martedì 14 marzo 2023

Aforismi siderali

 



La vita è una storia raccontata a metà
 l'amore è una canzone rotta;
la bellezza, tanto a lungo cercata
è una leggenda perduta e dimenticata.
Inverno, e silenzio, e dolore
son venuti, come la fine di tutto:
lentamente cadono le ultime foglie
sulla neve al tramonto.
Imbelle, nel mondo che si oscura
nel cupo soffiar del vento dal cielo
ricordo la grazia tua renitente,
e sospiro per il perduto oro della tua pelle.

Clark Ashton Smith




Per quanto l'uomo si disperi, è pur sempre uno che dopo aver eiaculato dentro una vagina ritiene di aver assolto a tutti i suoi compiti. Il resto è un'invenzione sociale.


Mi riesce sopportabile la presenenza di qualcuno solo alla terza birra o dopo un paio di canne. Allora in quell'attimo di incoscienza può nascere un barlume di complicità: ma dura il momento che il sole passa tra le fronde mentre si passeggia innamorati.


Nella costante compagnia di qualcuno viene fuori prima o poi qualcosa che ci disgusta, e accettiamo ancora la sua presenza solo perché una sorta di sentimento che proviamo nei suoi confronti ci impedisce di allontanarlo per sempre. Credo che la maggior parte delle relazioni umane sia così.


Ho trovato più compassione negli oppiacei che in tutto il genere umano.


Non parlare ora, guarda le stelle insieme a me, vivremo per sempre stanotte. Il domani non esiste.


Una volta stellata di rimpianti.


La comunicazione con gli altri è un eterno equivoco.


Dovremmo essere tutti nemici del Fare, e invece ci frega sempre.


(sul natale) Che belle queste notti enormi e il tentativo di sfuggire loro mettendo ovunque delle luci.


Incredibile come per pochi attimi, e pochi centimetri, le macchine che passano non ti uccidano. Aveva ragione Cioran: viviamo in un garage apocalittico.


Neanche l'inferno di Milton può avvicinarsi alla tragedia della nascita: anche se Satana lo ha già intuito.


Davanti alle galassie qualsiasi problema scompare, non resta nulla. E un Nulla poetico è quello che siamo.


Il tempo inghiottirà tutto e tutti nella sua eternità, e su come reagire a questo sono combattuto: a volte mi sprona ad agire, altre mi abbatte in un fare nulla assoluto. Ho sempre oscillato, ma con gli anni il Nulla aumenta.


Trovo molto più interessante uno schizofrenico o uno psicotico che un normalone da apericena.


A un certo punto le parole perdono di significato e il dolore diventa inesprimibile, resta solo il silenzio in cui annegare.


La leggerezza è il voler allontanare fin l'ultima nota di rimpianto. 


Le cose migliori create dall'uomo sono le lingue e le religioni: entrambe monarchie illusorie.


Lacrime e tempo, abbiamo solo questo.


Essere scemi è un privilegio che non costa sforzi.


Sopporto la vita come un uomo di notte, col cappuccio, sopporta la pioggia.


Una delle cose che mi è sempre rimasta impressa di Bukowski, è che beveva da solo, al buio, in una topaia, la notte, guardando fuori da una finestra e ascoltando musica classica: come se fosse una questione tra lui e Dio.


Nello sguardo degli altri non c'è niente.


Io penso che il naturale approdo dell'acculturamento sia il nichilismo: è l'ultimo porto, nero e inquieto. Chi non ci arriva si è perso in qualche illusione.


Solo Chopin sa condurci per mano fino ai confini della notte, dove si intravede il mattino.


Meglio regnare all'inferno che servire in paradiso, dice Satana. E per lui in effetti regnare è una grande ambizione. Ma regnare su cosa, sulla disperazione? E poi, del resto, qui sulla terra che altro ha trovato? Caduti insieme, rimpiangiamo la speranza che era di prima.


Amare la natura è amare il proprio inferno.


Lo scopo della vita è ingannarsi, continuamente e senza sosta.


Non vale la pena, vivendo, che conoscere disperati, tossici e puttane. Il resto è un sovrappiù.


Se pure mi provassero in maniera ineluttabile che Dio esiste ed esiste la vita eterna: io gli sarei comunque nemico. E sceglierei la dannazione eterna: e fino alla fine gli sarei contro.


Basta un profumo di donna per ingannare la mente.


