martedì 28 aprile 2020

Serenata









La musica è un vasto e oscuro mare senza fondo, a volte calmo, a volte in tormento, che può essere caldo o freddo, ma sempre immenso, e solenne, e bellissimo. Mi è venuto in mente guardando un gatto. Anche lui immerso in quel mondo che non è il nostro, che è quello della musica, e dei sogni.
Lui, il gatto, si ricorda che in un'altra linea temporale, un altro luogo, un altro tempo, lo hai tradito: nello stesso modo la musica ci ricorda che altrove, in un luogo che non c'è, in un passato mai avvenuto, noi eravamo altro da questo. Così, ascoltando, ce ne rammentiamo, solo fintanto che ascoltiamo. L'arcano si ripete. Il segno si ricrea. E il gatto, che intanto ci osserva, sbatte gli occhi, come chi - noi - si è appena svegliato dal sogno.

La musica è finita, il tempo riprende ad avanzare. Quell'attimo di Sacro perduto per sempre.
Danzavi con un angelo e la neve, silenziosa, cadeva nel buio.
Ora te ne stai da solo; come un deserto che non crede più ai miraggi.

giovedì 9 aprile 2020

Il Re della morte





Una volta qualcuno mi disse: tutto ciò che non dura per sempre è inutile. Gli risposi che anch'io la pensavo così, ma che fare, e che altro dire. Ce ne restammo così nel silenzio della nostra finitudine.
E così hai visto tutti i tuoi anni sprecati, pensavamo, e non c'è più luce nei tuoi occhi. Ma in te c'è ancora qualcosa di magico. Che non sai cos'è. Non sai più cos'è.
Ma c'è, deve esserci, altrimenti di che vivere, e come.
Ora che non esco più, che non faccio più niente, vivo di ricordi. E di sogni.
La durata della vita dei possessori di un anello del potere, di un Nazgul, si allunga in maniera innaturale fino a renderli spettri-viventi. Così io mi sento. Lentamente, amaramente, tutto ha perso d'interesse, un tedio oscuro mi ammorba. Le cose, le persone, tutto è il fantasma di un altro mondo. A volte, nei sogni, mi sembra che una parte di me desideri qualcosa, tanto che al risveglio una bellezza dimenticata mi perturba e commuove.
Ma come un sogno di lì a breve svanisce. E restano ceneri presto disperse. A volte, sorge in me una strana euforia, ma è come il ricordo di un'alba lontana, la sua luce nella memoria è ancora lieta, ma non scalda. E poi laghi di silenzio. Rive desolate. E guardo un passato che mi sembra quello del mondo tanto è lontano, e un futuro impossibile, e comunque sia: insopportabile. E a questo punto mi piacerebbe partisse un bel solo di chitarra e dolcemente finisse questa brutta canzone. Lentamente, in dissolvenza...
Chissà se la morte ha un Re, qualcuno a cui deve render conto. Improbabile, ma non impossibile. Se c'è, se questo Re esiste, sta lassù, negli abissi, e se non è come quello di cui parla Pessoa in una sua poesia (Re di una terra che non ha luogo) allora forse potrei farci un patto, sempre che un sì occupato sire mi conceda tempo. Gli chiederei, al Re della morte, di poter prendere il suo posto per un giorno, anche per un'ora soltanto. Non comanderei nulla. Non ucciderei nessuno. Però mi piacerebbe starmene seduto lassù, sul suo trono, al centro dell'infinito, circondato da tutte le stelle e dire, per un momento, uno solo, che io, io, io sono eterno. E durerò per sempre.
Allora per un attimo, come diceva la mia amica, avrei senso. Dopodiché gli renderei il suo nero scettro e me ne tornerei nel nulla, a dare calci a un barattolo in una qualsiasi strada del mondo, e se qualcuno, magari un gatto, mi chiedesse dove vado, gli direi che come lui non vado in nessun posto, e ci lasceremmo così, sommamente indifferenti, lui per istinto, io per stile, ognuno verso il suo vicolo cieco, e dannazione, c'era qualcosa che dovevo ricordare, un che di magico che ormai è andato, come quella luce nei suoi occhi, e il Re della morte ride, ride in eterno.


