Leggera, acqua passeggera, cade lieve a consolare piante, le lapidi e il mio volto. Appoggio una mano sulla tua foto, un ultimo pensiero e vado.
Ti rivedrò tornando qui, chissà quando, o già stanotte, se Madre Morte vorrà trovarmi, portando te a prendermi per mano.


venerdì 3 novembre 2017

Ballata degli amici Morti


Morte in ordine li prese:


A per Alessandro, crocefisso in agonia
morta la pietà, restò appeso sulla via

B a Biancamaria consumata dall'odiare
quando vita rese se ne andò senza guardare

C appartiene a Carlo, che s'è impiccato in un baleno
dopo avere visto la speranza venir meno

D era di Diego, che si uccise lentamente
giorno dopo giorno tormentandosi la mente

E l'aveva Elena, presa da una malattia
perlomeno avea dalla sua l'anestesia

F per Filippo che cirrosi consumò
finché vita ebbe la bottiglia tracannò

G era di Giulia impazzita di terrore
quando sua bellezza appassiva come fiore

a J gelida morte, ora non ricordo il nome
quasi certamente soffocata dalle chiome

K per Karen annegata dentro al mare
vi cercò conforto perché non sapeva amare

I era di Ilaria che un bel giorno si sparò
triste e solitaria troppo a lungo ci pensò

L, poi, di Luca, fucilato nella rivoluzione
quale non ricordo, sono tutte un'astrazione

M di Matteo che nel pozzo si è lanciato
ora in fondo al buio giace lì dimenticato

N per Naomi che dolore spalancò
fino all'ora buia per sua vita sospirò

O era di Ottavio consumato da ogni vizio
ma che vita tenne a lungo, se ne andò dentro un ospizio

P, per Paolo, fatto a pezzi su un altare
al Signore tenebroso la sua vita volle dare

Q per qualsivoglia, nera Morte è sulla soglia
tristi o felici prende tutti i nostri amici

R a tal Rosanna che pregava estasiata
fuori dalla chiesa cadde morta fulminata

S aveva Sara e disperato era il suo canto
le si ruppe il cuore quando poi si sciolse in pianto

T, per Tony, che voleva andar lontano
ma una strana droga lo portò via piano piano

U di Utopia, che però non è mai nata
morta nella mente che oramai l'ha abbandonata

V avea Vittoria, che tumore divorò
prima di smagrire dal balcone si lanciò

Z è già la fine, muoion anche le bambine
i bambini son già andati, che fantasmi disperati!

Dormon tutti nella terra, senza pace, senza guerra
là nel buio più lontano, che si tengono la mano
dalla vita abbandonati, nient'affatto preoccupati
fanno vermi nelle tombe, abitanti delle ombre.
Bravi, belli, giusti o forti, ora tutti sono morti.