Ho sempre provato un'attrazione morbosa per le maschere e i personaggi che le indossano, mentre i volti umani mi sembrano tutti uguali e noiosi. Ricordo un racconto di Jack Vance, Il faleno lunare, in cui viene descritta una cultura in cui lo status sociale è dato dalla maschera che si indossa e nessuno mostra il suo viso. Vivrei in un mondo così.


L'inverno è il periodo perfetto per andare col pensiero oltre la propria morte, cercando di immaginare come può essere il non-esistere. Ascoltando le onde del mare viene naturale pensarci: e penso che sarà come essere perdonati dall'universo.


Davanti alla bellezza e al piacere persino l'ultimo dei nichilisti ritrova la voglia di vivere.


Io penso che, a parte il fantastico e i saggi, la letteratura russa sia la migliore. Parlo dei romanzi e dei racconti dell'800. Alcune scene mi si sono incarnate nel corpo: come quando Dostoevskij in Delitto e castigo descrive l'eternità, e se la immagina come una piccola stanza piena di grossi ragni neri; o quando Cechov fa finire i suoi amori: uno qualsiasi. O Tolstoj, che fino all'ultimo respiro immagina la Morte. 


Sono le donne, ad ogni alba, a tramare i fili del cosmo.


È nel gran mare del tempo che un giorno mi dissolverò.


L'amore è una fatalità della vita, e fa soffrire come un mattino insonne che dura in eterno.


Ci vorrebbe un tramonto definitivo che non si trasformi mai più in alba.


Chissà se negli ammassi stellari c'è una creatura che soffre come l'uomo... in quel caso non avremmo più il monopolio del dolore universale.






lunedì 6 marzo 2023

Gattini


Gattini annegati




-Allora senti, secondo me per fare l'arrabbiata ci vogliono le penne. Per forza. Ci fai gli spaghetti, ti ammazzo. I fusilli, prima ti torturo e poi ti ammazzo. Se ci fai, che ne so, gli ziti? ti ammazzo pure la famiglia.

- Bah bah - mi diceva la vecchia, ondeggiando la testa. E continuava a borbottare - Una pasta vale l'altra, che sarà mai! la vita è dura e una pasta vale l'altra.
Queste discussioni andavano avanti da mesi, da quando, cioè, mangiavo a casa di quella vecchia contadina incattivita dal tempo e dai campi. Non le interessava che parlassi spesso di uccidere e fare a pezzi, però le sue opinioni sulla pasta che è tutta uguale me le doveva proprio ruttare in faccia.
A me in fondo interessava poco purché si mangiasse. Ma per principio dicevo sempre la mia. Lei la sua. Non cambiava niente.
In primavera era peggio perché si era tutti più nervosi per il cambio di stagione, così le discussioni peggioravano. Non le stava bene che scartassi il tonno dalla pasta.
- Mangia pure il tonno! - mi diceva.
- No!
- Ma perché no?!
Perché no? non lo so neanche io perché separavo tutto, potendo avrei separato anche l'olio dalla pasta per berlo a parte ma non si poteva. Lo facevo per tigna. Avevo una mente scomposta che intendeva separare ogni realtà tangibile dall'altra. Ce l'ho ancora, al diavolo.
- Perché... perché no. Mangio come mi pare.
- Io all'età tua c'avevo già un centinaio di porci nella stalla qua dietro e mangiavo scalza, ma che ne sapete voi.
Mi stufavo di rispondere e pensavo solo a mangiare prima di tornare a lavoro. Un giorno, mentre ci perdevamo nelle solite chiacchiere, dalla porticina che dà sull'orto si affaccia un gatto nero.
- Froshti! - urla la vecchia.
- Eh?
- Si dice così ai gatti, Frosthin!
- Stai solo inventando parole a caso. Poi è Froshti o Froshtin?
- È uguale è uguale, capiscono lo stesso e vanno via. - disse, facendo un cenno con la mano. Come a dire che la questione era chiusa.
Ma il gatto era sempre lì a fissarla. A fissarci. Sembrava non capire cosa avessimo da spartire io e la vecchia. Quando glielo faccio notare la vecchia gira nervosamente la testa e sbuffa. Sembra indifferente. Subito dopo si alza e accenna uno scatto rabbioso verso la bestia. Questa sparisce. Ma continua a guardare dentro casa dall'erba alta ai confini dell'orto.
- Ha fame - le dico - dagli qualcosa.
- No, gattacci, Froshti! puah!
- Coi gatti ci vogliono i fusilli - le dico.
- Eh, via, bisogna ammazzarli prima che crescano - risponde la vecchia. Non dice che li ha mangiati ma so che un tempo lo faceva. In guerra si può fare tutto, è una regola che non cambia mai.
- Sì, ammazzarli. Si faceva una volta ma ora non si fa più - le rispondo.
- Si fa si fa.
- Nah, non si fa più - Insisto.
- Ti dico che si fa. Via, Froshtin! - e agita il pugno verso il gatto nero. Fermo, immobile nell'erba. Attentissimo a tutti i nostri gesti.
- Oggi se fai del male a una bestia vai in galera. Per dire, se ti sbudello e poi vado al mare forse mi danno un paio d'anni e dello xanax. Ma se ammazzo un gatto... però forse se lo mangio non mi dicono niente. Possiamo mangiare un gatto domani? - chiedo io.
- Non ti piacerebbe. Non vi piace niente a voi giovani. Poi quella è una gatta.
- Ma cosa... non è vero. Basta che azzecchi la pasta. Per me ci vanno le penne. O i bucatini. Bucatini al gatto, porco di quel mondo bastardo che abito! - Continuo a mangiare. Poi, come se il cervello lo avesse recepito in ritardo, le chiedo: - Come sai che è una gatta?
- Lo so - mi fa. - Lo so perché le ho ucciso i figli e cerca vendetta.
- Come come, racconta. Quando non ci sono sbudelli gatti? Peccato che hai, quanto, duecento anni? altrimenti saresti il mio tipo. - 
Dico, ridendo, mentre agito un coltello facendo versacci con la bocca. Mi fa male anche un dente quindi impreco orrendamente. Anche la vecchia impreca perché le fa male solo il diavolo sa cosa. Il discorso muore lì. La gatta, pazza di concentrazione, continua a guardarci dall'erba alta dell'orto.

