venerdì 10 ottobre 2014

Antologia di scritti inutili n°2

C'è qualcosa che mi affascina nel fuoco, un divorare divorandosi che è tipico di certe persone, della bramosia acefala di consumare. Ma non lo trovi nella fiamma dell'accendino o sul fornello in cucina, devi necessariamente ammucchiare della legna in un bosco e accenderla di notte, devi vedere la danza ancestrale delle ombre intorno al fuoco, odorare il buio ignoto che che ti cinge d'assedio, e ogni rumore non ha forma, e incute timore.
- Ma io sono una persona molto pigra e amo le comodità.
- Morirai.
- Può darsi, ma che c'entra?!
- Bhe, ti spiego...
Basta pensare alle nostre abitudini, non so: cibo, ritmi sonno/veglia, luoghi in cui mi reco ecc ecc. Pensato? ora poniti con questo bagaglio di appiattimento esistenziale davanti alla morte, ossia inizia a contemplare l'idea che potresti morire nell'immediato. Fatto ciò si accende un lumicino, niente di trascendentale per carità, ma qualcosa ti fa vedere: ti fa vedere che esiste una tua non esistenza. Davanti a tanta angoscia non si può che restare basiti, e ci si rende conto dell'importanza, dell'unicità, della storicità della nostra vita. Abbracciato questo ragionamento si può capire che l'apatia dell'abitudine non è degna di abitare nelle nostre vite in quanto uniche e irripetibili, ed è proprio l'idea della morte, l'angoscia e la reazione che ne derivano a permetterti di vivere pienamente. Quindi ti viene voglia anche di accendere un fuoco e raccontare com'è stato. Semplice.
- Ma Dio allora?
- Dio cosa? lascialo stare Dio, Dio è morto.
- Ma senti allora, se Dio è morto, perché dovrei stimolare la mia esistenza se comunque diverrò concime?
- Perché.. già, perché?
- Senti ma... quando fai il fuoco di notte, bevi?
- Beh, certo che bevo, altrimenti come farei a pensare tutte queste sciocchezze?
- Ma guarda tu, me lo potevi dire subito, no? Invece di perdere tempo con la morte e la banalità del cazzo. Andiamo a farlo, dai, bevendo posso andare ovunque.



Una tipica reazione chimica a cui sottoporre le chiese


Diario notturno

C'è un qualche uccello notturno che lancia il suo verso qui dietro, tra la notte e il bosco. Un tempo lo avrei coperto con della musica, ma negli ultimi mesi per la notte ho scelto il silenzio; così nei i primi dieci minuti era solo un verso, ma è ormai già da un'ora che sono sicuro mi stia parlando. Egli dice: "apri la porta e vieni qui, vieni a vedere cosa c'è di notte nel bosco, vieni a vederlo e poi muori."
Da pochi minuti se n'è aggiunto un altro, più stridulo e lontano. Questo mi parla al di là della notte e del bosco, come un'avanguardia del mattino, e mi dice: "non c'è nessuna notte e nessun bosco."
A breve so che arriverà il terzo, e lì smetterò di aggiornare questo diario per seguirlo nel sonno, dove senza menzogne sarò io a cantare i miei versi, e muti mi ascolteranno gli abitanti della notte, e del bosco.



I miei pensieri abituali si ritrovano qui

Sono un tipo che in casa si sente a suo agio, anche da bambino uscivo poco. Ho le mie robine, le mie cose da fare, i miei ritmi casalinghi, e anche senza uscire la noia non mi sfiora mai.
In qualsiasi posto debba andare non vorrei mai andarci, bello o brutto che sia, e questo perché sono maledettamente bravo a stare in casa e preferisco restarci.
Poi, quando esco, penso sempre a come sarà il ritorno a casa, con lo stesso slancio che avrei se fossi convinto di trovare tante schiavette nude al mio rientro.
Ma in realtà non c'è mai niente a casa, a parte le mie robine, le mie cosine da fare, e il piccolo sistema planetario intorno al mio letto, dove i mondi raccolti da me orbitano con la gravità che è propria delle cose.

Diario di un lento suicidio - Introduzione al delirio notturno [parte prima]

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Diario dal fronte, secondo giorno di ostilità contro l'estate.

Per ora le truppe sono unite e ben rifornite. Il vento soffia, la pioggia batte, la folgore sferza i boschi.
In mattinata l'odiato sole è riuscito a sfondare il fronte provocando grosse perdite di umidità fastidiosa e caldo disagio. Nel primo meriggio le forze del generale Grandine, con una sortita mirabolante, lo hanno costretto in ritirata.
Ora le divisioni Pioggerella e GranPioggia battono il campo a far fuori i feriti, mentre la divisione Tuono canta vittoria per i cieli tenebrosi.
A breve l'armata Temporale dovrebbe definitivamente ributtare le odiose forze estive dietro il confine del giorno. Fino a domani si può resistere, e tutti ringraziano.

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Diario del dolore. Marzo 2014

L'unica cosa che mi tiene ancora in vita sono i brufen e l'alcol. Non dormo da 2 giorni. Non mangio cibi solidi da 3 giorni, tenendo conto che leccare non è mangiare. Faccio fatica a bere. Non riesco neanche più a parlare. Questo però solo da oggi.
È divertente interagire con le persone senza parlare. O almeno più divertente che interagirci normalmente. Chiedi carta e penna, mugugni, usi i documenti, ecc ecc
In realtà potrei già essere pazzo. Voglio dire, hey, dopo 7 giorni di agonia, un dente del giudizio che ti perfora un nervo facciale, un ascesso grande come un mandarino sotto al collo, senza sonno e senza neanche potermi sdraiare?
Potrei benissimo già essere pazzo. Oggi volevo picchiare uno perché mi ha guardato. Il nervosismo è incontenibile.
Quindi, sono pazzo?
Prima leggevo un libro di fantascienza. Ogni tanto mi fermavo, mettevo giù il libro, e fissavo il muro. Aspettavo che passasse la fase acuta del dolore, quella in cui non riesco a concentrarmi. Ogni tanto il muro spariva; vedevo oltre. Vedevo lontano.
Più di una volta, piegando la testa di lato, e cedendo al torpore, ho sentito fermarsi il cuore, o quantomeno fare uno strano battito, come se si espandesse.
In teoria si, potrei impazzire.
Quando mi addormento, se dormire seduti è sonno, sogno il dolore. Lo sogno in vari modi, a volte è una cosa, a volte una persona. Ma è sempre lui, il dolore.
Mi do altre 48 ore di resistenza, conoscendomi è il mio limite. Poi inizio a uccidere.
Sarà divertente.

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La terra vista dalla luna


Diario di un annoiato-ato-ato
Caro diario: prima, verso le 11, ho ingurgitato dei tocchi di porchetta. Di solito, come ben sai, essendo molto condita e stratificata con tessuti molli e duri, la porchetta si vaglia: questo si, questo no, questo forse. Dopodiché ciò che rimane ce lo si sbatte in bocca con del pane.
Però questa volta, ingobbito sul lavandino nella penombra del lampione esterno, non sono mica stato a vagliare, e no. Ho buttato giù tutto un po' a casaccio. Cosicché c'era un aglio enorme, un aglio tutto intero, e me lo sono mangiato. Col pane e qualche bevanda è andato giù. Mi dicevo: "sputalo". E invece no, tutto giù, tutto giù.
Poi, com'è ovvio, ho fatto cose, ho vissuto oltre l'aver mangiato della porchetta. E qui tutto è accaduto, difatti un paio d'ore dopo è uscito un rutto che non era un rutto: era l'esplosione di un quasar a base di atomi d'aglio. Che quel maledetto, zitto zitto, deve essersi fuso con tutto ciò che ha incontrato, riuscendo poi ad espandersi con tanta efficacia non solo da farmi lacrimare, ma giurerei anche - sebbene ne avrò le prove solo domani - a mutare la mia essenza in quella di un allium nonché sbigottirmi per cinque secondi buoni, tanto che ho pensato - sono morto? - no, però forse un buco nero l'ho creato. Un vuoto d'aglio.

