giovedì 1 maggio 2014

Le lumache




Quando arriva il caldo, e quando se ne va, e quando piove, e quando è notte, quando la terra respira vapori dalle profondità, e tutto gocciola al buio come un pianto nascosto, prendo una torcia, un sacchetto, e vado a cercare lumache in qualche bosco.
Le lumache sono animali strani. Si portano dietro la loro casa e invece di muoversi al mondo lo scivolano via, così lentamente che sembra sia il mondo a spostarsi mentre loro stanno ferme, con quei gusci che paiono occhi pietrificati, mimetiche per passare inosservati tra le rovine della natura.
Mi piace andare a cercare lumache di notte. Intanto perché è notte, e con la torcia cosa vedo lo decido io. La violenza del sole è un ricordo lontano, e se una cosa non mi piace non la vedo, se voglio vederne solo una mi avvicino con la torcia e guardo solo quella.
Se corri o stai fermo non cambia niente, la notte corre o sta ferma con te. La civiltà, quegli altri, sono un ricordo lontano, che quando ti chini e prendi una lumaca ti chiedi se davvero esistono, e se forse non ci siano solo, in realtà, soltanto le lumache che si bagnano lente e si tuffano tra le erbe giovani.

Certo non va sottovalutata la bontà del prodotto. Il polentone con le lumache, infatti, è squisito quanto raro a mangiarsi. Si tratta di un sugo molto elaborato, e anche la preparazione delle lumache è lunga e complessa. Basti sapere che dal momento della raccolta per poterle mangiare deve trascorrere un mese.
Così mentre giri di notte illuminando antri e pieghe del bosco, non pensi neanche lontanamente al mangiarle, o forse ci pensi ma è un evento così lontano - nel cibarsi quotidianamente, ora per ora - che ti sembra quasi di raccoglierle per farci altro, come ad esempio difenderle da qualcosa, portarle chissà dove, farti fare compagnia.

L'altra sera ne ho raccolte un bel po' indagando dei sassi muschiosi. Mentre ne raccoglievo una particolarmente grande, dietro di me si lamentava un cinghiale.
Sentivo il loro verso, che non so come si chiami, così ho cercato di farmi grosso, e mentre illuminavo con la torcia facevo dei richiami gutturali. In realtà non so bene neanche io se volessi allontanarlo o farlo venire. Perché di notte, nel bosco, non siamo proprio noi; siamo, diciamo, anche qualcos'altro, qualcosa che di giorno non emerge del tutto, o dorme in un recesso della mente, e che quel cinghiale vorrebbe sbranarlo. Quando forse volevo attirarlo quella cosa che dorme c'era, e contrariamente al solito sapeva di esserci.
Ma magari era solo una volpe, o un tasso. Non sono un esperto di versi.
Poi i rumori si sono allontanati lasciandomi dubbi sul loro essere mai esistiti, e ho potuto finire di fare quello che stavo facendo, continuando a dubitare che ci fosse altro che avessi mai fatto.
Perché spesso capita che così, a un tratto, senza motivo apparente, si metta in discussione tutto, e non si sia più sicuri di niente, neanche di esistere davvero, neppure di avere un luogo a cui tornare, o che ci sia un luogo, o che si sia noi stessi. È forse quello il momento in cui giungiamo più vicini alla verità, ma la mente atterrita subito la getta via e riapre la strada verso la trappola della realtà.
Le lumache ora sognano umide in una rete ben chiusa. Come me, come tutti.

Nel bosco, a dire il vero, vado anche a fare altro. Di notte poi ho sognato di trovare una colonia di lumache enorme, sterminata, in un eremo lontano, in un bosco che forse non esiste o è il sincretismo dei vari boschi che ho visto. Ma non erano proprio lumache, quanto piuttosto persone lente e appiccicose che si muovevano al buio, senza capire dove andavano. Delle lumache antropomorfe. Noi.
Purtroppo quelle non si possono mangiare.