lunedì 30 ottobre 2017

Aria gelida





Mattino presto, nebbia, aria fredda. E davanti un lago enorme, senza confini, praticamente un mare, ma fermo, completamente ghiacciato. Lo guardo dagli scogli neri che come ossa maldisposte emergono dalle sue rive. Le lontananze sono confuse, l'aria carica di umidità dona a tutto l'imprecisione del sogno. Mi siedo e aspetto.
Pensare indurisce la pelle del mio viso, mi fa lacrimare gli occhi. Lascio che si arrossiscano, che la vista divenga indecisa. A parte questa roccia nera tutto il resto si confonde; il cielo, l'orizzonte invisibile, il lago, tutto è uguale, tutto è vago, indeciso. La superfice del lago è ghiacciata come il mio viso. Ci tiro un sasso, poi un altro. Non si rompe. L'anima mi pesa ma vado.
Lentamente, mi incammino sul ghiaccio, la roccia nera si allontana dietro di me, davanti non si avvicina nulla, la nebbia fluttua spettrale, dopo un po' è come se fossi venuto dal nulla, andando verso un altro nulla, da un nulla all'altro. C'era qualcosa, prima, o è sempre stato tutto così? lascio che il tempo mi avvolga, mi penetri, e ora non c'è più neanche il tempo, tutto è fermo; io attraverso questo vuoto e me ne lascio attraversare. Una maledizione antica e terribile mi logora.
Mi sembra di scorgere qualcosa un poco più avanti, come un isolotto. Un'isola in mezzo a questo nulla? questi sono i confini del niente, le marche senza regno dove finiscono i sospiri; sopra l'isola si ergono delle propaggini nere, contorte; pietre aguzze e un albero morto. Enorme, teso verso il cielo sconosciuto. E sopra dei corvi scuri come la notte, incubi rossi negli occhi. Un dominio di abissi e gelide ombre. Il silenzio è assoluto, non odo neanche il rumore dei miei passi. Il ghiaccio è spesso. Ghiaccio? dal terreno si alza una bruma che impedisce di vedere su cosa cammino, non so più su cosa cammino. Del resto, è uguale. Non so dove vado, da dove vengo, non sapere su cosa sto camminando è ininfluente. L'albero nero mostruoso e abrupto e già alle spalle, neanche uno sguardo resta a seguirmi. Nuovamente, il tempo sembra sospeso. Nuovamente mi sembra di non essere mai vissuto in nessun'altro luogo, di aver sempre camminato su questo lago di ghiaccio dentro questa fitta nebbia, senza poter vedere, senza poter mai arrivare.
Un gracchiare distorto dallo spazio mi avverte che i corvi sono lontani, l'eco si sparge come una meteora sonora ancora e ancora. Per un attimo mi strappa ai pensieri. Ma quali pensieri? non stavo pensando a niente, e poi è meglio non pensare. Meglio non pensare. Qui mi riesce bene non pensare. Eppure... eppure dev'esserci una fine. Se continuo ad andare sempre avanti arriverò da qualche parte.
Quello che ho lasciato dietro di me è perduto; davanti a me c'è un luogo in cui finirò per perdermi.
Il tempo e lo spazio non esistono, siamo il sogno di uno spettro. Diecimila anni valgono quanto un istante. Ma l'eternità non vale un rimpianto. Rimpianto che ora, lontano da tutto, mi pare quasi tollerabile, e confuso... per quello devo essermi incamminato, ma ora... ora, qui, fa meno male, in mezzo a questa nebbia che ha la vaghezza dei ricordi. Mi siedo e aspetto. Poi mi sdraio e mi addormento.
Sogno un bacio sotto le stelle, un bacio di mille secoli fa. Ma so di sognare, e che al risveglio non vedrò che nebbie.
Una volta rialzatomi continuo ad andare avanti. Il cielo è ancora coperto, neanche una stella per orientarmi. Sotto di me la superficie inizia a scricchiolare.