- Più tardi -
Nelle ombre della stanza si muovono strane creature, e tutto puzza d'aglio. O forse - e mentre scrivo rido lacrimando - sono pazzo.
Ecco che vengono a prendermi: la stirpe dell'aglio che io ho creato.
Devo fuggire, ma dove? E che odore! E come sono emaciato.
Caro diario, guardati dall'ingoiare allium.


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Diario di un annoiato
Stamattina mi sono risvegliato in uno stato totalmente confusionale e nell'alzarmi ho subito notato una sensazione letargica. La prima aria fresca guarisce lo stress estivo, il corpo brama il sonno perso.
Tant'è dovevo spedire un pacco e sono andato in posta. Ora, magari nella borghesia non si usa, ma spesso esco con la stessa roba che ho usato per dormire. Bene, certo stamattina non ero in vena di fare l'elegantone, e com'ero sono andato.
Le cordicelle che legano le penne negli uffici postali dicono molto del clima di reciproca fiducia che vige nel nostro paese, e per qualche strano processo fisico - simile a quello che intreccia i fili delle cuffie - si attorcigliano intorno alla penna, di modo che ti chiedi: "riuscirò a scrivere l'indirizzo prima che sto coso si impicchi?" E puntualmente si impicca.
L'impiegata del mio piccolo ufficio postale è gravida, e ha solo un'espressione: quella del condannato a morte, ma lo sa, sa già cosa devo fare, lo sa come è conscia che la sua gravidanza è solo un modo per liberarsi dal lavoro, una prigione per evadere da un'altra prigione, e così taglia corto: raccomandata o prioritaria.
Il tizio, le dico, ha pagato 5 euro. Bastano per la raccomandata?
Pesa il pacco.
Sono sei euro.
Allora prioritaria. La guardo meglio, perché, continuo, sai, ha pagato solo 5 euro. Attendo di scorgerle in volto un barlume di interesse. Un oceano di apatia.
Allora prioritaria. Confermo prioritaria.
Prendo il portafoglio per pagare e noto che qualcosa non va, estraggo i miei canonici 10 euro e pago. Eppure, mi dico, qualcosa non va. Pago.
Riprendo lo zaino senza sapere dove dirigermi, e poi riprendo il portafoglio, lo apro e... e questi soldi? Vediamo... XXX euro.
Hum
Non ho idea del perché ci siano quei soldi. Mi giro verso l'impiegata che mi guarda ma non mi vede neanche, fissa un punto oltre me. Speriamo non guardi mai così suo figlio. Non è il caso di chiederlo a lei perché ho questi soldi, penso.
Allora vediamo, non li ho rubati. Non li ho presi in banca. Inoltre non ho soldi in banca, il che dissipa ogni dubbio.
Non lo so. Faccio giusto in tempo a pensare che potrei spenderli e mi ricordo che sono i soldi per l'affitto. Da quanto tempo erano lì? faceva ancora caldo... Ma in posta non ci torno di sicuro, la tipa minacciava l'aborto pur di essere lasciata in pace. No, e neanche a casa. Corse delle moto. Peggio della messa live se hai voglia di dormire.
Così sono andato, caro diario, a raccogliere delle mele in campagna. E a me le mele neanche piacciono.


-
Nella carbonara non ci va la cipolla


Diario Teosofico

Il cristianesimo: suicidio dell'Europa. Questa stanca giaculatoria d'intenzioni, di utopia; questo nascondersi nel buio pensando di raggiungere il giorno: questa rivelazione mai detta, questo canto stonato di verità inesistenti. Questo ebraismo rivisto, ebraismo impoverito. Emendamento giudaico. Distruttore di storia e di ragioni. Che l'uomo lo maledica e lo distrugga.
E si liberi.





Diario di un cosmonauta. 

Ho deciso che se vado sempre dritto nello spazio, a una velocità di 6/7mila anni luce al secondo - contando sul fatto che l'universo è sferico -, senza deviare minimamente dalla mia rotta, ecco, dovrei essere di nuovo qui tra un paio d'anni, proprio nello stesso punto.
Certo le radiazioni universali e la stessa luce, impattate a quella velocità, sono un problema. Bisogna che prima trovi il modo di schermarmi per bene. Inoltre non avrei riferimenti visivi, dato che sempre per via della velocità la luce delle stelle non potrebbe raggiungermi, lasciandomi al buio più tetro.
Se invece, ahimè, come alcuni pazzi sostengono, l'universo è infinito, vorrà dire che andrò sempre avanti fino a perdermi nel nulla, che è pur sempre una prospettiva migliore del vedere le orride grassone che in estate osano mettersi in costume.




Trova dio


Diario si un sopravvissuto, 9 maggio 2013

Le cipolle han messo l'erbetta dritta, le melanzane fioriscono, ma i pomodorini ancora non si capisce cosa fanno. Aspettando di allargare le nostra dieta, che da troppo tempo ristagna, oggi abbiamo finito di recintare la magione e stabilito delle zone franche dove rifugiarci in caso di bisogno.
Alle ore 15 avvistato un gruppo di erranti sulla strada provinciale, più è grande il gruppo è più sembrano intelligenti. Un po' il contrario di chi va a ballare il sabato sera, dove in un gruppo di 6 o più individui si inizia a notare un certo ritardo mentale. Approfondirò in seguito questo fenomeno, chiamandolo per ora: a ballare, se proprio devi andarci, vacci da solo.
Un membro del gruppo mi ha ricordato che a breve sarà estate. L'ho ucciso. Poi comunque ha iniziato a tirare un venticello fresco e me ne sono pentito.
A cena ci siamo riuniti al magazzino per decidere come procedere nell'esplorazione lungo il fiume, e su come regolarci verso quelle persone che, non si sa come, ancora pensano che Forum sia un tribunale vero. Ma oh! è finito il mondo e ancora credi alla tv? Vah che ti mando con gli zombie, eh.
Per il resto tutto ok, sento bussare alla finestra ma so che il vetro è robusto. Ah già, poi il tizio che credeva a Forum lo abbiamo ucciso, ma non era già morto?

ps ancora nessuna notizia di Bernardo, lo avevamo mandato a trattare con un gruppo di resistenza pacifica che non crede nella violenza contro gli zombie. Non è tornato. Forse perché è un cane. Idea del cazzo, eh? per fortuna il tizio che guardava forum non ne avrà più.



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Diario di un sopravvissuto, Mercoledì 17 aprile 2013

Nel pomeriggio ero seduto nel giardino recintato a seguire il volo di un uccello nero. È sparito, in lontananza, dietro una casa, ma non né è uscito. Mi chiedo dove sia finito.
Ho spalato un po' di erbacce, poi sono arrivati i rifornimenti dalla zona portuale. Hanno violentato Chiara 6 volte. Sono andato a vedere com'è la faccia di una che è stata coperta 6 volte; era zitta, lo sguardo basso e le guance rosse, da giovenca.
Niente carne questa volta, né la prossima. È troppo pericoloso camminare così a lungo, meglio coltivare da noi il necessario.
Al massimo ci mangiamo Chiara.
La sera mi addormento urlando dentro, la mattina mi sveglio con un urlo. Forse hanno morto Paolo, sta delirando. Sparla dell'elezione di un presidente, è ovvio che non sta bene.

