mercoledì 20 agosto 2014

La dimensione dell'altrove

Ogni tanto mi chiedo cosa mi spinga alla lettura. Certo leggendo un libro io cerco una storia, qualcosa che mi piaccia nei suoi contenuti e per come è scritto.
Se sarà su un pianeta lontano, o in una guerra tra stregoni, di sicuro non potrò viverla nella mia esistenza, lo stesso vale per gli eventi lontani nel tempo o entrambe le cose.
Fondamentalmente, insomma, io cerco un "altrove", lontanissimo nello spazio o remoto nel tempo purché sia altrove. E da quell'altrove mi aspetto di essere coinvolto a tutti i livelli della mia mente, di modo da staccarmi da me e da ciò che mi circonda.
Quello che leggo non mi serve solo a capire meglio la realtà come fanno alcuni: mi serve per avere un luogo in cui fuggire.
Per semplificare ulteriormente si potrebbe dire che, semplicemente, io cerco di essere o di conoscere altro, perdendomi nella lettura di qualsivoglia cosa.
Quindi la mia esigenza è questa.

Io mentre scrivo il post


Poi invece penso ai nostri antenati, sapendoli del tutto capacissimi di condurre un'intera esistenza senza alcuna distrazione, o perlomeno capaci di non voler essere in nessun altro posto, senza neanche sentire l'esigenza di pensare a un altrove che non sia pace e ricompensa.
Però, che gran differenza. Eppure la specie non è cambiata poi molto da quei giorni, praticamente è identica. Ciononostante io fluttuo nelle astrazioni dove il mio antenato era solidamente aggrappato al suolo.
Evidentemente le differenze non si trovano nei geni, ma negli stimoli ricevuti.
Quindi, a dire così, uno si immagina di essere stato costantemente sopraeccitato fino a desiderare di essere oltre se stesso, di vivere in altri luoghi; la civiltà non mi permette di esplorare il mondo a cavallo, così mi darò alla lettura.

La mia, per farla breve, è una forma di rifiuto verso la mia società.
Di questi miei  "rifiuto!", di questo esser contro, ce ne sono diverse varianti. Alcuni si limitano a evadere, mantenendo una loro presenza saltuaria all'interno del sistema. Lavoro o un po' di vita sociale.
Altri rifiutano più decisamente gli eventi e fanno della loro vita il simbolo dell'esser contro nei modi che sembrano loro più adatti.
In entrambi i casi, o in casi più lievi, l'esigenza primaria è sottrarsi al teatrino del mondo.

Allora, ricapitoliamo: voglio fuggire dalla mia vita ma non posso, quindi evado tramite l'astrazione, letteraria o meno.
Invece l'uomo antico, ma per esser più precisi l'uomo pre-moderno, non aveva di queste esigenze, anzi, aveva i piedi ben piantati per terra. Non è vero però che fosse sciocco, infatti anche lui poteva essere spinto alla ricerca di qualcosa d'altro. In quei casi girava il mondo.
E siamo di nuovo all'inizio: la nostra società opprime spingendo all'evasione nell'altrove. Allo stesso tempo impedisce di staccarsi dalla realtà, pena la perdita di tutto. Così quello che facciamo è semplicemente prenderci delle pause studiate, con un libro o quello che volete voi.


Non mi dispiacerebbe indossarlo. Il problema è che vorrei anche saperlo costruire, e magari descriverlo.


Insomma non si può pensare che a questo: l'uomo è incline a viaggiare e o a creare solo se stressato o annoiato. Non potendo concentrarsi su di se l'uomo frustrato cerca di spiegarsi agli altri, e così l'idea e l'arte. E: la nostra civiltà eccelle nella fuga dal vero.
O meglio eccelleva, infatti l'ulteriore deriva consumistica, legata al calo dell'istruzione, ha portato all'incapacità a evadere dalla realtà con intelligenza. A predominare ora sono le evasioni prive di contenuto o addirittura il vuoto totale contornato da stimoli basici (cibo, sesso, ecc).

Quindi abbiamo questo, e cioè delle masse frustrate dalle loro vite, con una forte necessità di evasione (lo vediamo a tutti i livelli, è tipico del periodo moderno) portata da un relativo benessere e dal linguaggio iperbolico dei media, le quali però non dispongono o non sanno fruire di "altrove" taumaturgici della dimensione umana, e finiscono per perdersi nella banalità commerciale del tutto-uguale.

A questi individui, poi, non interessa del tutto né la "storia" in se, né contemplare un altrove. Non perché siano soddisfatti del loro essere, bensì perché integrati nel sistema come sono non sanno capacitarsi di essere altro, se non quello che sono.
O a volte, nonostante una volontà a migliorarsi, vengono a mancare disponibilità e tempo.

Per quanto mi riguarda vorrei essere un ibrido, un simbolo del mio tempo: infatti l'uomo non è che all'inizio del suo cammino, ancora dilaniato tra bestia e ragione, con la coccarda della superstizione sempre in mostra.
In poche parole vorrei esplorare a più livelli, con le zone della mia mente e coi sensi, quello che di meglio sa offrirci questa vita appesa al niente, senza rinnegare il ramingo dei boschi che fui, o il minareto di tetri pensieri che sarò.

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