Il giorno dopo a pranzo continuo il discorso.
Allora vecchia pazza, dimmi un po', come li ammazzi i gattini?
Li sbatto. - mi fa.
Cioè te li fotti?
Sentilo, sboccato! Li sbatto al muro.
- Eh, via. Non ci credo mica. E che sei, una bestia?
- Qualcuno deve farlo.
- Fai sterilizzare la gatta.
- Quella è una strega e non si fa acchiappare. Allora per forza li devo uccidere. Li trovo cercando nei campi li infilo in un sacchetto e via, li sbatto - dice la vecchia, mimando un sacco sbattuto contro al muro. E poi verso la gatta che spiava nuovamente dalla porta: - Froshtin! via frosh! viene a cercarli perché stamattina presto glieli ho presi, viene! li rivuole.
- E dove li hai messi?
-Di là in una scatola. Poi li annego al torrente.
- Ma dai porcamadonna, non si fa. Li hanno fatti vedere una volta in una puntata di tom e gerry. Tom stava in fila ai cancelli del paradiso e c'erano questi gattini bagnati che entravano senza neanche essere controllati. 
- Si può sapere di che cazzo parli? 
- Della pasta da usare coi gatti, vecchia pazza.
Poi ho ridato i gattini alla madre. La vecchia bestemmiava forte e si grattava la fica. Io ho fatto un rutto. I gattini sono spariti nell'erba alta. Che il diavolo se li tenga stretti i gatti.
- La carbonara si fa con la pasta lunga - dico. - Chi ci fa le penne andrebbe sterilizzato.
- Froshti! - fa la vecchia. E alza il pugno verso il cielo. - Froshtin! a Dio e alle anime sante! Pure cristo bisogna sbatterlo dentro un sacco!
Ascolto distrattamente. Penso a cristo dentro a un sacco. Coi gatti.
Anzi, ti dirò di più - continuo. - Se con la carbonara ci fai le farfalle, allora non so... non saprei come reagire. Forse, di una ragazza, potrei innamorarmi.
Froshtin!, froshtin fa la vecchia.
Vedo l'erba scura muoversi nell'orto. Poi lentamente inizio a separare il tonno dalla pasta. Il pomodoro dal tonno. L'olio dal pomodoro.
La vecchia pensa a quando scopava tra i porci nella stalla.
Nessuno dice più niente.

martedì 31 gennaio 2023

 





Ho rivolto questa intervista allo stimato professor Severio Problemoni, che non ha bisogno di presentazioni. Essa non ha scopo alcuno se non quello di fare due chiacchiere amichevoli senza pretesa di assurgere a verità.