mercoledì 25 ottobre 2017

Per una ragazza

Ciao *****, oggi ti scrivo come se fossi un libro, nient'affatto idealizzandoti, ma con la premura che si usa per le cose amate. Mi chiedevo cosa stessi facendo, ti immaginavo ricostruire forme e figure da sogno mentre osservi il cielo, o mentre con le tue movenze incerte ma eleganti fai la più banale delle cose, come preparare un caffè, o camminare in un viale denso di persone.
A volte, mentre cammini, guardi di lato, o un po' in alto, e quello sguardo è insostenibile e dentro c'è l'inferno. Mi ha sempre ricordato Lucifero e una rabbia più antica dell'uomo. Non a caso a ripensarci mi sento precipitare nella sua stessa perdizione. A volte mentre parli formi un beccuccio col labbro superiore e vederlo mi è sempre stato caro. Altre volte ancora giri su te stessa ed è come se le stagioni scorressero rapide, e luce e ombra si mescolassero infrante.
Mi sono venuti in mente dei versi di Poe che ora non starò a ricopiare. Parlavano di una fanciulla il cui nome era... e poi lui, Poe, si trova in un mondo dove quella fanciulla non è più. Non ricordo come finissero i versi, o forse era un racconto, ma quel mondo lo sto vedendo ora, dalla finestra, con ampio sole, ma è buio, e vasto cielo, che mi opprime. Un gatto passa qui sotto, si guarda in giro scaltro e poi avanza. Vorrei essere quel gatto e avanzare sicuro in avanti senza curarmi di versi e fanciulle. Ma io sono io, facile no?
Dicono che i sogni del mattino si realizzino, ed è meglio che non ti dica chi è a dirlo. Stamattina in un breve sonno ti ho vista ridere e cantare. Ed eri felice. Ed eri bella. Il tuo danzare confondeva le cose tutt'intorno, ma anche io ero felice e ridevo, e questo non era confuso, ma chiaro come il risveglio che poco dopo mi ha colto impreparato, spietato come ricordavo di averlo lasciato la sera prima, quando mi ero addormentato sperando di trovarti da qualche parte in quel vasto mare che si spalanca quando chiudono gli occhi.
Sinceramente, spero che la vita ti sia cara, le tue giornate liete, la solitudine appagante e che la compagnia ti arricchisca. La febbre del poeta, quel nulla ammantato di calore che soffia parole sulle cose mutandole in mondi e universi, io, francamente, non l'ho; dicono poi che si debba soffrire per scrivere versi, e che più si soffre meglio questi verranno. Anche a questo, ti dirò, non credo molto. La poesia è una predisposizione dell'anima, non ci si può improvvisare acrobati dell'infinito solo con la tristezza. O no? Ma questa è pur sempre una lettera a te, e qualcosa di interessante te lo devo pur scrivere. Ma cosa può interessarti ormai?
Sai, c'è una vecchia leggenda - ora, intendiamoci, non ha nessun secondo fine, te la racconto così, come si racconta una fiaba a un bimbo per catturarne l'attenzione - che parlava di due grandi amanti, un principe e la sua concubina. La sua favorita, se preferisci. Lei gli fu sottratta e d'improvviso sparì.
Lui, non potendosi rassegnare, lasciò il suo regno cercandola per tutto il mondo, girando per città, fiere, villaggi, mercati e i più lontani porti, usando così la sua vita, senza darsi pace, incapace di ritrovarla.
Un giorno si fermò in riva al mare nero della sera e una luce gli venne incontro. L'uomo che guidava quella luce ebbe parole di insperata felicità: "so chi cerchi e ti condurrò da lei".