Più tardi:
Abbiamo soppresso Paolo, stava violentando Chiara. Ma non per questo, no. Perché insisteva con quel Presidente del... l'ho dimenticato.
Domani ci spostiamo, andiamo a esplorare le campagne a nord. Staremo fuori tutto il giorno, che il Fato ci aiuti.





Quella troia di chiara



domenica 5 ottobre 2014

Un racconto o giù di lì



In realtà il racconto è del mio gatto.



Così inizia questo mio racconto, e come ogni inizio a fatica trova la sua via, il suo voler davvero esistere. Certo no, non è un’epica battaglia tra bene e male, benché bene e male non siano che sfumature dello stesso gioco inutile, e non è neanche uno di quei tomi con pretese filosofiche, storiche, o altre cose, tutte stoiche. A dirla tutta è anche scritto un po’ così, così come viene, e non necessariamente è piacevole da leggere.
Ora, ascoltatemi bene, mi rendo conto che scriverlo è noioso; ora mi diverto. Ora so già le prossime dieci righe; ora non so niente. Vorrei essere prosaico con eleganza; lo scriverò in versi. E poi, forse, se lo finisco, e sarà un bel racconto, il mondo diverrà un bel posto; se lo finisco, e piacerà, il mondo sarà vuota notte. O in fondo niente di ciò, e, chissà, tutto insieme. O come si dice in questi casi: val bene vedere come andrà a finire purché finisca. Seppure certo non sappia chi mai s’azzarderebbe a dire una cosa del genere.
Allora si narri questa storia e, misericordia, non se ne parli più, non se ne parli più per piacere, che si scriva e basta…e, per la maledizione di non ruotare ai lidi dell’universo, era caldo, ma non estate; poi stagioni non ce ne sono, e anche ce ne fossero la gente di questo racconto le ignorerebbe. Comunque era caldo nella zona, quel caldo umido che rende nervosi e privi di tatto, quasi bestiali durante i pasti, mostruosi nel rigirarsi nel letto umidiccio.
 Un caldo buffo, se non fosse tragico, curativo, se non uccidesse. Quel tipo di caldo che mette a dura prova qualsiasi ordine costituito.
 A proposito di ordine va detto che, se l’uomo nella sua favoletta, dalla scimmia a Dio, e poi da Dio…alla scimmia, dovesse rendere merito a qualcosa in particolare per essersi così ben evoluto, fino al punto a quanto pare imprescindibile per ogni specie di realizzarsi nell’orrore, lo deve senz’altro all’ordine. 
Strano come l’ordine porti all’orrore. 
Ordine mentale, certo, filosofico e morale, certo. Ordine nel diritto e nei percorsi umani predefiniti, senz’altro. Ma anche più modestamente l’ordine domestico, e a voler essere, e perché no!, precisi, l’ordine nelle singole stanze dove viviamo: e su tutte la camera da letto.
 Ecco, si potrebbe dire che l’umanità tutta ha il suo faro guida nel modo in cui ogni singolo individuo tiene ordinata la sua stanza. Ora, si sa, e chi non lo sa è quantomeno una persona noiosa, non sempre tale spazio si rivela lo specchio di un’anima serena, ma sovente ne è la nemesi, fino allo sfociare nel più bieco disfattismo umano, con picchi di sfacelo e miseria tali da far urlare malcapitati spettatori all’anticristo – davanti allo scempio di certe camere – o portare fisici più o meno sobri ad asserire, non senza commozione, che siffatti scenari orripilanti non possono trovarsi all’interno  del nostro continuum spazio-tempo.
 Insomma, a esser concisi, evitando per ora d’essere tetri, qualche caprone avrà già capito, e se non avrà capito, che sfacciato, sarà una capra!, che questa stanza non era, per così dire, il diritto romano, la moralità cristiana(?), o, tantomeno, la saggezza greca. Era, per Dio, un caos primevo, dove, ignorando le leggi universali, niente si trasformava, ma tutto davvero si creava dal nulla, come strani vapori, e si distruggeva per sempre, sparendo dentro pertugi dimensionali mai visti da occhio umano, come i vuoti a rendere che siamo, pieni di calzini sporchi e tutta la biancheria sporca del mondo e cicche puzzolenti e altre schifezze, tutte vecchie, tutte sporche.
 Ma chissà, chissà mai, chi ci vive in questa camera così incasinata, si starà chiedendo…tu, si chiederà tu, tu il lettore. Te lo chiedi? Ecco, caro lettore, scosta quel filino di bava dalla bocca e datti una pacca sulla schiena da parte mia – io, io che scrivo, ciao! – che stai leggendo da cinque minuti, e son sempre cinque minuti davanti allo schermo di un pc senza spulciare pornografia. E sia, ci vive, e si prova a riordinarla, una tizia, né alta né bassa, né giovane neévecchia, in un certo senso nient’affatto fuori luogo, dai modi garbati, tranne quando è sgarbata, e tutto sommato di una certa cultura, pur con una forte avversione per la cultura stessa.
 La ragazza, se vi fa piacere, s’applicava non poco per tenere in ordine la sua stanza, ma se preferite se ne fregava, tanto, per quel che ne so io, impegno o no, la stanza era un vero e proprio lebbrosario.
 Ora qui si spolvera, e dopo poco la polvere ricopriva tutto; poi qui rifacciamo il letto, e neanche si fa in tempo a girarsi che il letto si disfa; adesso riordiniamo per bene le mensole, e prim’ancora di allontanarsi per vedere l’insieme tutto s’era sparpagliato. Quella dannata camera pareva godere di vita propria, una dispettosa volontà tendente al disordine, fermamente decisa a impedire il desiderio d’ordine della ragazza.

Certo, ne converrete, ne venne fuori un bel problema. Si sta male nel disordine, se non è voluto, si sta peggio ancora nel disordine quando se non metti in ordine ti picchiano. Eh sì, perché i genitori di lei, convinti fosse tutto frutto della sua personalità eversiva, la punivano, senza troppi convenevoli, e con mano ferma, a… come renderci chiari: a calci in culo, ecco, senza disdegnare occasionali bastonate, marchiature a fuoco, e, perché no, in fondo che diavolo!, costringendola a lavare i piatti, montagne di piatti: tutti i piatti del paese, del mondo, tutti i piatti esistiti o a venire.

Davvero un bel problema, per la giovane, che senza sosta si chiedeva come venirne a capo. Come, cioè, averla vinta sulla camera balorda, che di storie non voleva sentirne, e nel suo silenzio espressivo sembrava dire: puzza e casino, polvere e folletti negli angoli! E chissà cosa negli spazi oscuri, HAHAHA, lo sai tu cosa? Te lo puoi solo immaginare! Così pensandoci qualcosa le venne in mente, certo si trattava di misure estreme, ma chi per sottrarsi a un tale incubo non ricorrerebbe alle latenti bassezze insite nel nostro lato più oscuro? Certo lei non se ne fece un cruccio, ne s’avvilì, e in poco tempo, fermamente convinta in quella direzione, si procurò qualcosa che bruciasse, e qualcos’altro per farlo bruciare. Poi niente, con naturalezza diede fuoco un po’ a tutto, alla camera, ai genitori, ai piatti e anche al suo personalissimo disordine interiore. Bruciava come una foresta di alberi morti, e su tutto echeggiarono risate impazzite, liberate e liberatorie, urlate ai muri anneriti, più lucifere del fuoco, risate infernali.