In effetti, gran parte di quanto detto dal professore assume le forme del delirio maniacale o di una grave depressione. Al lettore il compito, ove possibile, di trovare riscontri con la realtà.
D = domanda
R = risposta

D - Professore, lasciamo da parte, per brevità chi lei sia, e diamo per scontato che da quanto dirà capiremo cosa voglia, la domanda è: come si percepisce all'interno del mondo?

R - Ebbene, le dirò che io mi percepisco come un osservatore. Ora lei si immagini un qualsiasi parco durante le ore pomeridiane, dove cose e persone si muovono alla luce dentro l'aria. Io osservo tutto ciò all'ombra dell'albero più alto e frondoso. In una zona poco arieggiata. Persino scomoda.
Dalla quale ho l'assurda presunzione di vedere, se non tutto, molto.

D - Quindi lei è un sapiente? Ma permette che le dia del Voi? il lei è francamente inaccettabile. Permettete, dunque?

R - Permetto e anzi lo esigo. Da molto tempo ormai il femminile ha perduto la dimensione del sacro, oltre a essere le donne oltremodo divenute oscene. Per quanto ciò non c'entri.
Si deve invece attribuire alle masse e alla presenza di moltitudini psichiche una condizione di superiorità. Ma sto vaneggiando. Quindi mi dia del voi. Ad ogni modo no, non sono un sapiente. Io infatti so solo ciò che vedo. Che non può essere più di quanto vedano gli altri.
Si può invece dire che sia un intellettuale. In primo luogo perché sono morbosamente insoddisfatto, il che corrisponde al primo requisito per definirsi tale. Inoltre discerno e critico ciò che vedo grazie a un intelletto formato e tenuto in allenamento. Il che, s'intende, è un esercizio totalmente miserabile e non mena a niente se non al buio e all'abisso.

D - Non vedete di buon occhio il pensiero critico? E quale pensate sia l'anima dei nostri tempi?

R - Innanzitutto lasciatemi dire che non s'è mai visto un essere pensante felice. Ma neppure sereno.
Il pensiero è infatti paura e tormento, e la condizione di qualsiasi bestia preferibile a qualsivoglia coscienza.
Detto ciò, i nostri tempi non hanno anima alcuna (il prof. dice questo spegnendo la sigaretta su una pianta viva). La nostra società è stremata dall'ateismo.
L'approdo finale verso cui ci si sposta dalla nascita, con più o meno coscienza, è il nichilismo, ossia il non credere a nulla. Ma badate, non sto dicendo che ateismo e nichilismo siano la medesima cosa, bensì che l'una porti all'altra.
Così, l'uomo si dispera e a nulla può aggrapparsi. Il vizio lo consuma, il cielo è vuoto e rivela solo uno spazio tanto vasto quanto inutile. Straziato da un'introspezione dove Dio ha cessato di tendergli la mano egli precipita senza fine entro sé stesso.
Gli altri sono fantasmi e la società ne è infestata. Senza uno schema trascendente è impossibile sopportare chicchesia.
La scienza? da una parte ci ha alienati nella tecnologia e dall'altra ci ha dato qualche anno di vita in più. Anni che trascorriamo in modo ignobile.
L'eternità è perduta. Se la civiltà ci ha incatenati nel corpo in cambio di un po' di sicurezza, la scienza ha murato viva la nostra mente.
Che non vi siano ogni giorno, in ogni dove stragi e massacri, e che tanto più il luogo sia civilizzato e razionale tanto più stragi e massacri siano feroci e spietati, è cosa che ancora non mi spiego.
Le droghe in parte possono spiegarla.
Cos'è infatti, cos'è questa cosa che chiamiamo vita dentro queste stanze assurde? Ma via, mi sono fatto trasportare. Andiamo avanti.

D - A vostro parere non vi è nulla di buono in ciò che siamo e nel modo in cui viviamo?

R - Nulla. Come del resto tutto. Mi spiego.
Il modo in cui viviamo e dato da quello che siamo. Ora, va da sé come ci venga insegnato che siamo solo... carcasse. E nessuno può esistere sapendo di essere un alleato dei vermi e un antenato dei cadaveri. E nient'altro.
D'altro canto è presente in noi, proprio per questi motivi, una dimensione eroica straordinaria, che per secoli l'uomo ha dominato e fatto sua attraverso la narrazione di miti e leggende che forgiavano la sua esistenza.
Ma la nostra società uccide anche l'erosimo, e nelle periferie moderne vagano solo vili e depressi.