Il viaggio in barca fu lungo e pieno di pensieri strazianti: chi l'ha presa, come starà ora, e se non mi amasse più? Ma anche quel viaggio finì e il principe, che nel frattempo non era più nulla, avendo egli perso tutto per rincorrere la sua amata, si ritrovò davanti la fanciulla, in piedi, come viva... ma morta. Annegata in quello stesso mare, e ora per sempre intrappolata in una negromanzia senza fine. Il suo corpo freddo, la sua mente cancellata. Davanti a tanto sgomento il pover'uomo non seppe cosa fare e chiese al negromante di poter raggiungere la sua donna nella morte, dove entrambi avrebbero potuto amarsi per sempre in quel nulla senz'anima che era pur sempre meglio del vivere senza di lei. E così fecero, uniti per assenza, nel buio oltre la vita.
Non so perché mi sia venuta in mente questa storia. Io, al contrario, ti immagino, ti so, pazza di vita e forte nel pensiero, e nell'anima, e ho già chiesto a uno stregone - che non è un negromante - di rendermi tale, per poterti riavvicinare.
Ci sono momenti in cui persino io credo alla magia, sai?
Dicono, poi, che per capire il vero valore delle cose bisogna perderle. Tuttavia mi chiedo: come capirlo senza esserci prima passati? Forse anche in quel caso bisogna essere un po' maghi. L'esperienza in questi casi non aiuta, e il passato ci aiuta debolmente, vacillando.
Hai mai notato come certe case, con dentro persone, siano abitate da quadri senza che esse se ne accorgano, ereditati o appesi nel più totale caso, oppure lì da sempre, come fossero assiomi della materia a cui neanche si bada più, ma la cui banalità, e spesso bruttezza, ci inquinano ugualmente, giorno dopo giorno, abbruttendoci un po' alla volta?
Quando mi capita di imbattermi in certi luoghi mi chiedo cosa ne penserebbe *****, cosa ne penseresti tu. A dire il vero, sempre più spesso mi capita di chiedere a me stesso cosa penseresti tu di questa o quest'altra cosa. Intendiamoci, se provo a fare una lavatrice, non è a te che penso. E neanche se devo scacciare un gatto in amore sotto la finestra. Ma forse un po' sì.
Stamattina ho visto degli aquiloni in spiaggia volare più alti dei palazzi, il vento li accarezzava come si accarezzano due amanti, con dolcezza, senza scossoni, adagio, quasi li cullasse, e loro in lui trovavano stimolo e riposo. Naufraghi incantati del cielo, si adoravano. La mente in certi casi è una severa tiranna, e a certi pensieri non ci si può sottrarre se non per ritrovarli dietro la prossima curva, rapida a giungere, dove ci attendono scalpitanti, trovandoci con gli occhi spalancati.
Ma io, del resto, sto divagando. Qualcuno ha detto che la vita è una divagazione della materia, sai? ma io penso che dietro ci sia dell'altro, sono stufo di banalizzarmi. Di banalizzare la vita. Come esercizio, dopo un po' si rivela sterile. Ma questo tu già lo sai.
Tuttavia, fa lo stesso. Dove ti trovi fanciulla, cosa fai? Io scrivo parole al vento, e non mi stimo superiore a quegli aquiloni che in esso fluttuano, ché come loro non sono padrone del mio fato, ma è una forza superiore ora a muovermi, che a seconda di dove gira mi fa vedere l'alba, o il tramonto. Il giorno o la notte. Notte che mi è cara, e in cui ora vago, come quelle ombre che supponevano gli antichi si muovessero presso il rivo tenebroso che ha nome Stige, a cui solo resta il ricordo di una vita passata, dei profumi, dei colori, condannate in un grigiore senza fine, a straziarsi.
Tu, alba dei miei pensieri, sogno e colore, guarda verso il sole, e ridigli contro. Il vento ti muova i capelli, e il sole vi indugi a lungo, così che vi si possa ritrovare, in quella trama cangiante, e darsi pace, dopo tanto risplendere su cose che non meritano la sua luce, e il suo calore.

