mercoledì 11 febbraio 2015

Il ritardo mentale



Esempio di ritardo mentale


La parola, la frase, il leitmotiv che ho sempre in testa è: RITARDO MENTALE
Una breve locuzione che contiene in essa l'essenza della nostra civiltà.
Lo si può scorgere ovunque, nelle pubblicità e sulle strade, nei discorsi degli altri e sulle facce dei giovani sempre più ritardati: le scuole producono ritardati mentali, i media ci vogliono tutti ritardati; chi ci governa, i mercanti, ci tratta già come fossimo irreversibilmente ritardati.
Tutto induce al ritardo tanto che il ritardo è un'abitudine, ci si abitua a esserlo, e come ogni abitudine diviene normale, tanto che il non-ritardato viene percepito come diverso, da evitare.
Ma come si fa a non essere ritardati in un mondo ritardato mentale?! AH! Forse che si può?
Brutti ritardati mentali!
Ma come, dove vivo io? al di là del muro, e tutti gli altri dentro? è questo che fa di me un non-ritardato? O sono io il ritardato per loro? e io, infondo, cosa sono?

Andiamo piano, con ordine. Ma anche no, che poi mi stufo, mi stufo di tutto, e mi passa la voglia. Insomma che per desiderare quello che le persone desiderano oggi, l'esser tutti uguali, fare tutti le stesse cose, e poi trovarsi una parte sicura e recitarla fino in fondo, è già quello da ritardati mentali; in un certo senso il modo in cui intendiamo la vita, l'esistenza, lo spazio che ci circonda e lo scopo in esso è ritardato. Il fine ultimo a cui non si pensa, l'attimo intenso in cui si pensa di aver capito, è ritardato mentale, noi stessi sbaviamo come lumache e saltelliamo sciocchi, perché ci piace, ci piace essere ritardati, il ritardo è la droga, ci si droga per ritardarsi, e chi non lo è abbastanza vuole essere più sciocco: non c'entra nulla con l'intelligenza, cos'è l'intelligenza? è il modo in cui viviamo, l'opulenza di alcuni, la lascivia di altri; il non sapere più niente, più niente sappiamo! il relativismo etico ci porta al ritardo.
Cos'è quello?
Mah, è una roba, che ti frega, tanto è tutto uguale.
È IL RITARDO MENTALE!
È ovunque, anche l'emotività è ritardata ormai, ci si emoziona per cose che dovrebbero invece farci incazzare, ci si emoziona per la finzione, perché non è vero, e non esiste più né falso né vero, il ritardo non distingue, tutto è lo stesso, tutto scorre ma scorre male, è tutto un grosso e sbavante e mostruoso ritardo mentale, ed è un ritardo volgare, meschino, senza neanche la ferocia delle cose pure, no!, è artificiale, indotto, è una moda, la moda dell'essere ritardati mentali.
- Alzi la mano chi non è ritardato.
- Io!
- Scherzavo, in realtà chi la alza lo è.
- Allora sono ritardato anch'io?
- Certo, che cazzo ti credevi, di vivere in un mondo di ritardati senza beccarti manco un ritardo? C'è gente che ne ha 6 o 7 per emisfero cerebrale, un paio bisogna che te ne prenda anche tu!
- Cosa devo fare?
- Segui le indicazioni

Fanculo tutto, fanculo anche al ritardo mentale, datemi dei vizi, voglio essere vizioso. Io, guardate, tanto che senso ha vivere, fatemi fare il crapulone, dormire e mangiare, e ridere, ridere forte e bere, bere ancora più forte. Sì, sì!

Sono un ritardato anch'io, oh come mi sento bene - come sto male.
Come sono felice - voglio morire.
Non mi capisco, non parlo più con me stesso. Eppure so che sto male, da qualche parte lo so. E non c'è più niente che debba dirmi, ora anch'io sono un ritardato mentale.
Il ritardo è la fuga dalla realtà, per ritrovarsi ritardati mentali di successo, con la bava alla bocca e gli occhi pieni di lucine colorate.
Maledetto ritardo mentale!
Viva il ritardo mentale!
E ora datemi la mia dose di ritardo mentale, quanto costa al grammo? devo farmi! devo farmi!


