sabato 23 gennaio 2021

Nebbie






Sono sicuro che dai
il meglio di te
di notte e con
la nebbia;
entrambe impegnate
ad addolcire i contorni
del tuo viso
e del mondo,
dando a tutto l'apparenza
del sogno.
Luci lontane sembrano
stelle morenti
e spariscono gli alberi,
le chiese,
sparisce la sera
e le strade
non portano più
in nessun posto.
È con gli occhi
ben aperti
che vedo sparire sia te
che il mondo.
E resto solo a ricordarti
in questa nebbia
come dopo un sogno.

sabato 9 gennaio 2021

Pandora

O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla. (cit.)

 Che cos'è il mito? Il mito è, essenzialmente, la rivelazione e l'irruzione di una verità che si pone all'inizio della storia. Esso è donato e proviene da potenze ultraterrene e stabilisce la regola che col tempo diviene tradizione. Tutti ne conosciamo diversi, e tutti, in diversi modi, abbiamo sentito parlare di Pandora e del suo vaso. 
Esso, il vaso, dono beffardo degli invidiosi Dei, conteneva tutti i mali, e fu aperto. Lei, Pandora, lo ricevette perché, in quanto donna, lo avrebbe certo aperto. E siccome nel mondo vi sono molti mali, e le donne vanno soggette alle più disparate bizzarrie, il mito diventa realtà poiché la realtà lo conferma, o meglio: dispiega in quale modo la realtà sia divenuta tale. In modo che credere che le cose siano andate effettivamente così diventa un particolare trascurabile. Pandora aperse dunque il vaso e i mali molteplici, sofferenza, dolore, malattia, morte, ecc, ne uscirono. Solo un male non fece in tempo a uscire prima che Pandora, sbigottita, richiudesse il vaso: la Speranza. Per i greci essa era infatti un gran male che, come uno spettro, ammalia e illude. Fatto ciò, Pandora vide il mondo e si accorse che era pieno di male, e certo pensò: ora, senza speranza, l'uomo non può sopportare di vivere. Le fu perciò consigliato, ed ella stessa se ne avvide, di aprire nuovamente il vaso per lasciare che la speranza uscisse ed entrasse nel cuore degli uomini. Di modo che da allora tutti si ingannano e si illudono che la vita sia ciò che non è. Commise un crimine o ci rese alto servizio? Basta fare un paragone tra mondo antico e cristiano. Ciò che il mondo antico poneva più in alto di ogni altra cosa era la Gloria, ossia una fama imperitura: ma per il cristianesimo essa è niente. Ciò che noi poniamo più in alto è la speranza: essa per il mondo antico era niente. Facendo un sunto, attraverso i concetti di Gloria e Speranza, entrambi i modi di pensare ci dicono che la vita è niente.
Ne consegue, io credo, che l'opera di Pandora sia ininfluente, e ancora una volta il mito non fa che confermare il nostro lutto interiore, e la spietata transitorietà del tutto: con o senza male.

Dal nero cielo splendi.
O Speranza, stella dorata, ci inganni o ci difendi?

domenica 16 agosto 2020

Stelle cadute



O Elbereth che accendi stelle
dal firmamento costì contemplando,
a Te grido preda dell'orrore mortale!
volgimi il tuo sguardo semprebianca!

Il signore degli anelli


A metà agosto il cielo si spalanca nero, trapuntato di stelle, e le scie morenti dei detriti precipitanti fanno sognare gli uomini. In costume, una cicca in bocca, osservavo la volta stellata in una spiaggia deserta; solo, poco più in là, un fuoco da cui per poco mi ero allontanato: con delle sagome arancioni tutte intorno.
In questi casi è d'uso esprimere desideri, ma come non arrossire nel momento in cui si chiede qualcosa alla vastità dell'universo? Io, devo dire, sono stato capace solo di tacere, e anche quello a fatica, tant'era l'impotenza in cui mi gettavano - e così sempre fanno - gli abissi siderali.
Vega è una gemma incastonata nel golfo della notte; Cassiopea, remota, lascia indovinare altri mondi. Il cielo è troppo vasto e mi sembra di caderci dentro. Ma è un'illusione che dura poco, dal falò arrivano schiamazzi; il mare sognante mormora un'eterna nota che si infrange ancora e ancora.
Vorrei trovarmi su di una vetta a mirare queste remote distanze, da solo, in pace, ma è già tempo di tornare al fuoco, con un pugno di stelle cadute e senza sogni.