Scritto un po' di fretta

Alex

lunedì 4 settembre 2017

Solo noi, solo io.





Le persone, solitamente, hanno degli amici, gente con cui escono per fare cose. Spesso queste cose sono molto noiose. Si va a mangiare una pizza. Poi si va in qualche merdoso locale pieno di imbecilli ad ascoltare musica di merda facendo finta che sia del tutto normale stare lì a guardarsi come degli idioti operati al cervello mentre si parla di stronzate così aberranti che fanno vomitare sangue. Poi si va a fare un giro al centro commerciale.
Insomma, la vita sociale di molte persone, di quasi tutti, è una vera cagata sotto il sole d'agosto. Gran parte dei maschi cercano di fuggire a una così miserabile vita sociale scopando. Le donne divengono né più né meno che una fuga dai propri merdosi amici. Amici, beninteso, totalmente casuali. Avete presente quei dannati giochini che si trovano nelle uova di pasqua, quei cazzo di giocattoli buoni neanche a cavare un occhio a un migrante in stazione? però li trovi nel cazzo di uovo e ci giochi lo stesso. Bene, per molte persone gli amici sono la stessa cosa. Se li trovano per caso, in una fottuta aula di scuola o nel miserabile quartiere dove sono cresciuti, e via, per tutta la vita escono e giocano con persone che non hanno minimamente scelto e delle quali non riusciranno mai a liberarsi.
Così finché o sei troppo stanco per uscire di casa o una donna non ti taglia le palle inchiodandoti a un divano a fare le stesse maledette insulsaggini che facevi coi tuoi amici, vedere partite e ridere per delle battute da ritardati.
Mi fate tutti schifo, questo ve lo volevo dire.
Io ho sempre avuto i conati di vomito dall'ano al solo pensare di avere una vita sociale del genere. Le cene tra coppiette, il vestirsi come degli ammassi di diarrea parlanti e il deambulare come cadaveri semi-senzienti in locali che farebbero sanguinare gli occhi a chiunque abbia un minimo di materia cerebrale - tutte queste cose mi disgustano come cadaveri decomposti. Le persone sono solo cadaveri decomposti sotto una tempesta di merda e piscio.
Io non ho amici del genere. Io e i miei amici (la parola amico non significa nulla, la usano solo i ritardati. Io qui la userò per brevità) a queste persone gli spacchiamo il culo. Li leghiamo a dei pali e lentamente infiliamo loro su per il culo tutta la disgustosa realtà delle loro esistenze da cani e da froci.
Intanto la banalità tra noi non è in vigore. La banalità la lasciamo agli altri, alle merde che ridono nelle foto e fanno pensieri felici. Anche la felicità è bandita. A che cazzo serve essere felici? è un illusione che serve solo ai bastardi rotti in culo che non hanno ancora preso abbastanza botte dalla vita per capire che prenderanno solo e sempre botte. Se vedo uno col cappellino e la camicia auaiana o come porcamadonna si chiama io gli sparo in testa. Non posso ma vorrei farlo. Non mi fa paura la galera ma è solo che ci sono troppi negri. Del resto del vestirci poco ci interessa, sappiamo noi come ci si veste, che cazzo vuole saperne chi segue le mode o si cura del giudizio dei mongoloidi che pascolano ovunque. Iniziamo a dire che già mi gira il cazzo doverle precisare queste cose, dovrebbero essere iscritte nella roccia eterna e chi non le sa farà meglio a estinguersi con tutta la sua razza:
- ridere è vietato, a meno che non si rida di cattiveria
- un discorso che sia al di sotto del "Nietsche ha detto" o "sarebbe ora di ammazzare questo e quello" non serve a niente
- Cioran docet: se una cosa non è straziante è inutile
- vivere è un peso che solo momentanei momenti di incoscienza possono sollevare
- l'estremismo è l'unico modo di esistere. I moderati sono biomassa e mangime per cani
- le donne vengono sempre dopo