Non riletto

mercoledì 4 febbraio 2015

L'amicizia



Cos'è l'amicizia?
Io ho un amico. Il mio migliore amico è Bimbo, un gatto che amo molto. Lo spazzolo tutti i giorni, gli metto la pappina in bocca, lo carezzo e lo riempio di coccole. Presto attenzione affinché abbia tutto quello che occorre lui, uno spazio adatto in cui si possa muovere, dei comodi giacigli e tutto il resto.
Bimbo è morto due anni fa, però da allora gli voglio ancora più bene.
Occhi non ne ha più, due buchi vuoti si spalancano nella sua testa senza orecchie. Tuttavia è ancora pieno di vita, in lui brulicano eserciti striscianti di esserini, e quando lo sposto da una stanza all'altra si spargono tutt'intorno, trascinandosi frenetici sotto i mobili e sui tappeti. Anche loro sono miei amici.
Ultimamente Bimbo perde più pelo del solito. E inizia anche a perdere pezzi. Ho paura che a breve non potrò più spostarlo, ma non importa, sto già allestendo una stanza tutta per lui: la stanza di Bimbo.
A volte sembra muoversi, ma sono movimenti strani, come qualcosa che sotto la pelle avanza e arretra, avanza e arretra.
Ma io gli voglio bene così, lui è il mio amico.
Qualcuno può pensare che sia noioso avere un amico così. Oh no, niente affatto, no no, vi assicuro che non è così.  Ogni tanto torno a casa e lui non c'è.
Mi chiedo dove vada, eppure non lo vedo mai muoversi. A un certo punto mi giro e lui è lì, proprio come se non si fosse mai mosso. Eppure prima non c'era.
Così mi diverto a indovinare se c'è o non c'è, e se non c'è, dov'è?
Oh no, non ci annoiamo mai.

In ricordo di mia nonna morta un paio di mesi fa - ciao nonna



Ma ho anche un altro amico, anzi tanti. Un popolo di amici. Il popolo triste.
Questo perché il popolo triste piangeva se stesso.
Non era mai stato felice, e dall'alba del tempo si aggirava cupamente per il mondo. La sua gente addolorata non era povera o malata, ma covava rancore verso tutto ciò che ride. Loro non ridevano mai.
Le donne erano umili e scapigliate. I loro uomini silenziosi e imbronciati.
Si dirigevano stanchi da un posto all'altro, lamentosi e colmi di cordoglio.
Erano un cimitero errante.
Poi, come per caso, scoprirono di essere anche altro. Scoprirono di essere cattivi.
Così oltre che tristi si aggirarono feroci e pieni di nequizia e le altre creature presero a fuggirli come una peste. Per boschi e valli la notizia corse e tutti si armarono per fermarli.
E fu in quel momento che mi unii a loro, così diventammo amici.
Presi a fare lunghe discussioni coi loro uomini e ad osservare le loro femmine. Girai con loro e fui odiato e odiai, e fui triste anch'io, triste fino all'annientamento tanto che pensavo di morire.
Lo pensavamo un po' tutti, la cattiveria ci consumava fino a roderci dentro. E poi loro presero a morire davvero, perché erano più tristi che cattivi in fondo.
E persi tanti ottimi amici che si lasciarono andare, e io li lasciai e rimasi solo con me stesso, e mi chiesi: "cos'è l'amicizia quando si è soli?"
Diventa qualcos'altro?

Siamo tutti un po' tristi



E allora lo seppi. L'amicizia quando si è rimasti soli diventa Morte.
Fu così che Morte mi divenne amica.
Un'amica silenziosa, questo sì, in un certo senso assente ma sempre percepita affianco. Lei è con te dietro ogni tuo pensiero, e solo quando pensi intensamente a lei riesci a vederla: è nera e vuota.
Per assurdo se lei è pienamente con te tu non puoi esserci, per cui anche quando la vedi è altrove, ma promette sempre di giungere a trovarti.
Tra tutti i tipi di amicizia che ho subito e preteso quella con Morte è sicuramente la più costante; non saprei chi dei due lo sia di più, a volte io, lei lo è sempre. Ci troviamo e ci lasciamo quotidianamente, e alla fine ci vedremo un'ultima volta e poi mai più o per sempre, non so.
Lei è amica sia di Bimbo che del popolo triste, ed è proprio con loro che l'ho conosciuta meglio fino ad amarla.
Ho fatto un sogno, ero sotto un grande albero tra le cui fronde danzava il sole, e per la prima volta dopo tanto, tantissimo tempo stavo bene e tutto era in armonia.
Lì venne Morte e parve ridere di me. Poi mi fece intendere ch'era ormai ora di andare, così me ne andai, con la mia amica Morte, scorrendo via, come tutto scorre, anche l'amicizia, e Morte.