D - Vi devo dire, professore, che in verità molte persone partecipano con soddisfazione a questa realtà. E che, inoltre, l'infelicità che voi descrivete non è così diffusa. Mi pare in sostanza che la facciate troppo tragica.

R - Voi volete forse dire che la vita è pur sempre meglio del non esistere affatto, e che in fin dei conti, sebbene a prezzo di enormi sofferenze, stare bene è possibile. Ma senz'altro, senz'altro!
Eppure nulla di tutto questo è vero. Non facciamo che inventare ogni cosa per evitare di impazzire. Il resto ce lo fornisce l'istinto.
La caratteristica di questi tempi è quella di aver abbandonato illusioni durature sostituendole con altre limitate nel tempo e nell'efficacia che finiscono per amucchiarsi l'un l'altra.
Abbiamo suddiviso e moltiplicato le nostre fantasie con parossismo industriale per adattarle al mercato in cui viviamo.
E poi siamo troppi. Ovunque ci si giri sbattiamo in un altro muso. Dove va il nostro sguardo lì c'è una casa. Non c'è più contemplazione né silenzio.
Qui come all'inferno l'ambiente è sovraffollato.

D - È possibile distrarsi da tutto questo?

R - Distrarsi è necessario e anzi è la sola cosa che possiamo fare. Ogni cosa non è null'altro che una distrazione col preciso scopo di uscire fuori dal tempo.
I nostri antenati perseguivano questo stesso fine negli eventi della loro vita. La religione, il lavoro, la procreazione, gli affetti ecc avevano una dimensione sacra; mentre oggi ci distraiamo per fuggire anche da queste cose. E da molte altre.
L'evasione, relegata un tempo a sporadici momenti della vita, ora è tutto, la si insegue, come gli Dei, la croce, gli ideali o la ragione sono state inseguite per innumerevoli generazioni.
Distrarci dall'essere vivi è il nostro monoteismo, e il nostro Dio unico si genera nell'incoscienza.
Mille secoli di evoluzione della coscienza per desiderare soltanto di non averla.
Dopo l'assurdità delle stelle il nostro è il fallimento più grande.

D - Se quanto lei sostiene è vero perché gli umani praticano la discriminazione sociale?

R - Il primo motivo è che l'essere umano è una creatura gerarchica che ama in particol modo esercitare un potere sugli altri. Discriminare pone in una logica di superiorità che ci permette di essere dei tiranni. Dopodiché ciò avviene perché non abbiamo piena coscienza della nostra condizione. Chiunque si renda conto del ruolo che ricopriamo nella cosiddetta creazione non può mantenere la ragione e in men che non si dica giunge ad autodistruggersi. Sebbene spesso l'istinto di autoconservazione ce lo impedisca.
In quel caso diveniamo ombre che, di tanto in tanto, accettano di partecipare a questa o quella farsa, nel teatrino grottesco della vita.

D -  Ritenete che tornando a un sistema religioso e dogmatico staremmo meglio? E sarebbe possibile?

R - Qui e ora, no. Ormai gli individui non riescono a focalizzare l'attenzione su qualcosa nemmeno per pochi minuti. Per venire ascoltati bisogna gesticolare in un video. Per rispondere alla seconda domanda.
La società globalizzata si basa sull'ateismo, essa lo brama per appiattire ogni cosa su sé stessa. Lo genera perfino uccidendo ogni tradizione. E lo fa con avidità di fanatismo. I fanatici del vuoto interiore. Dietro i loro schemi di logica aleggia il puzzo di cadaveri che galleggiano in un liquido asettico da ospedale. In fondo ai loro occhi lo stesso sgomento della morte che s'appresta: per tutta la vita.
Non a caso la nostra civiltà ha smesso di produrre opere dell'orrore rilevanti. Ai più basta viverlo.
Tornando alla prima domanda, come dubitare che un sistema religioso non possa farci stare meglio? Si è mai veduto un essere più solo dell'uomo nel cosmo?
Se c'è, non posso neppure immaginarlo.
Solo la pienezza di un Dio può abbracciare la nostra solitudine. Invero i nostri stessi Dei sono dei solitari.