Poi vediamo di andare un po' avanti con della semplice prosa. Gli elenchi troppo lunghi sono per subumani. I pensieri felici vengono solo dal male. La tolleranza è una fiaba del passato che si raccontano ancora solo i bavosi e schifosi servi del tutto uguale: la tolleranza non può esistere. La tolleranza verso chi non è ontologicamente simile a noi significherebbe ammettere che accettiamo la loro esistenza. Questo non potrà mai essere. Loro, gli altri, non dovrebbero essere. Se ci va di dire una cosa la diciamo. Se vogliamo esprimere con ferocia le nostre idee le esprimiamo. Chi non ha idee non dovrebbe uscire di casa. La cultura è fondamentale, per odiare il mondo bisogna conoscerlo. Gli ignoranti valgono quanto i negri. L'abisso più nero è la nostra patria, Lovecraft e Howard i maestri del buio che noi adoriamo. L'ideologia è morta? tua madre e la sua fica necrotica sono morte, l'idea non può morire. L'individualismo è l'ideologia di chi ha il cervello morto. Noi porteremo il terrore nel pensiero debole di questi ignobili animali. Il nichilismo è accettabile, purché non sia complice di questo mondo. L'ateismo è una merda ma va bene se ti allontana dai falsi dei della polvere. Consumare nei pub mi dà il voltastomaco e preferirei fottere con mia nonna piuttosto che stare intorno a un tavolo a parlare di macchine e panini. I panini te li infilo nel cervello, noi violentiamo la notte nei suoi recessi d'incubo, navighiamo le spaventose rotte di un mondo in sfacelo, abdichiamo a tutto ciò che ruminano e ruttano gli omologati delle macerie per combattere coi fantasmi e i demoni del passato, su scogli anneriti dal fumo e vette leggendarie. Se abbiamo un credo, è non credere a questo mondo. A chi vi crede noi non possiamo credere. A chi si rende complice di questa realtà noi diciamo: muori. A chi non comprende la nostra posizione noi diciamo: apri gli occhi. Emaniamo un rancore più antico del mondo, un odio che nacque con le prime stelle. Aberriamo tutte le limitazioni dello spirito, ogni conformismo vomitato dai media, il perbenismo dei cristiani, tutti i cristianesimi abortiti dalla malattia della polvere, le ideologie della falsa speranza, la speranza che giunse dal tutto uguale.
Io defeco sulle idee del giorno e faccio un mantello con la notte, mio abito e mia amante. Io e i miei sodali non abbiamo bisogno della realtà: noi siamo la realtà ulteriore che distrugge e assimila questa, siamo l'equilibrio tra dioniso e apollo, l'ebrezza dionisiaca e il quieto sogno dell'apollineo; siamo Naat l'oscura dove negromanti sospirano incantesimi di morte e distruzione; siamo Hyboria, dove i primi uomini piegarono l'acciaio e ne fecero un affilato terrore. Noi siamo la morte e la resurrezione: di altre morti. Nulla sopravvive al mondo, eppure noi non moriremo mai, come in un racconto di Lovecraft, e in strani eoni le nostre risa sprezzanti continueranno a prendersi gioco di questo fottuto universo che sa solo esserci ostile, e verso il quale noi esplodiamo in una risata e in un gesto di provocazione, e poi beviamo, alla faccia delle stelle, del cosmo, dei morti che camminano, agli dei che ci sono ostili e a quelli che ci ammirano osservandoci da quel luogo che non esiste. Noi invochiamo il niente perché bastiamo a noi stessi, ognuno ha la sua ideologia ma tutte si fondono in qualcosa che sappiamo essere necessaria e immediata. Quando il mondo finirà in una palla di fuoco e brace puzzolente, noi saremo lì a guardarlo dall'alto in basso, perché siamo la vetta, e in basso si contorceranno gli inutili, i mal-nati, e non ci sarà pietà, non ci saranno sentimenti se non quelli che sorgono dall'aver vinto. Siamo il carro da guerra degli ariani che straziò un mondo sciocco di giovinezza. La falange che ordina le cose, la tetra legione composta da incubi innominabili e denti lordi di sangue che mutila i fasulli sorrisi e sconfigge l'orribile massa.
Se la realtà è una merda noi siamo un'altra realtà. Se il mondo ha perso la strada noi siamo la strada giusta. Siamo un sentiero oscuro abitato da ombre. Siamo il tunnel verso l'inferno. Siamo noi, gli unici, i signori della notte, i maghi di un sapere segreto, gli ultimi, gli indomabili.
La vita è un carro che carica morti e non si ferma mai. Noi guidiamo quel carro, e siamo pazzi.