Quando altri tizi, con altri problemi, finirono di spegnere il fuoco, la casa era uno splendore. La camera non c’era più, tutto si era fuso in un cono amorfo, come si scioglierebbe una candela di cattivi pensieri, appiattendosi sulla sua disperazione. I piatti – milioni di piatti – semplicemente erano spariti, forse esplosi, forse ancora andati in fumo. 
Riguardo la sorte della giovane, com’è evidente, nessuna colpa ne macchiò l’avvenire, poiché nessun tribunale dotato di buon senso trovò opportuno processarla per aver bruciato una casa: le case vanno bruciate, è il supremo ordine.
 Nessun tribunale trovò opportuno processarla per aver bruciato i genitori: i genitori vanno bruciati, è l’unico ordine.
 Solo una vecchina si lamentò del tutto, e certo non le si può dar torto, se si spiega cosa accadde, ossia che l’incendio aumentò il calore, e la vecchina ebbe a soffrirne, e fu presa da gran caldo. Fu bruciata anche lei, e nessun tribunale trovò opportuno processare la ragazza per aver bruciato anche la vecchina: i vecchi rompicoglioni non sono essere umani. 
E poi bon, io la chiuderei qui, che storia banale poi, andrebbe bruciata, ma val più di un vecchio, di una casa o di due genitori, e allora no, mi sa la lascio, e in fondo mi sono divertito a scriverla; è stato uno strazio. Il tempo è volato; seimila secoli sembrano scorsi. Fuori è giorno, ora esco e non ci penso; fuori è notte, resto in casa e mi pento di tutto.


Ho due gatti. Il nero detta e il grigio scrive.



venerdì 19 settembre 2014

Intervista al vento

Un bel culo. Questa visione renderà più scorrevole l'intera lettura.



Allora, la Russia è, per cominciare, una nazione.
Anzi no, tecnicamente è uno stato. Una federazione di nazioni?
Diciamo uno stato confederato.
No, non quelli grigi che volevano la schiavitù. Una federazione di stati come gli USA. Però senza mischiarsi tutti, niente schifezze del genere.
Poi è... vediamo, ah sì, il paese più esteso del mondo. Un bel po' di chilometri proprio. Dalla Polonia (mai capito cos'è) al pacifico radioattivo.
Ha una lunga storia, non lunga come la Grecia per dire, ma di spessore, Ben fatta.
Poi ha una sua cultura letteraria, artistica, una lingua cresciuta nel tempo, una religione.
Purtroppo è un paese cristianizzato. Ma almeno sono ortodossi.
Il che non gli ha mai portato troppi problemi, anzi. Dopotutto gli ortodossi non si occupano troppo di politica.
I più grandi scrittori esistenzialisti!
Che altro dire... Beh, è la Russia!
Dunque vediamo, nella prima guerra mondiale...no, troppo lungo. Nella seconda guerra mondiale... lunghissimo. Saltiamo la terza. Allora: oggi la Russia...
No, niente, non so da dove cominciare. Ci sono troppe cose da dire, troppi spunti.
Farò così,
Passerò subito all'attualità cioè a quanto sta accadendo ora in Ucraina.
(mi vergogno profondamente per questo inizio)

Voglio riportare alcuni miei colloqui con varie persone. Il campione è eterogeneo, differente per età, ceto sociale e istruzione. Ovviamente riguarda la Russia, e ancora più ovviamente la Russia oggi.
A costoro ho chiesto di raccontarmi, a seconda del loro punto di vista, cosa succede proprio nell'Ucraina orientale e, in generale, intorno al paese.
Dentro c'è davvero tutto, anziani e ragazzi, casalinghe e universitari. Misantropi e persone ben inserite. Credenti o laici.
Intanto dico subito che la maggioranza non sa e non segue - circa metà delle persone (non posso dire della popolazione, mi limito ai da me interrogati) - o non è a conoscenza dell'attualità. Tra questi abbiamo di tutto, dalla vecchietta all'universitario.
L'altra metà è molto confusa, ma quasi tutti dipingono la questione come una sostanziale lotta tra pro-Russia e pro-Europa. Più o meno tutti, diciamo il 90%, sostengono che Putin sia un poco di buono.
Alla domanda "perché Putin è un poco di buono?" riesumano grottesche conoscenze della storia Russa, finendo poi a descriverlo come un oppressore.
Nessuno conosce il ruolo degli USA dietro queste vicende e in generale nessuno sa descrivermi la loro politica estera.
Nessuno collega gli avvenimenti mediorientali e cinesi all'intervento nato in Ucraina.
Pochi, praticamente solo due, sono a conoscenza della lotto per l'energia e dell'accordo russo-cinese.
Molti, anche qui un 80%, credono l'Europa indipendente riguardo a queste e altre questioni. Alcuni (circa 3) vedono nella Russia il nemico storico dell'Europa.
Nessuno - nessuno - nomina israele. Nessuno è in grado di riportare una sola dichiarazione di Putin che non riguardi il bunga bunga.
Più o meno tutti vedono in Obama e negli usa una tranquillità socio-economica. Alla domanda "dove?" diversi citano il nobel e la guerra al terrorismo.

Altre considerazioni.
La maggior parte delle persone ignora totalmente l'organizzazione statale nelle seguenti nazioni: Arabia, Israele, Russia, Cina.
Negli ultimi due casi un buon 50% indica i due giganti eurasiatici genericamente come comunisti o presunti tali. Dei primi due qualcuno sa che l'Arabia è una monarchia e che in israele c'è una guerra per difendersi dagli arabi.
Riporto quello che sento.

Ancora:
Quasi nessuno sembra capace di collegare i tre monoteismi sotto un'unica storia o logica. Chi lo fa ci arriva quasi per caso.
Nessuno sa cos'è la nato, o meglio, affermano di saperlo ma senza riuscire a spiegarlo.
Nessuno o quasi conosce la storia dell'europa a un livello superiore ai film (americani) che ha visto.

Alla domanda secca: "cosa succede in Medio oriente " il 99% non sa bene o parla di islam.
Nessuno sa dirmi esattamente cos'è l'islam, neanche una definizione da vocabolario per l'infanzia.
Pochi, pochissimi, conoscono come funziona una religione.
Di questi si ha l'impressione che parlino per sentito dire, senza cognizione di causa. Ad ogni modo è un argomento trascurato con piacere più o meno da tutti.

Poi ancora sulla Russia:
Pochi ricordano la guerra nei balcani e ne forniscono una spiegazione stucchevole del tipo "abbiamo sconfitto un oppressore". Stessa cosa per i maggiori conflitti degli ultimi 30 anni. Diciamo pure di sempre tranne forse per la seconda guerra mondiale, lì sono tutti più o meno sicuri: "Hitler era pazzo."
Tutti sono a conoscenza che l'america ha un esercito, che la Russia ne ha un altro, e poi anche l'Italia, tutti i paesi europei, la cina, ecc ecc. Nessuno sa fornire anche solo una rudimentale descrizione di questi eserciti né come si muovono o sono organizzati, da chi e per cosa.