giovedì 22 gennaio 2015

Malvagio me




Io sono una persona malvagia, una persona forse malata. Sono una persona a cui fanno anche male il cuore e i reni, e perdo una forfora da disperazione; mi prude la pelle un po' ovunque e anche la digestione inizia a funzionare male - o non funziona affatto.
In realtà non sono del tutto cattivo, lo sono a sprazzi, con discontinuità; si potrebbe dire che non mi riesce neanche di essere del tutto qualcosa, e i miei comportamenti sono come un insieme di intenzioni abortite, di approssimazioni caratteriali.
Non sono insensibile e come tutti cerco di trovare in me una qualche forma di spiritualità, come tutti provo a vedere se ho un'anima; e tuttavia dispero di trovare alcunché. Parimenti a ciò non mi pettino e inizia a venirmi a noia anche lavarmi. Mi vesto con quello che trovo e spesso si tratta degli stracci con cui ho dormito. E dormo male. Cinque sei ore inquiete attraversate da incubi improbabili che hanno l'effetto di riportarmi alla veglia come se non avessi dormito o l'avessi fatto a occhi aperti.
Nei miei sogni agitati mi sembra di cercare qualcosa che si risolve sempre, al risveglio, in un turbinio agitato di colori sfocati abitato da uomini-fantasma che vivono ai margini della mia vita o l'hanno da tempo abbandonata; tutto è straziato come le coperte sudice in cui mi ritrovo impaludato, e per prima cosa mi gratto, strabuzzo gli occhi, e mi alzo senza lasciare niente di incompiuto nello pseudo sonno appena interrotto perché sonno al risveglio non ne ho mai, ed è come se mi trovassi lì per caso dopo essere caduto in deliquio, o svenuto per un gran male.
Il mio sguardo, che ormai pare ottuso oltremisura a causa dell'arrendevole malinconia che in esso vive, sembra lo sguardo di uno sciocco svuotato di tutto; e anche respirare silenziosamente mi riesce faticoso, e spesso sbuffo o emetto versi animaleschi nel compiere qualsiasi movimento, pure se mi gratto, e tutto mi viene a noia presto e niente riesce davvero a stupirmi, se non in quell'esteriorità studiata che mostro agli altri.
La compagnia di altre persone mi è sgradita come il puzzo dei maiali, e solo tappandomi il naso riesco a sfilare accanto alla gente o a prestarmi a brevi interazioni.
Mi interesso di cose distanti o lontanissime, e niente mi disgusta più dell'assurda realtà che circonda me e tutti gli altri. Sento di essere superfluo alla vita, come una erbaccia che nasce in mezzo al grano e in mezzo a quello stesso grano muore per assenza di luce, o calpestata da bestie che navigano i campi. Ma io non muoio, no, né se mi calpestano né se mi manca il sole: io continuo a vivere per dispetto, per crudeltà. per poter dire: ecco, mi calpestano e mi manca il sole! maledizione a tutto!

Non ho veri rapporti con nessuno né vi è davvero alcuna persona che possa farmi star meglio - ma ne vorrei forse una? A volte credo mi piaccia essere come sono perché quelli come me strisciano nel mondo per essere esattamente come sono, né potrebbero in alcun modo essere altro e meno di non scendere a compromessi col proprio essere, di divenire sciocchi come tutti gli altri - o intelligenti, o furbi, insomma il contrario di qualsiasi cosa siano gli altri -, gli altri che invece hanno ruoli diversi e a cui questo mondo sembra appartenere perché in esso stanno bene e trovano in qualche modo un senso per continuare ad abitarlo.
Io invece abito solo l'inferno, e l'inferno abita me. Come due fuochi che si consumano contemplando rovine e disperazioni. Io vedo la vita e dico: la vita è un parassita. Però vivo, mi frego le mani e vivo.
Vedo l'essere umano e dico: costui mi disgusta. Ma profondamente sono umano e di questa mia umanità spietata mi giovo come un avvelenato il suo veleno. E altresì penso: come mi piace odiare e stare male. Perché solo così mi definisco e mi pare di esistere!