mercoledì 15 luglio 2020

Al mare







Sabato mi andava di fare un bagno, così sono sceso fino al mare. A piedi.
Saranno, ecco, cinque chilometri, e vado a piedi. Mi sono preparato la borsa con tutto quello che serve per un pomeriggio del genere: acqua, asciugamano, chiavi, telefono, cuffie. E un libro.
Ne ho un po' adatti al mare. Mi hanno regalato un sacco pieno di vecchi urania che si possono anche maltrattare, quindi dovevo sceglierne uno.
Ho preso Strisciava sulla sabbia. Parla di un alieno dalla massa non-solida che cade sulla terra, per la precisione in mare. L'ho messo in borsa e sono andato.
Ad arrivare c'ho messo meno del previsto. La ciclabile che percorro costeggia un fiumiciattolo scuro. Sotto quell'ombra sospiravano delle rane. In un orto poco lontano ho visto un gatto spiarmi. Appena arrivato in città ho messo le cuffie.
"Questa volta vado vicino al porto", mi sono detto. Diavolo, non so perché vado lì, ci sono solo sassi e scogli. Ma in fondo non importa, il programma era leggere e fare un po' di nuoto.
Mi ero appena sistemato e sono arrivati dei ragazzi. Facevano chiasso e ridevano. "Sauron", pensavo, "ci sono stati colpi di stato più silenziosi di questi giovani, nella storia", provavo lo stesso a leggere; ma dopo aver letto la stessa riga venti volte mi sono arreso.
Poi un'onda anomala si è abbattuta sulla spiaggia. Deve aver sconfinato di almeno tre metri e subito un esercito di pance e culi si è alzato lanciando gridolini ed era tutto un "oddio!" qua e "ma che succede!" là e alla fine asciugamani e borse erano bagnati. I giovani ridendo se ne sono andati via. I culi si sono riseduti. Io non ero per niente interessato a questo universo. Del resto perché dovrei, lui è il primo ad essere indifferente. Ho aperto il libro e finalmente ero pronto a caderci dentro.
Poi mi accorgo che uno dei culi non era tornato a sedersi, ma stava in piedi accanto a me. "Mai vista un'onda così", mi dice. È una donna sui sessanta, accento straniero, cappellino e occhiali da sole.
"Neanche io, ha fatto fuggire tutti" le rispondo. Poi con naturalezza dice che sposta il suo asciugamano lì, vicino al mio, e attacca discorso. È rumena, lavora in Italia. Viene al mare in corriera. La osservo e decido che no, non è chiavabile: a quel punto mi chiede se voglio della crema solare: la voglio. Me la spalma sulla schiena. Le chiedo se conosce Cioran e Eliade, gli scrittori rumeni che preferisco. Li conosce e ne parliamo un po'. Ha un'educazione da paese socialista, quindi ottima. Finiamo a parlare di ciausescu (non so come si scrive) e, più banalmente, dei suoi figli. Il più grande si chiama Sorin. Intanto bevo, fumo una sigaretta, mi sdraio, i culi e le tette, in spiaggia, vanno e vengono, il caldo sfuma, il cielo si gonfia di nuvolette. È quasi ora di tornare a casa. Non che ci sia un orario preciso, ma ho il sedere rotto dalle pietre e devo alzarmi. Alla fine Adina mi dice che tra poco parte, torna in romania per le vacanze. Beata lei, io devo tornare a casa invece.
Per salutarmi mi dà due baci, poi la mano. Riattraverso la città e prendo la ciclabile. Mentre cammino vicino al torrente non sento più le rane. Penso che non sono riuscito a leggere quasi niente, a una ragazza vista solo da lontano, e alla neve perenne sui Carpazi che non vedrò mai, alle verdi pianure della Valacchia. E ho nostalgia di cose mai viste.
Sul cammino ho incontrato di nuovo un gatto. L'ho chiamato, "qui micio, qui", ma non ha voluto girarsi.


Scritto e non riletto~

venerdì 12 giugno 2020

Maledizioni







Incroci gli occhi con una ragazza, e credi di aver visto chissà cosa dietro quello sguardo. Invece non c'è niente.


Più di ciò che abbiamo compiuto, è il non fatto a tormentarci! Allora ci sembra, per un momento, che sarebbe bastata una parola, forse un gesto, e tutto, tutto sarebbe stato diverso. La realtà in cui viviamo, allora, ci appare tale per un nonnulla.
Ed è proprio per quel nonnulla che viviamo.


Più vasta della notte è ogni solitudine, ed è in silenzio che ci si corica al suo fianco.


Per un No di una donna sono sorti e caduti imperi. Eppure alcuni si ostinano a prender sul serio la vita.


Il giorno in cui siamo nati dovrebbe esserci concesso uccidere. Così... come risarcimento.


"Credo nel genere umano", disse. E seppi subito che mi era nemico.


La vita è una prigione, ma la cella è aperta.


Se nelle farmacie non vi è alcun rimedio all'esistenza, e nessun oculista può mettere a fuoco i viventi, consoliamoci almeno della speranza, che in dosi massicce può rinvigorire anche uno scheletro.


Sentirsi come un albero sul quale, attimo dopo attimo, un'edera soffocante si è arrampicata, è cresciuta, e ora è più dell'albero stesso, e ti ruba il sole; e il vento.


Si è davvero soli non quando si è abbandonati dagli uomini, ma quando si soffre per la loro presenza.


La Colpa della filosofia è di voler evitare l'esistenza con delle spiegazioni; invece di subirla. Non si insegna l'universo, lo si esprime!


L'ora più buia è quella in cui, cercando di dormire, un incubo senza sonno ci assale, e a occhi chiusi vediamo teschi infiniti. Voci oscure sussurrano mai più, mai più...