Tutti sono, chi più o chi meno, concordi sul fatto che il razzismo sia una brutta cosa. Non tutti però amano il modo in cui si sta trasformando la nostra società, ma lo accettano con passivo fatalismo.
Idem per l'omofobia, ma su quest'argomento si scherza più volentieri.
Nessuno sa che israele è uno stato razziale.
Nessuno sa che gli arabi decapitano gli omosessuali ma sono lo storico alleato degli usa.
Tutti o quasi sanno che Putin odia i gay e l'emancipazione femminile, e considerano gli usa in dovere di intervenire.
Nessuno possiede neanche lontanamente una embrionale cultura razziale. Taluni arrivano ad astrarre l'uguaglianza incondizionata di tutti gli esseri umani.

A questo punto lascio stare la Russia. e passo a domande generiche. Lo scopo iniziale di costruire un post sulla Russia senza usare le mie opinioni è del tutto vano.
Nessuno mi sa dire cos'è una repubblica. Nessuno.
Pochissimi sanno distinguere tra stato e nazione.
Quasi tutti, interrogati sulla multi etnicità dell'europa sostengono che sia inevitabile. Al riguardo molti hanno idee contrastanti ma sembrano avervi rinunciato in quanto secondo loro ontologicamente errate.
Tra tutti solo alcuni usano internet per informarsi, eppure per una questione che sembrerebbe causata dal voler evitare ansie o frustrazione nessuno di questi è informato su questi fatti fin qui riportati.

Tutti conoscono la famiglia reale inglese, la loro storia degli ultimi 30 anni, i membri, ecc ecc
Nessuno mi sa dare una definizione anche solo rudimentale sulla strategia della tensione in Italia. Giusto i più anziani ricordano con nostalgia - probabilmente per la giovinezza - il mondo non-globale. Tutti sostengono che la globalizzazione abbia sì portato dei danni, ma che tutto sommato sia buona. Al mio "perché?" rispondono con slogan commerciali.

Tutti pensano "Italiani brava gente", e che l'italia sia il paese più bello del mondo.

Spesso mi chiedo quale debba essere il livello di consapevolezza minimo del mondo e delle sue realtà di un cittadino per fare apparire seria la sua democrazia rappresentativa.
Ogni testa un voto, in base ai voti si decide la linea d'azione. Ma se la testa è vuota?
Dev'essere la stessa cosa che pensano i grossi oligarchi, i politici rampanti, ossia che il popolo va giustamente ignorato: perché scomodare queste menti intorpidite e attirare la loro attenzione sulla complessità delle cose e sulla loro nequizia di fondo? Tanto vale che sognino e si lascino guidare ciecamente. "Il popolo non ha bisogno di sapere, decideremo noi per loro."

Su questa come su tante altre cose. Ecco, per esempio, ho notato che la maggioranza ritiene l'economia come una sorta di scienza matematica. La macroeconomia è guidata dalla logica, immutabile e perfetta. Un dogma. La microeconomia invece no, la maggioranza ne è esperta in quanto ne fa uso quotidiano e sa che dipende dalle loro scelte individuali ed è quindi una semplice opinione. Basterebbe collegare le due cose per rendersi conto che la stessa cosa vale per la macroeconomia, eppure questo non avviene.
A volte penso che la superstizione faccia davvero parte delle nostre esigenze primarie, come mangiare o dormire. Che sia insopprimibile, e che la dove questo avvenga si formino strane tendenze, come una feroce auto-coscienza o la tentazione di perdersi in altre realtà trascendenti la nostra e del tutto inventate.

Nietzsche parla del piacere di essere e di quanto questo aumenti in proporzione al nostro allontanarci dalla realtà oggettiva. Nella veglia introiettiamo una piccola porzione di realtà attraverso la mediazione dei nostri sensi e il costante conforto emotivo della nostra personalità. Questo ci permette di viverla con relativo interesse e sufficiente distacco, che coltiviamo e aumentiamo con tutta una seria di rituali che cercano di allontanarcene il più possibile. Escogitiamo finzioni archetipiche per meglio illuderci che la finzione sia reale.
Nel sogno, che è una finzione della finzione, il piacere di essere aumenta perché ancora ci si allontana dal vero, dall'oggettivo.
Infine poi è la nostra stessa voglia di distruggerci, l'irrazionale contrario, l'ebrezza dionisiaca a permetterci di accogliere il mondo dentro di noi per trasformalo in noi stessi, diventandone Dio e creazione, creatura e creato.

Ma allora mi viene spontaneo di dire che maggiore è la finzione più grande la gioia di vivere, che ci si trova perdendosi, e trovandosi si finge di essere altro.
Certo, andare in giro e vedere solo atomi e codici binari sarebbe forse esagerato e in un certo senso non-umano, ma il sogno è solo un ombra, le illusioni fantasmi del vento, e a meno che il senso della vita non sia vagare ciechi tra due eternità di nulla... auspicherei una maggiore consapevolezza.
No?
Non lo so. forse non importa.


Il mio sguardo ogni volta che rileggo quello che scrivo.



mercoledì 17 settembre 2014

Bentornato






Era il..mh..2005? 2004? Chi cazzo si ricorda più.
So solo che ero un universitario svogliato ed annoiato, già allora altamente disfunzionale e con l'autismo classico di ogni 20enne che si rispetti.
Le persone le salutavo con vaffanculo e la vita era tanto più semplice (specialmente perchè ridevano e pensavano scherzassi).
 Essendo "nato" nell'internet 1.0 (almeno in Italia) vivevo il lento declino che ha portato all'internet 2.0 attuale (social e merda interconnessa ad ogni buco di culo umano) con un profondo sconforto.
Immaginate di poter toccare un piccolo rinascimento, entrando in un "mondo" dove l'idiota era una piccola minoranza trascurabilissima.
Dove circolavano idee originali .
Dove potevi incontrarti e scontrarti con mentalità capaci di reggere un dialogo piuttosto facilmente.
Dove potevi conoscere personalità particolarissime, magari finte, magari vere. Chi se ne fotteva?
Dove, tramite forum e chat, potevi entrare in altre realtà totalmente dissimili dalla tua.
Di persona, ovviamente. (grazie, Ferrovie dello Stato).
Alla fine dei conti ero davanti al computer e non in una cazzo di discoteca per un motivo, no?

Passare delle giornate chino su una tastiera ha i suoi contro ovviamente.
Vedi la bassa % femminile rispetto ad una qualsiasi serata in un pub.
Vedi la perdita della vista, pezzetto per pezzetto.
Vedi l'interesse in ribasso per ciò che è magari a due metri da te. Magari in favore di qualcosa a 134515km di distanza.

Ma, cazzo, i vantaggi.
Passi da una situazione in cui trovare/conoscere realtà musicali come l'Industrial risulta una ricerca sulla falsariga del santo graal a un posto dove con un click (e un bel pò di pazienza, erano appena passate le connessioni a 56k..) puoi procurarti delle piccole perle e aprirti interi filoni.
All'epoca ero un mix tra una sorta di protometallaro rincoglionito e il darkettino per esigenze di copione (qualcosa di musicale più una buona fetta di narcisismo).
Pertanto avevo conoscenze con persone del genere, specialmente tramite chat e forum improbabili.
Un buon 90% era l'esempio generale di come le mode avessero traviato generazioni intere.

L'equazione è semplice:
Fare il personaggio porta adattamento all'ambiente.
Essere nell'ambiente permette di ottenere riconoscimento
Essere riconosciuti rende credibile il personaggio
Essere personaggi credibili porta figa
Il resto penso sia sorvolabile.