HAHAHAH ma non sono queste solo sciocchezze e chiacchiere senza valore? E se così non fosse perché dovrei sprecarmi a scriverle, perché darmi pena! Io non mi curo di edificare nulla e tutto ciò che vorrei è la distruzione mia e degli altri - ma forse non è neanche così e sto mentendo, a questo foglio e a me stesso, mento per... ma via, lasciamo stare. Non è forse la stessa cosa?
Non è lo stesso? E se anche fosse qualcos'altro cosa cambierebbe?
Mi fa male la schiena, mi dolgono le ossa per il freddo e l'umido, e mi dico: copriti!
NO NO NO! non mi copro, voglio star male, sono dispettoso, sono pazzo.
Pazzo? può darsi, o forse lo sono gli altri. Eppure gli altri... no forse sono io il pazzo. Un pazzo cattivo e buono, attento e distratto, feroce e malinconico. Un pazzo che...
Non ho voglia eppure di mangiare. Masticare mi è insopportabile. Mi do fastidio se mastico come se fossi qualcun'altro e ho voglia di odiarmi, e per lo stesso motivo mi piace mangiare da solo, al buio, di nascosto, come una creatura della notte, come un animale ferito che sanguina nero, e così amo stare, mentre penso o quando mi lagno, dolorante e affranto; e se qualcuno arriva io lo sbrano!
Lo mordo, lo uccido. Sono una bestia fatta di buio e di rabbia - ma sono anche buono, sapete?
Oh sì, non tutto ciò che ho in me è male. Solo che... la consapevolezza, perché io sono pienamente consapevole di essere quel che sono, e non mi piace, e ci sto male, ma cosa farci dopotutto, potrei forse cambiare? no! e come si fa a cambiare, suvvia, come potrei mai essere altro, io, io che non ho mai saputo far altro che nascondermi e scrutare, io che... ma sì, lasciamo stare.
Infondo con gli altri non sono poi molto crudele, no.. perché? Perché non mi riesce, o non mi va, insomma non ne ho voglia. E poi amo il silenzio. Sarà che sempre più spesso mi trovo da solo e... e poi niente, non mi importa neanche. Sono tutte sciocchezze senza importanza.

Non mi importa più di niente. Non mi gratto neanche più! che pruda pure tutto, hahah che mi frega
hahahahah
HAHAHAHAHAHAHA!!!


Una volta non ero così, una volta amavo ed ero amato, e stavo bene, vedevo nitidamente i colori e non v'erano ombre a danzarmi tutt'intorno; una volta, oh, se sapeste... una volta ero felice, di quella felicità che non pesa sul cuore e piena di grazia rende la vita leggera e spensierata! E tutto andava bene, tutto aveva un senso, le cose, le persone, persino sperare aveva un senso.
Ma via, non è vero niente, niente. Io sono stato sempre così. Sempre.
E mi prude tutto, mi prude tutto!
Mi prude la vita!
HAHAHAHA


E non lo rileggo né lo correggo. Non rileggo più niente.
Non correggo più niente.

