lunedì 22 dicembre 2014

Terre di nessuno




Sotto un cielo viola, spazzata da venti oscuri, si staglia l'immobile vallata che è questa terra, pietre spezzate che coprono piante morte, e i pochi alberi ancora in piedi maledicono il cielo con le loro braccia scheletriche. Acque putride lambiscono le terre ombrate, e ovunque regna il silenzio della resa. Sotto una tremula scia lunare, tra rovine di quelle che un tempo furono case e palazzi, un demone alato siede su una vecchia colonna strappata alla terra; lo sguardo perso e indefinito come a cercare qualcosa che non c'è mai stato. Due dita sotto al mento, in ossequiosa meditazione notturna, pallido e magro, con le ali scosse dal vento polveroso della rovina, sembra lottare tra sonno e fame, o forse nessuna delle due, tanto è indecifrabile il suo volto. E poi dal nero che separa le stelle scende un uomo, e si siede nell'incavo di una saetta.
    - Demone, che te ne stai il pensierosa attesa di neanche tu sai cosa - dice costui -, perché qui è tutto così silenzioso, dov'è il fuoco degli uomini, dove le loro danze colorate?
      Il demone parve come sottratto dal pensiero di una rivincita, e stancamente, colmo dell'inespressività che segue a una lunga battaglia, prese a indicare la desolata landa, la mano bianca e morbida, venata di rosso, le lunghe unghie a scavare il vento: - Qui, oh uomo, sorgevano le dimore del Primo Uomo, e il cielo era azzurro, e la natura cantava sotto il sole dell'estate. Ma ora, ombra, che dal nero sei venuta, qui niente più sarà come prima, ché ora soffia il vento che uccide la vita, e solo io posso dimorare in questa disperazione senza tempo.
         - Io, demone, vengo da molto lontano - gli rispose l'uomo - e, in un certo senso, è come se fossi tornato. Ma qui nacquero i miei avi, ed è loro che io vengo a visitare. E trovo la fine delle cose, e tutto qui è spoglio, tutto piange. Spiegami, te ne prego, cosa è accaduto? e dove si persero i miei compagni e il calore delle loro case?
          Sotto le palpebre pesanti, rame scintillante sotto il pallore lunare, il demone errò col pensiero a ere lontane, raccogliendo memorie che danzavano nella litania disperata di quella notte.
          - Troppo oltre si spinse l'uomo nelle sue lucide follie, e cercò il rigore della scienza là dove la sua mente non poteva sostenerne le incertezze, e volle trovare se stesso non nella luce del sole, ma nelle proprie oscure profondità; e ancora, prese a vivere per effimere ricchezze, rifuggendo la sua natura libera, facendosi schiavo dei padroni da esso creati, scherzando con la materia. E i figli dell'uomo crebbero contorti, confusi e ciechi davanti all'immensità delle cose. Così, come un vortice d'acqua scura mulina nel fondo di un pozzo tetro, l'uomo prese a consumarsi ruotando nel proprio insensato vorticare, fino a sbriciolarsi come lo scoglio che lambisce il mare dell'eternità. Queste sono le sue rovine, e davanti hai solo un guardiano, che ha sempre fame di altre rovine e di infiniti silenzi, e da sempre vaga in una terra morta, ombra dell'uomo: o forse dovrei chiamarti viaggiatore delle stelle, figlio dei Primi, e colui che ritorna?

          - Non importa chi io sia, o come sono giunto qui - osservò l'uomo - Il tuo compito è finito, la tua veglia cessata, torna a dormire di dove vieni, o indicami i camini più brevi; qui, sotto il cielo stellato non sei più solo. Presto altri miei fratelli verranno, e altri, in altri luoghi, già sono giunti. Noi rifonderemo città e villaggi, e la nostra stirpe, forte del sapere delle stelle, rifiorirà, come fiorirono le colonne su cui ora malamente siedi.
            E notò l'uomo, solo allora, che nessuna traccia era dei nuovi venuti, là dove colonie avrebbero dovuto affacciarsi come scie di ragione nella pazzia di quel paesaggio. Dov'erano, dove i suoi fratelli, i procuratori dei nuovi mondi, i prima di lui partiti e tutti gli altri abitanti delle rocciose lande oltre il sistema solare e delle gassose sfere distanti dal sole che parimenti avevano deciso di tornare?
            - Dove sono tutti, me lo puoi indicare?
              E il demone iniziò a ridere, così forte che l'eco della sua stridula risata sembrò, per un attimo, ridare vita spettrale alle cose.
              - Sciocco, siamo noi la follia dell'uomo, l'orribile parto empio della sua mente: l'Orrore. Noi siamo la sua eredità, il suo figlio abortito nella notte di tempesta, la sua progenie nata dall'incrocio di mille tetre guerre d'odio: la sua furia. Qui noi, cugino, ora dimoriamo, sacerdoti adoranti verso il nostro Dio: le stelle, e di esse ci nutriamo, e non di luce, ma dei loro scarti parlanti che sempre tornano ricordandosi ancora di questo folle mondo. 
              Detto ciò si alzo e gli si fece incontro.

              Poi furono solo grida nella notte, e la pallida alba di un sole ormai consumato invase con una stanca luce la desolata landa, illuminando il banchetto tra le macerie, mentre altri demoni bianchi si radunavano tutt'intorno frenetici di devozione.
              "Gloria alle stelle!" - intonarono.
              "Gloria a coloro che tornano e che noi divoriamo" - urlarono ebbri di pazzia.


              E così gira il mondo, buio e infestato. E la patria degli uomini più non è, ché da dove essi giunsero ora regnano i divoratori, in attesa di coloro che sempre tornano.

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