Scritto e non riletto.

giovedì 2 aprile 2020

L'ultima casa





Alla casa da cui nessuno esce
Alla strada da cui non c'è ritorno

Robert Howard





Qualcuno ha scritto che nessuno muore veramente finché viene ricordato. Un'altra seccatura.



Diventiamo misantropi solo quando, dimenticati da tutti, siamo certi che nessuno verrà più a cercarci. Così dopo ere di solitudine abbiamo ancora la faccia tosta di dire "da oggi non ci sono più per nessuno!".



La vita è un peccato che espiamo con la solitudine. E come dolore cade il
ricordo, fantasma in fondo al cuore.



Non mi accontento di essere nichilista, esigo un Dio con cui litigare. A cui rinfacciare la creazione!
Solo gli atei sbraitano da soli.



La felicità è un dispiacere rimandato. Ma in fondo, cosa non lo è?


Conoscere se stessi significa non poter più amare. Come conservare una qualche illusione sugli altri quando dentro di noi non abbiamo trovato che stagni morti?



Invidiosa della religione, desiderosa di ereditarne gli altari, la scienza ne imita i modi: ora minaccia la fine del mondo.


La vita è la menzogna spudorata di un Dio millantatore. Il vero peccato originale? Non averci detto subito che la sua Luce malata ben si sposava con le nostre tenebre.



Nella loro decadenza i romani affidarono il mondo al cristianesimo, certi che il suo veleno lo avrebbe ucciso. Dopo di noi il deserto, devono essersi detti.
Ma noi, incapaci di trovare una mostruosità all'altezza della nostra fine, sembriamo avviarci verso una perplessità infinita, spettri che solo il Tempo potrà consumare.



La qualità della vita non è data dalla vita stessa ma dalle sue distrazioni. E come personaggi di un libro esistiamo solo se ci si dimentica di leggere.



Comunque se ne parli la morte è un argomento poco credibile, affrontato sempre e solo da viventi com'è.



La chiesa e i suoi pettegolezzi sull'eternità. Che pletora di chiacchieroni.



Parlando di morte ci si riferisce sempre a quella che verrà, e si ignora quando, prima di nascere, lo eravamo da sempre. La morte originale, quella senza inizio.



All'ingresso di molti cimiteri si può trovare questa scritta: eravamo come voi, sarete come noi.
Grazie tante dirà qualcuno, la cosa è risaputa. Senz'altro, ma fa sempre un certo effetto.


La coscienza è paura. Non a caso quando un animale ha paura sembra possedere una coscienza - guardate i suoi occhi!



Meno siamo, più desideriamo. Serve a compensare la mancanza d'essere.



Terre lontane, luoghi dimenticati, paradisi perduti. Così grande è il rimpianto per un passato che non ci appartiene più, che inventiamo luoghi da sogno sperando di raggiungerli nuovamente. Esaurita la Terra sarà allo Spazio che ci rivolgeremo.
Siamo scesi dagli alberi solo per, guardando in alto, volerci tornare.



Il nostro cervello è lo stesso di centomila anni fa. Eppure non facciamo altro che dirci che, prima o poi, saremo migliori, che ce la faremo davvero a cambiare. Ma l'uomo non cambia. Non può.
Smettiamola dunque di ingannarci, di darci il tormento. Noi siamo quel che siamo, ossia nulla, nè bestia, nè creatura. Falliti in tutte le intenzioni, ci resta forse l'orgoglio dell'assurdo. E la vocazione, macabra, al delirio di impotenza.


La perfetta lettera del suicidia: Niente funerale, niente tomba.
Qualsiasi aggiunta sarebbe una vanità. Ma dopotutto, la lettera stessa è vanità.


Che genio Ivan Karamazov. Quando il padre, Fedor, gli chiese "esiste Dio? e la vita eterna esiste?", rispose con un no perentorio. Ma disinvolto.
Incalzandolo, suo padre gli chiese ancora: "ma allora, chi si prende così gioco dell'uomo?".
Dev'essere il Diavolo, rispose Ivan, ridendo. E poi, piangendo, si ubriacò.


Se l'universo non esistesse ci sarebbe comunque il dolore. E ovunque andremo sarà lui a ritrovarci.


E nella casa del Tempo, come polvere, si depositano i ricordi. E gli abitanti, senza luce, non hanno memoria, né porte, ma solo notte. Notte senza fine.




Mirdautas Vras!