martedì 20 gennaio 2015

L'inverno che non c'è




La commessa della crai mi non-guarda in un modo strano.
Abbassa gli occhi, si volta con abilità. Persino alla cassa si guarda le mani e dandomi il resto si distrae sulla plastica del banco.
Ogni volta che esco da lì mi chiedo a cosa pensi. A cosa pensano le persone quando sembra che ci siano vicine ma non lo sono affatto? Probabilmente pensano al loro essere lì affranto.
Tornando a casa percorro un viale alberato, un pincio antico come la gente che lo borbotta defilandosi. Tutto intorno la campagna, a sinistra l'antico muro medievale che fiancheggia il cimitero. Me lo immagino sempre così il cimitero, marmoreo e innevato. Sì, sono un romantico.
In realtà anche i cimiteri sono ormai luoghi banali, fatti di plastica e grondaie.
Però fa caldo. L'inverno ancora non è arrivato
E non c'è nessuno, giusto quei due vecchi che si detestano fianco a fianco dondolandosi verso un bicchiere di vino che ormai sa di marcio. E un giovanotto col cane, che visto da qui potrebbe essere pure una donna. Da qui non fa molta differenza.
Anche il cane ha caldo. C'è ovunque un disagio infastidito, un guardarsi intorno esterrefatto.
L'inverno non è arrivato.
Sì, durante le notti più lunghe dell'anno ci i era illusi di un grande freddo incombente, di una bufera di chiudersi in casa a guardare la brace pulsare. Ma è stata un'inezia, un breve armistizio della stagione del tutto uguale.
Diceva Ungaretti che "le notti chiare erano tutte un'alba". L'anno senza stagioni è tutto un'ansia. Tutto uguale, tutto deluso e non mantenuto.
Non ha picchi, non prova emozioni. Come in un nirvana si allontana da tutto senza desiderare nient'altro, e cessa di mutare.
Quest'anno non c'è stata neanche la nebbia. Il che è singolare dati i livelli di umidità raggiunti.
Mi chiedo che tipo di danni stiano facendo, e me lo chiedo pensando a un mostro ributtante acquattando dietro all'angolo. Penso a loro come a quella cosa dietro l'angolo.

Davanti la fontana dei bambini che ridono e fanno pipì mi è venuto incontro il cane assieme alle luci del borgo che si ingigantiva davanti. Una ragnatela che non c'era mi ha sfiorato il viso.
Che enorme, grande e bellissima quercia alla fine di questo pincio. Sembra un cuore verde frondante. Che potenza, che slancio, non è forse questa quercia la cosa più bella che vedrò prima di arrivare a casa?
Da qui in poi solo macchine e asfalto. E neanche il conforto del freddo e del rintanarsi dentro se stessi per affrontarlo. No, invece fa caldo.
Un benzinaio. Una pizzeria. Un pizzicagnolo. Un bar chiuso.
Qui quando il bar è chiuso sembra un racconto di Lovecraft. Ecco, ecco dove vivo. Il mio paesino è una Innsmouth senza mare, una Dunwich senza boschi, dove tutto si ripete senza poter essere interrotto dall'orrore.
Eppure l'inverno è forte e si scaglia contro la metodicità e il ripetersi delle periferie esistenziali.
Solo che l'inverno non c'è, ed è colpa sua se nel pensarlo lontano inizio a fantasticare su questa e altre cose.
Ma almeno la birra l'ho presa.

~ Non riletto ~

giovedì 1 gennaio 2015

Quando sarò morto da cento anni



Quando sarò morto da cento anni non sarò mai esistito.
Chiunque abbia conosciuto, tutti quelli che mi avevano visto, saranno morti come me.
E nessun altro saprà che ho vissuto.
Tra cento anni sarà come se non fossi mai esistito.

Quando sarò morto da un milione di anni della mia civiltà non resteranno che scorie sotto le pietre del tempo, e così di tutte le altre, una civiltà dopo l'altra fino all'esaurimento del pianeta.
Tra un milione di anni sarà come se l'uomo non fosse mai esistito.

Quando poi, infine, l'universo si sarà allargato fino all'ultimo confine, e le stelle saranno tutte spente o così lontane da non scorgersi più - ma chi ci sarà rimasto a vederle? -, cosa resterà di tutto ciò che è stato e che ha vissuto, se non un grande, enorme silenzio, e un'oscurità senza confini, come a voler significare: qualcosa è mai davvero esistito?

Tutto quello che crediamo di essere è solo una scintilla nella vastità del cosmo in aumento. Non siamo parte di niente perché non vi sono parti ma solo ruoli temporanei destinati a decadere in nulla.
E allora quando sarò morto da tutti gli anni che vanno fino alla fine del cosmo io realmente non sarò mai esistito.