Fortunatamente un 10% di questa massa (e se penso adesso al concetto di massa su internet mi vien da ridere) non era lì per cercare di realizzare l'equazione.
E da quelle persone, cazzo, ho imparato e ho continuato ad imprare.
Alcune di queste persone le ho ancora "attorno" tutt'oggi, dieci anni e infiniti casini dopo.
Certe fanno schifo come esseri umani, certe si sono realizzati e sono praticamente l'opposto di ciò che erano dieci anni fa.
Ma cambia poco; la sostanza è sempre la medesima.

Con una di queste persone avevo l'abitudine di scambiarmi canzoni particolari, sonorità mai sentite prima, artisti trovati saltando decine di myspace (cristo, vintage detected) e andando a spulciare forum e reti di contatti.
Io gli passavo un Devil Doll, lui mi passava un 5ive's continuum research project.
Io rispolveravo i Pholas Dactylus, lui mi presentava i Worship.
Insomma, un rapporto salutare e molto più utile di milioni di parole.

Un giorno appare tutto soddisfatto e mi presenta un certo Woven Hand.
La canzone, se non ricordo male, era Swedish Purse.
Un pezzo singolo da 4mb da passarsi via MSN.
"Bello, provalo".
Lo provo e, cazzo, è bello.

E' materiale da cantautore.
Ed è americano.
Già lì è qualcosa di non da tutti i giorni, qualcosa su cui indagare.

Il suono mi ricorda il country (quello fatto bene, profondo) ma con una nota tetra.
Qualcosa di gotico, vorrei dire.
Ecclesiastico, pure.

Partono le ricerche ed ecco cosa salta fuori:
David Eugene Edwards, classe 1968 .
Cantante e musicista dal 1994.
Americano, nato in Colorado, nonno pastore.
Woven Hand è il suo progetto solista, in un certo senso.
La sua band precedente (e che lo ha reso "famoso") sono i 16 Horsepower.
Il loro genere, se di genere si può dire, è il Brimstone Rock. o Southern Gothic che dirsivoglia.

(bonus, grafica di uno dei loro testi)


Ovviamente scarico tutto il reperibile su di loro e, cazzo, mi si apre un piccolo mondo.
Sacklot'n'Ashes, Folklore, Secret South.
Album che da allora non ho mai abbandonato realmente (e son sempre stati presenti su qualsiasi supporto musicale mi portassi appresso).
La semantica dei testi , i ritmi, gli strumenti, la voce profonda (da predicatore) del cantante.
Tutto componeva ciò che mi serviva allora in ambito musicale.
E compone ad oggi tutto ciò che voglio in determinati momenti della mia vita.

Woven Hand come suo progetto era più..intimo.
Trattava corde differenti, in un certo senso.
Aveva qualcosa di meno aggressivo, meno sulfureo.
Intrigava, sì. Ma aveva un appeal più ostico per me.

Nulla che mi fermasse dall'ascoltarlo a fasi alterne fino ad oggi.
Qualcosa però non lo sentivo totalmente nelle mie corde, non mi faceva gridare al capolavoro.

Negli anni è rimasto nel mio "mirino", per così dire.
Infatti alla fine è uscito Ten Stones (nel 2008 se non ricordo male), sua nuova fatica.
L'album è bello, è fatto bene.
Ma non mi piaceva quasi per nulla.
Cambiato io? Non c'era più allineamento in ciò che desideravo?
Eppure le sue precedenti produzioni non erano cambiate di una virgola per me. So a memoria i testi di una larga parte delle sue canzoni senza aver mai fatto alcuno sforzo d'impararli perchè, cazzo, non mi hanno mai mollato.

Un pò intristito non ho più granchè seguito sue evoluzioni.
Fino ad oggi, intendo.

Fallendo nel trovare una versione decente dell'ultimo album di Battiato (uscito oggi, tra le altre cose) ho riaperto dopo mesi Spotify.
Il quale mi ha detto "dovresti sentire l'ultimo lavoro di Woven Hand"
Appena finito di sentire Battiato provvedo a dargli un ascolto, aspettandomi niente di che.

Il cazzo di cristo morto, altro che nulla di che.
Questo lavoro (all'anagrafe Refractory Obdurate) è pari se non superiore a 16horsepower.
E' come se avesse finalmente trovato la ricetta per unire le sue due anime.
Il brimstone rock grezzo dei primi periodi con la capacità di comporre testi fantastici e profondi, colmi di spiritualità.
Cosa porta tutto questo sproloquio?
Due cose, principalmente.

Primo, ascoltateveli e cercate su di loro se vi interessa della buona musica. (e non date ascolto a Godano se trovate scritto "non il suo miglior lavoro" via youtube, non ci ha capito un cazzo )


Secondo, son diventato un pigro bastardo, sommerso dalle ondate del tutto ad un click proprio dell'internet 2.0.
Questa che ormai è diventata una landa di tutti (rendendo, de facto, internet lo specchio della stessa merda che è fuori dalla rete) in cambio di comodità neppure sognate dieci anni fa ti impigrisce oltre ogni limite possibile, se solo gli si da un'unghia.

Tempo di cambiare un pò di abitudini merdose assunte negli anni.

giovedì 11 settembre 2014

Rapsodia ragionata

Riccione S.P.A.



1

Intanto fa caldo, e in questo periodo bene o male mi tocca puntualizzarlo sempre. Poi è umido, e preciso che è un male. Infine - ma si fa per dire - mi trovo a Riccione.
Aspetto un treno, e dovrò aspettarlo per un po', così mi sono convinto che non necessariamente devo farlo in stazione, tra campanelle ridondanti e polvere di ferro.
Il bagaglio è un bel fastidio, ma infondo neanche tanto. È questa umidità che... ma andiamo.
Siamo a fine stagione (per stagione qui si intende solo l'estate) ma c'è in giro ancora diversa gente. Li guardo passare e ci passo accanto; li osservo bene, mi estraneo, anch'io mi passo accanto.
Sbigottito, per un attimo, mi vedo andare via. Poi sono ancora qui, in mezzo agli stagionanti di Riccione.
Da queste parti se non ricordo male c'è una grossa libreria; certo non ci vado per comprare, i libri nuovi costano troppo - vado a dare un'occhiata.
E intanto che mi dirigo non posso non notare che se fossi una donna mi divertirei molto di più: sono tutti negozi per donne! Una persona più sprovveduta penserebbe già di essere in un troiaio. Io penso ancora di essere a Riccione.
Qua e là, tra confuse comitive di anziani e giovani ossessionati dalle mode, vedo dei russi precipitati da qualche oriente, dei discreti figoni, le solite famiglie nascoste dietro un passeggino; vedo il solito mondo acquartierato lungo il mare.
Le case, gli alberghi, non sono chissà quale bellezza da vedere; le roccaforti della classe media, i ristoranti, si presentano annoiati e fintamente addobbati di richiami alla tradizione, mezzi vuoti di persone mezzi pieni di intenzioni.
Oh! quello lì probabilmente è venuto a mangiare un qualche spaghetto ai frutti di mare, e mangia, guardatelo come mangia quasi in mezzo alla strada, possibile che voglia farmi vedere quanto ha fame?
Le ragazze sono vestite male, quasi tutte hanno le stesse scarpe, gli stessi forma-culo, paiono uscite anche loro da una fabbrica, e sorridono vuote. Chiacchierano tra di loro e non si dicono niente. Ma lo fanno bene, maledettamente bene: sembra che non sappiano fare altro, e all'improvviso ho voglia anch'io di non fare niente come loro, insieme a loro.
Una russa sgrana gli occhi su una borsa da qualche migliaio di euro. Come se in Russia le servisse a qualcosa, che altro ti serve quando hai la vodka e la neve?
Ed è talmente umido che mi sembra di fare una nuotata, quei due chilometri di acqua alle ginocchia tipici dell'adriatico si sono spostati anche verso terra, e la gente ci ristagna come batraci al sole tra le mosche del consumismo.
Sì, ci sono solo negozi a Riccione, e gente che vuole comprare. Se me ne stessi fermo in un posto abbastanza a lungo qualcuno verrebbe a vedere se ho un prezzo.
Ma è inutile stare a pensarci, dopotutto un paio di gran bei culi li ho visti. Non mi serve altro. Forse una vodka. E la libreria?
Andiamo.
Venite con me ragazze? Io e voi contro il mondo, questo dannato, squallido, venduto mondo, mezzo pieno di gente mezzo vuoto di intenzioni. Andiamo?
Vado da solo.