D - Lasciatemi dire, professore, che voi siete completamente disperato. E me ne dispiaccio. Pure, vi comprendo. Al di là dei suoi mali l'uomo ha l'arte. Una seppure minima consolazione. E l'Amore, dico bene? Forse mi esprimo ingenuamente?

R - Definirla ingenuo è un eufemismo. Voi siete un povero pazzo. L'arte, in definitiva, non è che l'espressione dei nostri tormenti.
Riguardo l'amore poi mi pare persino ridicolo parlarne.
L'amore di Dio è morto. E le donne ormai non sono che prostitute. Intendiamoci giovanotto, gli uomini non sono da meno. Ma la situazione delle donne è spaventosa.
Per un capriccio abortiscono o abbandonano i figli. Il loro unico scopo pare essere quello di umiliarsi. Non appena la natura ha abbassato la guardia si sono trasformate in altro. Esse sono oggi l'incarnazione del mondo: volubile e dorato, ma vuoto.
Ma dopotutto, se ciò è potuto accadere, è anche per il declino e lo smarrimento del maschio. Esso soltanto può riprendere in mano la situazione e ristabilire l'ordine, ma è ormai castrato e intrappolato dentro un'infanzia senza fine.
Ma badate bene, queste sono osservazioni senza senso e quasi me ne vergogno. A un'agonia ne succede sempre un'altra, e su ogni uomo e in ogni tempo peserà sempre una maledizione ridicola.

D - Eppure la nostra vita si allunga. Il dolore fisico lenito. Le malattie curate. Vasti tentativi sono in corso per dare a tutti dignità. E l'uomo impara a conoscere lo spazio che lo circonda. A ben vedere c'è speranza.

R - Voi non siete solo un povero pazzo: siete addirittura un mentecatto che si agita nel buio. Vi dirò ora che tutto ciò che non è eterno o che perlomeno non sfiora l'eternità... che farsene? né lo sapete voi se aprite un poco gli occhi.
Le prime due cose che avete detto sono in realtà un'unica sola, e cioè la vita si allunga, sì, ma nel dolore. Mentre la malattia ci divora e la dignità universale non è che il sogno di un uomo appestato nello spirito.
Ma lo sapete, voi, che l'uomo si è messo in testa, pensate un po', di non fare più la guerra, o almeno di provarci, e che tutti sono uguali, e liberi, e che anzi la libertà è l'elemento fondante di questa umanità! Ma l'uomo è guerra, e la libertà è la catena più pesante che può stringersi al collo. Guardate me, io sono libero e non so che farmene. Tutta questa libertà ci ha strangolato e non è neppure vera.
Infatti nulla possiamo desiderare se non dove morire e quando.
Lo spazio poi è totalmente ostile alla vita e sarebbe meglio astenersi da qualsiasi cosa che non sia guardarlo con superstizione.
Quel poco che abbiamo fatto, quella manciata di chilometri che siamo riusciti a mettere tra noi e il pianeta, ci è riuscito esclusivamente in nome della guerra e della rivalità tra umani.
Ma si è capito presto che non si andava da nessuna parte. Niente Dei né viaggi tra i mondi ma solo pietre orbitanti nel nostro cielo.
Abbiamo retrocesso le stelle a soli lontani, e nel buio siderale non abitano più le antiche speranze.
La Terra è un pianto nella notte cosmica e tutto quello che abbiamo ottenuto è di saperci qui intrappolati.
Rimpiango quando ci si credeva al centro dell'universo: ora siamo ridotti alla periferia di noi stessi e non c'è neanche una risata che possa salvarci.

D - Uno scenario desolante quello che dipingete. Credete in Dio? È la domanda conclusiva. Inoltre sembra essere l'unica cosa che conti per voi.

R - Non vi dirò nulla su questo. E in fin dei conti è irrilevante che io creda o meno. Credo nell'eternità e che non ci sia dato in nessun modo di entrarvi se non attraverso le idee. Dio è un'idea, la più grande, la prima. Gli Dei, gli eroi... abbiamo ridotto la mitologia allo squallore quotidiano ed elevato lo squallore a mito.
Siamo creature ridotte a sospirare per un abbraccio. E tutto questo è patetico.

D - Fatemi dire professore che voi sembrate un uomo molto triste e solo.