Eppure ora ci sono e quest'attesa del non esserci mi consuma con un anticipo spietato, come una mostruosa avanguardia del niente. Un dissolversi trattenendo il fiato.




martedì 30 dicembre 2014

Buon anno e buona fine del mondo





E così quest'anno sta per finire, e assieme ad esso il mondo.
Avvicinandosi alla mezzanotte tutti godranno magicamente di una grande consapevolezza, un verme strisciante nel cervello di ogni essere umano, bambini compresi, che scivolando qui e là troverà il punto giusto, quello dove si intersecano i pensieri, e ci farà venire in mente un'idea, questa: niente ha senso.
Dopodiché le cose andranno finalmente a posto.
L'acqua sparirà tutta, se ne tornerà al cielo e leggera su su fino allo spazio, un nuvolone enorme fluttuante verso altri mondi. Quaggiù solo fuoco e polvere. La gente si lancerà istintivamente a bere il sangue di altra gente, e degli animali, persino dei topi e dei negri.
A questo punto potranno sopravvivere solo i più forti e i più intelligenti, le strade battute da morbi innominabili e cenere velenosa.
Quindi alla conquista dei bunker. Ce ne sono alcuni con depositi di acqua potabile. E cibo. E femmine da rapire, nella notte. Si torna a te che esci, ti guardi intorno, vedi una che ti piace e la copri.
Si torna a cacciare nei boschi, a fondersi con la natura.
Dai fuochi sgorgati dalla terra si trarrà calore e speranza, e la speranza diverrà sogno, e dal sogno nasceranno nuovi dei, divinità terribili, e avranno il nome di ogni sciagura, Freddo, Morte, Fame e Orrore, e saranno neri come la notte e terribili come la terra da cui non c'è ritorno.
E danzeranno i nuovi uomini intorno ai loro idoli, e tra gli idoli più forti vi sarà guerra, e la guerra porterà malattie e disperazione, e dalla disperazione altri sogni, e altri dei ancora, questi coi nomi di tutte le malattie dell'uomo, e questi saranno Pietà, Dolore, Paura e Debolezza, cari specialmente agli ultimi, il cui lamento si leverà sulla turba umana come un sudario di sonno della ragione, e questo tutt'uno formerà il Dio della paura, il Dio bambino della vendetta.
E poi accuse, rapimenti, io prendo il tuo dio tu prendi il mio. Io mi impongo, tu anche.
Dov'erano i mari saranno paludi, dove svettavano i monti deserti pietrosi; le verdi praterie campi incendiati dal sole, le città tumuli spettrali.
Le fiere più feroci evolveranno in mostri temibili, gli uomini dalla pelle gialla in fiere e quelli marroncini in scimmie rapidissime.
I negri andranno a vivere sottoterra e nel corso di poche generazioni diverranno bianchissimi, mentre i bianchi scuriti dal sole e abbruttiti dalla vita terribile in superficie diverranno negri.
Tutti gli uccelli marini privati del mare perderanno il sonno, e al posto degli occhi verranno loro due cavità tenebrose, con versi simili a grida infernali.
I gatti invece non faranno altro che dormire, imparando a ingrassare anche nel sonno. Si poseranno ai bordi delle strade e si potrà vederli espandersi a vista, gonfiarsi fremendo di lussuria. Ma non li si potrà mangiare, poiché sono sacri all'uomo dai tempi della civiltà sul Nilo.