L'ultimo demone

La terra è morta, nessuna voce nè suono.
Ci sono solo io, eppure sospiro. Quale profondo sospiro.
La terra è morta da ere, nessuna voce, nessun suono. Solo si sente sospirare.


Solo il sentimento di ciò che è irreparabile ci avvicina alla vera essenza delle cose, e ci fa avvertire che non c'è nessun viaggio o percorso o sentiero, ma solo un'inarrestabile precipitare. E l'irreparabile è appunto la vertigine del cadere.


Quel che lasciamo ai posteri è solo la nostra organizzazione del dolore.


Ogni orrore ci avvicina alla morte, ce la fa accettare un po' di più, ci prepara ad essa. Coltiviamo quindi i nostri orrori fino in fondo, così che alla fine basti un soffietto per spegnerci. Per spegnermi.


Capisco veramente a fondo solo chi, all'improvviso, scoppia a piangere senza motivo.



La tristezza

Dalle aule senza Tempo, tessendole, è lei a scrivere tutte le storie racchiuse negli istanti, a lanciare altre albe, ogni cammino, a disegnare le rotte dei soli e delle lune innumerevoli; ridendo di noi accende stelle; ridendo le spegne. Il suo sguardo, gelido, al buio, uccide.


Esiste un momento della sera in cui il cielo sembra volerci dire qualcosa. Non lo dice mai. O forse lo ripete all'infinito e noi non capiamo.
C'è un'ora della sera in cui il cielo suona una musica che noi non udiamo.


Gli anni passano, pietre levigate dalle onde del tempo. Ricordi sbiaditi come vecchie foto. Tutto è già stato fatto, detto, pensato centinaia, migliaia di volte. Ogni parola è logorata, dopo ogni attimo ne precipita sempre un altro, il sole va il sole viene e non illumina mai nulla di nuovo. Tutto scorre, eppure dietro questa banale frase c'è l'abisso, e mi chiedo in quanti ne comprendano effettivamente il significato.
Sulla riva penso a cose lontanissime oltre le stelle; a vecchie cose, e altre, meno lontane, che sembra di toccarle come questo pezzo di legno che ho davanti, gettato via dalle acque.
Mi siedo e aspetto, qui sulla riva del mare. Sulle spiagge deserte del vasto mare.





giovedì 21 maggio 2020

L'ultima notte




Cavaliere nero, corri attraverso la notte
Corri contro la luce, torna a casa.



Piove, sulle anime stanche, piove nella notte, le finestre spalancate per accogliere le gocce perdute, cadute, precipitate nel buio freddo, dalla terra male accolte, esplodendo logore dopo tanto cadere, tanto viaggiare: la luce della finestra si dilaga a illuminare gli incontri bagnati, la fitta serie di lance acuminate.
Lontano vedo un'altra luce di un'altra finestra, esistenze separate. Dalla notte, dalla pioggia, dal vento. A parte ciò che è noto tutto sta in silenzio.
Tutto aspetta. La luce si spegne, ultima stella. Ora sono solo con le anime andate, tristi, bagnate, cadute per sempre. Tutto è ombra che attende.
Chissà se un cavaliere nero sorvola i miei pensieri e poi se ne va via, laggiù, nei golfi della notte, oltre le stelle, oltre le speranze dei mortali, là dove il dolore non arriva, neanche il più vasto, e corre e corre fino all'ultimo vuoto. Ma se lo chiami arriva subito. Entra ed esce dalla porta più oscura, il nulla più profondo. L'orrore nero oltre il mondo.
Il tempo è un cerchio, l'inizio è la fine, dice il saggio. Questo stolto ragionevole. E la fine è l'inizio. E piove, piove, piove... come se fosse la fine. Come fosse un inizio.
E io, accecato dal vuoto, prendo il volo, in un oscuro sogno dentro l'universo e le sue galassie, i mondi, le nebbie tra i soli e grandi nubi fiammeggianti di rosso e viola incastonate di diamanti.
Ah, la notte. E l'Universo, questa cosa che solo il nostro cuore prende sul serio.





martedì 28 aprile 2020

Serenata









La musica è un vasto e oscuro mare senza fondo, a volte calmo, a volte in tormento, che può essere caldo o freddo, ma sempre immenso, e solenne, e bellissimo. Mi è venuto in mente guardando un gatto. Anche lui immerso in quel mondo che non è il nostro, che è quello della musica, e dei sogni.
Lui, il gatto, si ricorda che in un'altra linea temporale, un altro luogo, un altro tempo, lo hai tradito: nello stesso modo la musica ci ricorda che altrove, in un luogo che non c'è, in un passato mai avvenuto, noi eravamo altro da questo. Così, ascoltando, ce ne rammentiamo, solo fintanto che ascoltiamo. L'arcano si ripete. Il segno si ricrea. E il gatto, che intanto ci osserva, sbatte gli occhi, come chi - noi - si è appena svegliato dal sogno.

La musica è finita, il tempo riprende ad avanzare. Quell'attimo di Sacro perduto per sempre.
Danzavi con un angelo e la neve, silenziosa, cadeva nel buio.
Ora te ne stai da solo; come un deserto che non crede più ai miraggi.