R - Ma voi... voi fraintendete. Io parlo così fintanto si entra nel merito di certe questioni. Per il resto non sono più tormentato di voi... E anzi, già ora a quel che ho detto non penso più. E vedete... forse neanche lo pensavo allora. O non sempre lo penso.
Certe cose si vedono solo al buio.

lunedì 2 gennaio 2023

Primo viaggio dell'anno









La vigilia di un lungo viaggio è sempre traumatica, ti prepari tutto il giorno e vai a dormire consapevole che dovrai alzarti prestissimo e per 10 ore muoverti da una meta all'altra. Nel viaggio si è stranieri di tutto, non c'è modo di socializzare, o comunque non mi va. Che senso ha conoscere persone in viaggio, non ne ha nessuno. Il mio pensiero indugia sull'ennesima inutilità di questo sforzo, pregusta la morte, la vede su ogni cosa su cui posa gli occhi.   
Al mattino presto le persone sono ancora chiuse dentro il loro guscio di debolezza, se ne sbarazzano verso le 9, ma alle 9 sarò già partito. Nel primo treno, fino a Milano, ho dormicchiato, ero seduto vicino a una ragazza che per tutto il tempo ha guardato fuori dal finestrino: ma che modo di viaggiare è? che cazzo, almeno portati una rivista. Va be'. A Milano ho trovato solo sporcizia e sbirri, una magrebina mi ha messo in mano due biglietti del treno chiedendomi dove doveva andare. Le ho detto di andare dove cazzo le pare tanto siamo tutti morti, ma non ha capito un Mordor, così le ho indicato un binario. Ci si può uccidere facilmente in una stazione dove passano così tanti treni, ma a me buttarsi sotto un treno è sempre sembrata una morte improbabile, troppo chiassosa, quindi ho rinunciato: ho invece preso un caffè, e ho fatto male perché mi ha dato lo stimolo di andare in bagno, e di sicuro non cago in stazione centrale a Milano, perché anche prendere l'ebola mi pare un pessimo suicidio.
Curioso quante volte le persone pensino al suicidio accarezzandone le possibilità: possibilità illimitate. Comunque ho aspettato un'oretta osservando la gente andare e venire da un binario all'altro, mi sono goduto l'immondo spettacolo della folla umana. Un tizio mi ha fatto accendere ché avevo dimenticato l'accendino, diomerda, ho fumato; mentre fumavo ho spiato due cinesine che parlavano di non so cosa, una carina l'altra un po' meno; in generale le asiatiche mi attirano tutte, mi danno un'impressione di dolcezza pragmatica, senza tanti cazzi per la testa.
Sul secondo treno, quello che mi porterà ad Ancona, siamo schiacciati come sardine ubriache su 4 posti attaccati, e se non altro mi è venuta fame. Ho da leggere e da fare cose al pc, ma sto talmente scomodo che qualsiasi cosa farò sarà una merda. Intanto scrivo, il che mi permette per un po' di dimenticare le fatiche dell'essere, ascoltando musica per isolarmi dal vociare fastidioso tipico delle moltitudini. Sì cazzo, siamo veramente tanti in questo treno, e parlano tutti, dio Mordor, ma che farci, i viaggi sono così. Quelli davanti a me scoreggiano parole idiote, sono padre e figlio. Lui, il figlio, vuole vedere il telefono del padre, il padre non vuole, intanto rompono il cazzo a me; quello di fianco mangia e sbriciola tutto, è mezz'ora che mangia, ma dai cazzo.
L'ultimo treno che prenderò è un regionale, per fare Ancona - Civitanova, e poi finalmente a casa potrò cagare e ricaricarmi nella solitudine buia della mia stanza. Ma per ora conviene che mangi qualcosa anche io, non vorrei perdere i sensi e ritrovarmi stuprato e derubato da un capro nero. Cose che in treno possono accadere. I samurai attraverso la loro spada vivevano per morire, io muoio un po' alla volta intanto che cerco di vivere.
 Il panino con l'arrosto s'era indurito, quello coi funghi s'è smosciato; l'ultimo, quello col prosciutto, l'ho barattato con una stella di super Mario: me la sono messa qui sul tavolino per avere qualcosa da vedere che non sia il monotono paesaggio delle periferie italiane che si vede dal treno.
Ma è tutto inutile, anche a guardarla non mi viene sonno.
C'è un luogo più buio della notte e più disperato di una Teutoburgo, sono gli scompartimenti dei treni dove viaggi per ore e ore. Ti sembra, alla fine, di essere arrivato da qualche parte, ma sei sempre lì, all'Inferno, e devi viverlo finché non avrai scontato la vita.