Ci si nutrirà invece delle femmine senza figli, poiché una donna senza figli varrà quanto un ebreo che non sa contare.
A proposito, gli ebrei distrutti e privati di tutto abbracceranno finalmente la croce, la alzeranno sulle loro sinagoghe scintillanti e piangeranno sulle costole del cristo, già rinato come Dio bambino all'inizio della catastrofe ma non riconosciuto da loro.
C'è solo cristo 1, dice l'ebreo, e Yhwh non può rinascere.
Per questo sarà allora perseguitato e gettato nelle caverne dei negri, e imparerà a fuggire e ad adorare anche Orrore e Morte, e i suoi occhi saranno rossi di notte e freddi di giorno.
E torneranno le grandi civiltà del passato, e greci e romani s'incontreranno nel mare del mito ancora una volta.
Tutte le persone felici saranno ridotte in tristezza, tutti i tristi iniziati alla temperanza.
I depressi avranno una loro personale divisione delle SS e perseguiteranno ferocemente tutte le persone spensierate, e i più intelligenti tra loro ascenderanno al grado di Custode dell'Eternità, indossato il mantello nero del cosmo si incammineranno verso i mondi lontani.
Ma chi resta sarà dato in pasto ai coccodrilli del Po, ché la vita non ci è cara e la gettiamo volentieri in pasto ai rettili.
Lucertole giganti zampetteranno negli orti straziati dal sole, sciami di api sciabolatrici assassine fenderanno ogni incauto viaggiatore.
Gli asini saranno ufficialmente cavalli scemi, e i cavalli zebre sobrie. I cammelli verranno annessi alla famiglia dei magrebini, e ogni ariano puro dovrà avere un corvo nero come famiglio da lanciare sulle prede.
Agli scimpanzé sarà riconosciuto il diritto di voto purché non lo esercitino, mentre ai pre-mongoli dell'estinto sud-america verrà proibito di vestirsi come dei coglioni, e anche di camminare in istrada di giorno.
Le uniche lingue parlate saranno il greco antico e il latino imperiale - italiano e francese verranno impiegate nella letteratura più colta, mentre le lingue germaniche verranno insegnate ai pesci.
E le case avranno tutte il tetto a punta per separare la cenere, e infine riprenderà a piovere ma questa volta non dalle nuvole ma direttamente dallo spazio.
E ci saranno canti, e risa e scoppi per la pioggia delle stelle, e tutti danzeranno a festa, i negri torneranno in superficie e i bianchi costruiranno barche per navigare i nuovi mari siderali.
Allora tutte le madonne saranno abbattute, i dogmi sciolti e gli ideali sparecchiati, ognuno se ne laverà le mani e fuggirà da qualche parte. Chi con una donna chi da solo.
Chi nudo e chi ricoperto di sangue.
Tutti in direzioni diverse, Tutti pazzi di gioia e di terrore.
E non sarà più ne giorno né notte, Né caldo né freddo.
Non sarà più niente, tutto sarà strappato dalla contrarietà degli eventi risolvendosi in nulla, e buio, e vuoto, e silenzio.
L'occhio di Elios guarderà immobile e perfetto il suo sistema, dove ciechi e morti girano i suoi satelliti di roccia e di gas e di altro ancora, alcuni fatti addirittura di niente.
Là dov'era la terra resterà solo un lumicino e un vecchio che lo tiene in mano.
E il vecchio dirà: niente ha senso. Poi soffiando sul lumino spegnerà tutto e anche quest'anno sarà finito.
Buona fine del mondo. Meno male che è finito.