Poi arriva la Notte. Quindi ecco un altro giorno. Da qui riprendo.

A me, vedete, non mi sta per niente bene andare in giro e vedere che un gruppo di persone ridono e si divertono. A voi sta bene? A me manco per il cazzo. Bisogna proprio che li distrugga in qualche modo, devo prendere il loro piccolo mondo fatto di caccolose illusioni e pensierucci morbosamente ridicoli e nauseanti e ne faccia un gran rogo. Questo è quello che debbono fare i sodali quando escono in gruppo: ridimensionare la realtà secondo le loro esigenze. Ora prendiamo ad esempio un gruppo di trentenni che vanno a mangiare al cinese insieme. Cosa stanno facendo, a parte mangiare intendo. Osservateli. Essi si spendono in discorsi così miserevoli che il solo sentirli mi provoca reazioni allergiche potentissime e giramenti di coglioni mitologici. Attività sportive viste in televisione, lavorucci, come scopano, chi si scopano, cosa stanno mangiando per evitare di morire a cinquant'anni (mentre dovrebbero morire lì sul posto), l'arredamento di casa, le loro stramaledette famiglie, e poi che fa caldo, che fa freddo, ed è ora di pagare il conto al nano cinese maledetto che puzza di cantina senza che nulla sia accaduto. Dovete subito venire con me mitra in mano a fare così tanti buchi in quei dannati corpi da renderli irriconoscibili per sempre. Devono seppellirli un pezzo alla volta.
Del resto volevo provare a concentrarmi su me e i miei amici, così come ho deciso brevemente di definirli. Ma voi che amici avete, con chi uscite? Io ho l'impressione che la gente badi più a quale telefono comprare che a chi frequenta. I contatti umani, per Mordor, sono quasi tutti casuali. Vada per quelli sul lavoro che bene o male bisogna sopportare. Ma gli altri, madonna spiaccicata sul parabrezza, ve li volete un minimo ricercare?
Sono passato vicino a dei bambini e li ho visti già cadaveri. Volevo anche schiacciarne uno col tacco degli stivali. Ho anche l'impressione che tutte le persone che ostentano severità non abbiano idea di cosa stanno facendo. Anche loro servono un grande Vuoto. Siamo tutti appesi a una pura formalità.

Notte.

Giorno. Sono giorni febbrili. Non ho riletto cosa scritto sopra e non intendo farlo. Tuttavia penso di dover tornare su di un argomento, ossia su come ci si costruisce un sano spazio sociale in cui barcamenarsi alla meno peggio in questa esistenza deficitaria da ogni punto di vista. Se la vita ha deciso di farci a pezzi - e difatti è questo ciò che fa, giorno dopo giorno - è bene fare a pezzi la vita. Una semplice reazione d'odio e di cieca rabbia. Ora, se nulla ha senso, e il male domina la materia, scegliere di essere dei moderati equivale a fare la peggior scelta possibile, è un po' come decidere di auto limitarsi in nome di qualcosa che ci hanno detto essere giusta. Ma voi lo avete un amico equilibrato che parla sempre di cazzate del tipo la carne rossa fa male o i superalcolici vanno bevuti con moderazione? Ora, ditemi, cosa me ne devo fare di queste persone, non so, ditemi voi, davvero, stiamo finendo nel sole a milioni di chilometri al secondo e mi vengono a dire di cuocere bene la carne di maiale altrimenti mi viene la peste. La verità è che sono tutti malati, stanno tutti malissimo. Però ora ho sonno, devo dormire.

Notte.

Giorno. Sto male. Ho sognato di essere in mezzo ai miei amici e di parlare veloce e forte e sempre più veloce e fortissimo, e tutti mi stavano a sentire e le ragazze anche e poi ridevano e i miei sodali erano armati ed è arrivato un tizio morto e io gli ho detto "hai la pelle che sembri un cadavere" e anche lui ha riso e tutti ridevano. Il tutto in camera di mio zio quando avevo otto anni. L'ho riconosciuta perché sui muri c'erano i poster della wehrmacht. Un turbine di facce note cadaveri e soldati tedeschi. Al risveglio avevo sia caldo che freddo. Ho riflettuto molto su quanto penso di aver scritto - non so cosa ho scritto perché non intendo rileggerlo - e penso di aver ragione. Bisogna fare una qualche strage inaudita e dimostrare il totale sprezzo per la vita e il mondo moderno. Ma non in nome di qualcosa: nel nome di niente. Uccidere perché la vita umana così com'è diventata non ci piace più. A me non piace. Penso non piaccia neanche agli altri. Devo sentirli al riguardo ma grosso modo le cose stanno così.
Forse... forse ora l'odio si è smorzato e sento solo un grande vuoto. Forse ci vorrebbe una notte definitiva. Una notte col punto, così:
Notte.

- scritto e non riletto -