2

Ta-dan! La libreria non c'è più, nel lungo locale che occupava ora vendono vestiti. Ma sentite un po', di quanti vestiti ha bisogno la gente per campare bene?
Comunque non sono scarpe, né borsette, e non è neanche roba per donne. No.
Ecco, è roba per bambini, ci sono dei manichini per far vedere come si debbono vestire i figli di questa gente. Moda infantile. Che cazzata.
Però scommetto che a comprare questa roba sono le madri. Alla fine pure questo è un negozio per donnette.
La libreria dopotutto è facile che l'abbiano spostata, neanche Riccione può fare a meno di un posto dove si legge, e poi alla gente piace comprare pure i libri, esibirli, portarseli al mare. Senz'altro hanno riaperto un po' più in là.
Già che sono qui potrei andare a vedere il mare, pieno di natanti sull'orizzonte, ombrelloni come funghi che lanciano spore di chiasso e gelati.
Forse è meglio aspettare l'inverno.
Allora una granita, un caffè?
Probabilmente me ne torno in stazione, solo prima ho bisogno di sedermi, togliermi lo zaino e riposare.
Che gente che passa, e guarda quella che tacchi. Più ti avvicini al mare e più hanno voglia di scopare.
Ma che abbiamo qui, un passerotto? Saltella intorno alla panchina, dà dei colpetti col becco sul fetido asfalto e vola un po', mezzo metro, un metro, mi guarda preoccupato e sembra pazzo. Anche io a Riccione sembro un pazzo.
I russi, una volta, guardavano all'occidente come a un luogo incomprensibile, ora vengono tutti qui. Diceva un poeta sovietico che, dopo aver visto l'occidente, inizialmente voleva guardare tutto, poi voleva comprare tutto: alla fine avrebbe voluto distruggere tutto. Da noi è normale.
Tornando in stazione comprerò un blocco note e una penna per buttare giù due righe, per buttarmi sulle righe che passano accanto ai binari.

Le righe su cui scrivere. 

3

Sono lanciato a grande velocità su questo treno, verso la mia meta, a una buona media di quaranta chilometri orari. Dico buona perché non si è ancora rotto nulla, ancora non ci siamo fermati.
Solito vocio, soliti rumori scomposti dei vagoni, ronzii, stesso sballottare di sempre.
Dietro di me un vecchio attacca discorso con una ragazza. Le sta facendo un sacco di complimenti, è così felice che saltella come un passerotto, e sbatte, sul sedile e per terra; ogni tanto mi arriva uno scossone. Il frum-frum dei finestrini aperti, il tonk-tonk delle ruote metalliche, sembra di essere su un panzer, dove siamo? a Bologna liberata o a Berlino assediata?
Mi inganno, ma è solo per un attimo e c'è già un negro che mi passa vicino. Cazzo, è proprio Bologna. Eccone altri. Le negre, in treno, sembrano tutte delle gran puttane, provate a dire il contrario. Provateci un po'.
Ho un amico che piuttosto di infilarlo in una negra se lo farebbe tagliare - ma sarà vero? -, io no, per me sono tutte cazzate - ma sarà vero? -, voglio dire, su, come si fa a rifiutare una scopata in questa vita di merda; ogni lasciata, cari miei, è persa, e poi le donne sono donne, sposati e ingravida le tue ma scopa con chi ti pare.
Ovviamente per le donne questo stesso discorso non vale, chi va con un africano poi può pure trasferirsi in africa, o per quello che mi interessa si può anche ammazzare.
Mai detto di essere una persona tollerante, la tolleranza uccide dentro e fuori.
E niente, in Emilia pure se ci passi col treno c'è odore solo di porco e di pianura. In questa fase del viaggio inizio a sentire la stanchezza, sono già molte ore ormai, e anche quello che scrivo si inacidisce come il mio umore. Del resto tra non molto dovrò cambiare treno, sempre che sia in orario: ma che dico! volevo dire che mi auguro non abbia troppo ritardo.
Al massimo venti minuti, o lo perdo e mi toccherà aspettarne un altro, chissà quanto.

4

Belin, alla fine ce l'ho fatta, non l'ho perso. Per un pelo come sempre.
Poi si stupiscono che dovendo viaggiare in treno abbia l'ansia due giorni prima. Lo credo bene, qui non si sa mai come finisce, sempre al confine tra il tutto bene e il dormire in stazione. Che orrore.
Dopotutto anche se siamo nati, e siamo vivi, è per un pelo. Tutta questione di coincidenze, come coi treni. Che orrore.
Dovrei quindi arrivare in nottata.
Forse l'ho già scritto in un altro post, ma a certe persone viene da chiedere se non si aspettassero di trovare una festa. Certe facce, e che musi da cane! fissano tediati le proprie mani alternandole con i grigi paesaggi industriali che scorrono ai lati. E sono proprio delusi, come se gli avessero fatto un torto. Portarsi un libro, un pc?
I più portano un cellulare, ma dopo quanto che ce l'hai in mano impazzisci e inizi a mangiarti la faccia di chi ti sta accanto?
Due ore?
Non ci siamo, la gente non è organizzata, non sa viaggiare. Io invece sì.
Per prepararmi come si deve mi sono visto anche dei porno ambientati in treno. Già. Tu sei lì che ti annoi perché non hai niente da fare, poi tocchi una tetta alla tua vicina di viaggio e lei cosa fa?
Ti fa un pompino.
Parola mia che una roba così non mi è mai successa.
Dev'essere perché sono abbastanza organizzato e la mia non-noia evita di arrapare le ragazze. Sì, dev'essere quello. Oppure c'è sempre troppa gente, o sono tutti troppo seri. Vai a capire il perché.
Poco male, ancora questo treno, un altro, e sono arrivato.
A meno di non avere un piacevole contrattempo, chiaro?
Del tipo che mi addormento - come se fosse possibile dormire in treno -, o muoio, o qualcosa del genere.

Una negra qualsiasi in tutta la modestia delle sue forme.