- Scritto e non riletto -



lunedì 22 dicembre 2014

Terre di nessuno




Sotto un cielo viola, spazzata da venti oscuri, si staglia l'immobile vallata che è questa terra, pietre spezzate che coprono piante morte, e i pochi alberi ancora in piedi maledicono il cielo con le loro braccia scheletriche. Acque putride lambiscono le terre ombrate, e ovunque regna il silenzio della resa. Sotto una tremula scia lunare, tra rovine di quelle che un tempo furono case e palazzi, un demone alato siede su una vecchia colonna strappata alla terra; lo sguardo perso e indefinito come a cercare qualcosa che non c'è mai stato. Due dita sotto al mento, in ossequiosa meditazione notturna, pallido e magro, con le ali scosse dal vento polveroso della rovina, sembra lottare tra sonno e fame, o forse nessuna delle due, tanto è indecifrabile il suo volto. E poi dal nero che separa le stelle scende un uomo, e si siede nell'incavo di una saetta.
    - Demone, che te ne stai il pensierosa attesa di neanche tu sai cosa - dice costui -, perché qui è tutto così silenzioso, dov'è il fuoco degli uomini, dove le loro danze colorate?
      Il demone parve come sottratto dal pensiero di una rivincita, e stancamente, colmo dell'inespressività che segue a una lunga battaglia, prese a indicare la desolata landa, la mano bianca e morbida, venata di rosso, le lunghe unghie a scavare il vento: - Qui, oh uomo, sorgevano le dimore del Primo Uomo, e il cielo era azzurro, e la natura cantava sotto il sole dell'estate. Ma ora, ombra, che dal nero sei venuta, qui niente più sarà come prima, ché ora soffia il vento che uccide la vita, e solo io posso dimorare in questa disperazione senza tempo.
         - Io, demone, vengo da molto lontano - gli rispose l'uomo - e, in un certo senso, è come se fossi tornato. Ma qui nacquero i miei avi, ed è loro che io vengo a visitare. E trovo la fine delle cose, e tutto qui è spoglio, tutto piange. Spiegami, te ne prego, cosa è accaduto? e dove si persero i miei compagni e il calore delle loro case?
          Sotto le palpebre pesanti, rame scintillante sotto il pallore lunare, il demone errò col pensiero a ere lontane, raccogliendo memorie che danzavano nella litania disperata di quella notte.
          - Troppo oltre si spinse l'uomo nelle sue lucide follie, e cercò il rigore della scienza là dove la sua mente non poteva sostenerne le incertezze, e volle trovare se stesso non nella luce del sole, ma nelle proprie oscure profondità; e ancora, prese a vivere per effimere ricchezze, rifuggendo la sua natura libera, facendosi schiavo dei padroni da esso creati, scherzando con la materia. E i figli dell'uomo crebbero contorti, confusi e ciechi davanti all'immensità delle cose. Così, come un vortice d'acqua scura mulina nel fondo di un pozzo tetro, l'uomo prese a consumarsi ruotando nel proprio insensato vorticare, fino a sbriciolarsi come lo scoglio che lambisce il mare dell'eternità. Queste sono le sue rovine, e davanti hai solo un guardiano, che ha sempre fame di altre rovine e di infiniti silenzi, e da sempre vaga in una terra morta, ombra dell'uomo: o forse dovrei chiamarti viaggiatore delle stelle, figlio dei Primi, e colui che ritorna?

          - Non importa chi io sia, o come sono giunto qui - osservò l'uomo - Il tuo compito è finito, la tua veglia cessata, torna a dormire di dove vieni, o indicami i camini più brevi; qui, sotto il cielo stellato non sei più solo. Presto altri miei fratelli verranno, e altri, in altri luoghi, già sono giunti. Noi rifonderemo città e villaggi, e la nostra stirpe, forte del sapere delle stelle, rifiorirà, come fiorirono le colonne su cui ora malamente siedi.
            E notò l'uomo, solo allora, che nessuna traccia era dei nuovi venuti, là dove colonie avrebbero dovuto affacciarsi come scie di ragione nella pazzia di quel paesaggio. Dov'erano, dove i suoi fratelli, i procuratori dei nuovi mondi, i prima di lui partiti e tutti gli altri abitanti delle rocciose lande oltre il sistema solare e delle gassose sfere distanti dal sole che parimenti avevano deciso di tornare?
            - Dove sono tutti, me lo puoi indicare?
              E il demone iniziò a ridere, così forte che l'eco della sua stridula risata sembrò, per un attimo, ridare vita spettrale alle cose.
              - Sciocco, siamo noi la follia dell'uomo, l'orribile parto empio della sua mente: l'Orrore. Noi siamo la sua eredità, il suo figlio abortito nella notte di tempesta, la sua progenie nata dall'incrocio di mille tetre guerre d'odio: la sua furia. Qui noi, cugino, ora dimoriamo, sacerdoti adoranti verso il nostro Dio: le stelle, e di esse ci nutriamo, e non di luce, ma dei loro scarti parlanti che sempre tornano ricordandosi ancora di questo folle mondo. 
              Detto ciò si alzo e gli si fece incontro.

              Poi furono solo grida nella notte, e la pallida alba di un sole ormai consumato invase con una stanca luce la desolata landa, illuminando il banchetto tra le macerie, mentre altri demoni bianchi si radunavano tutt'intorno frenetici di devozione.
              "Gloria alle stelle!" - intonarono.
              "Gloria a coloro che tornano e che noi divoriamo" - urlarono ebbri di pazzia.


              E così gira il mondo, buio e infestato. E la patria degli uomini più non è, ché da dove essi giunsero ora regnano i divoratori, in attesa di coloro che sempre tornano.