5

E dunque eccomi qui, sull'ultimo treno e quasi arrivato. Man mano che avanzo ho sempre meno voglia di dilungarmi nelle descrizioni e in riflessioni abbaglianti. Sono sempre più stanco.
Dietro quel "quasi" ci sono nove ore di viaggio, ma ne sarà valsa la pena solo per dire - quando potrò farlo - che è finito. Meglio ancora sarà quando l'avrò dimenticato.
Riccione è lontanissima dietro le spalle, con i suoi russi agghindati e i suoi locali per grilli parlanti.
La liguria è tutt'altra cosa, la pietra scura, le ardesie gonfie di tetraggine e le mulattiere che assediano il mare. I turisti spaesati che chiedono a chiunque come fare a scendere a Rio maggiore la cui stazione ospita due vagoni per volta, la scientifica improvvisazione di una terra arrangiata tra il mediterraneo e l'appenino, distesa su una costa che non c'è, arrampicata tra i resti del vallo ligure tedesco e i sentieri che portano alle pinete resinose dense di ombre.
Qui la vita cade via come gli aghi dei pini spazzati dalle onde fiorite di bianco. Ma è solo un attimo.
Ogni tanto si scorge una chiesa affacciata sul mare, e tutte sembrano lì per cadere in acqua, per sprofondare. Sprofondate!
Ancora un pezzo a piedi e ci siamo. Costeggio il mare. C'è poca gente, ma ormai siamo a fine stagione (qui per stagione non si intende nulla in particolare)
C'è il palazzone del duce, una costruzione fallica pensata per ospitare le colonie della giovane Italia. Ora ci dormono gli zingari, auguri Italia.
Ci sono i Bunker. E c'è il mio preferito, quello che dove un'ignoto soldato ha scritto con le dita la data di costruzione, luglio 44, indistruttibile, inamovibile, usato da tutti come cesso e discarica. Andate tutti al diavolo.
In un colonnato di marmo a pochi metri da casa un ispanico ha imbrattato i muri col suo spagnolo da colonia, c'è scritto che amerà per sempre una ragazza, lo ha scritto nero su bianco.
In spagnolo. Con una bomboletta.
Fucilatelo.
A casa rileggerò tutto, e penso che alla fine butterò via ogni cosa.

Vallo ligure


Nota1
A La spezia sono stato fermato da due stranieri, probabilmente due slavi. Uno magro, emaciato, fragile. L'altro basso e tozzo. Il primo, ubriaco, ha sfasciato il bagno, poi mi ha chiesto come fare per andare in toscana. Puzzava di alcol come una distilleria, aveva gli occhi densi, arrossati.
L'altro era più defilato, parlottava a stento e doveva prendere il mio treno.
Ho provato a tenerli, volevo proprio capirli 'sti due, me li volevo ricordare.
Non sono stati molesti, ma avevano un modo di fare come se ragionassero con le unghie e i denti, una mentalità che la stanca borghesia italiana ha smarrito tra negozi e ristoranti.
Anche inglesi e francesi sembrano venire in italia per fare quello che a casa loro non possono fare. Italia bordello, Italia a gambe aperte.
Si ride, ci si diverte.


Il mio Bunker







lunedì 8 settembre 2014

Appunti di un aspirante fallito



Ad aver maggior bisogno di solitudine, e a trovarvi conforto, sono i disadattati di ogni età. Essi hanno infatti maggior bisogno di non spiegarsi agli altri.
Anche quando il disadattato è fermamente convinto delle sue posizioni evita - o cerca di evitare - ogni confronto. Quando invece si ostina a rivelarsi agli altri si fa profeta di se stesso, generando incredulità e disapprovazione.
La sua non è mai una coscienza assoluta, né in assenza di serenità potrebbe esserlo, ma subalterna ai mezzi della scienza nel periodo in cui vive, per cui dove mille anni fa s'arrampicava all'eremo per veder le stelle, oggi scava nella rete, pur non essendo totalmente convinto di niente oggi come allora.
La sua esistenza è una pioggia oscura contro la vita che lo ha tradito, ogni goccia si infrange nera contro la schematicità assolata delle cose.
Se a volte la totale presa di distanza dalla maggioranza e le sue abitudini conformate nasce da rivelazioni acquisite o spiccate capacità intellettuali, spesso è la conseguenza di rancori sociali, abitudini degenerate, incapacità a relazionarsi, elevate capacità spirituali.

Chi non sta bene con se stesso, e non ha i mezzi per capirsi: non sta bene neanche con gli altri. Ma perché?
Perché non essendo in grado di comprendere a fondo se stesso non assolve a quella necessità sociale di darsi con vanità e con superficialità rispecchiarsi negli altri.

Ma che cos'è quell'essere interiore che si allontana?
Egli è l'uomo che basta a se stesso, colui alla cui mente la bellezza si allatta.
La sua anima ricca non abbisogna del piatto logorio mondano né delle sue lusinghe.
Ma non è forse il mondo intero che fugge da quest'uomo?
La maggioranza infatti dorme il sonno che non sogna, e tutto ciò che si fa risveglio la ferisce; tutto ciò che penetra nella sua alcova addormentata la irrita.

Ma queste dopotutto sono solo belle parole. Se disegniamo un pentacolo per evocare la logica, del buon senso, i fatti sono questi, e cioè che nella vita alcuni ce la fanno - qualsiasi cosa possa voler dire farcela -, altri no.
E nessuno ha mai capito in base a cosa.
Fortuna?
Ridicolo, o forse no. Certo non si può parlare di nascita, o di famiglia, o cose così. In che altra famiglia si potrebbe nascere se non la propria?
Sono, questi, in un certo senso, ragionamenti superstiziosi.
All'inizio abbiamo delle carte. In base a tantissime cose possiamo cambiarle o meno; ma potremmo anche non avere mai questa occasione.
Poi si gioca - cos'è la vita se non un gioco?
Si vince, si perde, si sta a guardare gli altri che vincono o perdono o cadono dal tavolo.
Appare tutto molto casuale, troppo casuale per essere serio.
Tuttavia non c'è niente da ridere.
C'è molta amarezza in quello che dico, e come potrebbe essere altrimenti...

Ma si può scegliere di non farcela?
Penso che nessuno lo faccia, almeno non consciamente. O forse a un certo punto si sceglie di autodistruggersi.
Gli animali lo fanno, se stanchi o malati si isolano fino a morirne, e il disadattato fa la stessa cosa pensando di farne un'altra, pensando di fare chissà cosa, chissà quanto, e invece sta solo morendo un po' più in là del dolore.
Eppure, se si potesse morire per poi rinascere, che cosa meravigliosa sarebbe la vita.
Non che così sia orribile, o almeno non del tutto, ha però la sfuggevolezza delle cose uniche, quelle per cui non esiste ritorno. Così che ci sia impossibile, una volta capita, avere la possibilità di dire: gioco ancora!
Cioran parlava della fuga dall'essere nati, e della caduta nella morte che altro non è che l'estrema conseguenza del trauma iniziale di essere diventati vita senza poterlo sopportare.
Ma il disadattato pensa pur sempre coi mezzi suoi propri e del suo tempo, e da questi si lascia ingannare prima ancora che dalla vita in se, e dice: mi hanno ingannato, se solo non mi avessero così ingannato. Oppure: io sono l'unico che non si lascia ingannare.
Ma è un pensarsi contro, è un volersi imbrogliare da soli, perché piuttosto che siano gli altri a farlo preferisco essere io.
Ma si può parlare di auto-inganno quando si è sovrani di se stessi?
E che cos'è, l'inganno, che nome ha quando assume sembianze materne, e ci culla, ci da un senso? È ancora inganno, o è madre e fonte di ogni cosa?
Meglio essere Re di me stesso che suddito del mondo, dice il non-adatto, l'anima proteiforme, e lentamente si esilia lontano, come una stella schizzata via dalla rotazione galattica, laggiù, nel nero golfo, negli spazi profondi dell'interiorità, per splendere da soli ed essere tutt'uno con la notte.