martedì 31 gennaio 2023

 





Ho rivolto questa intervista allo stimato professor Severio Problemoni, che non ha bisogno di presentazioni. Essa non ha scopo alcuno se non quello di fare due chiacchiere amichevoli senza pretesa di assurgere a verità.

In effetti, gran parte di quanto detto dal professore assume le forme del delirio maniacale o di una grave depressione. Al lettore il compito, ove possibile, di trovare riscontri con la realtà.
D = domanda
R = risposta

D - Professore, lasciamo da parte, per brevità chi lei sia, e diamo per scontato che da quanto dirà capiremo cosa voglia, la domanda è: come si percepisce all'interno del mondo?

R - Ebbene, le dirò che io mi percepisco come un osservatore. Ora lei si immagini un qualsiasi parco durante le ore pomeridiane, dove cose e persone si muovono alla luce dentro l'aria. Io osservo tutto ciò all'ombra dell'albero più alto e frondoso. In una zona poco arieggiata. Persino scomoda.
Dalla quale ho l'assurda presunzione di vedere, se non tutto, molto.

D - Quindi lei è un sapiente? Ma permette che le dia del Voi? il lei è francamente inaccettabile. Permettete, dunque?

R - Permetto e anzi lo esigo. Da molto tempo ormai il femminile ha perduto la dimensione del sacro, oltre a essere le donne oltremodo divenute oscene. Per quanto ciò non c'entri.
Si deve invece attribuire alle masse e alla presenza di moltitudini psichiche una condizione di superiorità. Ma sto vaneggiando. Quindi mi dia del voi. Ad ogni modo no, non sono un sapiente. Io infatti so solo ciò che vedo. Che non può essere più di quanto vedano gli altri.
Si può invece dire che sia un intellettuale. In primo luogo perché sono morbosamente insoddisfatto, il che corrisponde al primo requisito per definirsi tale. Inoltre discerno e critico ciò che vedo grazie a un intelletto formato e tenuto in allenamento. Il che, s'intende, è un esercizio totalmente miserabile e non mena a niente se non al buio e all'abisso.

D - Non vedete di buon occhio il pensiero critico? E quale pensate sia l'anima dei nostri tempi?

R - Innanzitutto lasciatemi dire che non s'è mai visto un essere pensante felice. Ma neppure sereno.
Il pensiero è infatti paura e tormento, e la condizione di qualsiasi bestia preferibile a qualsivoglia coscienza.
Detto ciò, i nostri tempi non hanno anima alcuna (il prof. dice questo spegnendo la sigaretta su una pianta viva). La nostra società è stremata dall'ateismo.
L'approdo finale verso cui ci si sposta dalla nascita, con più o meno coscienza, è il nichilismo, ossia il non credere a nulla. Ma badate, non sto dicendo che ateismo e nichilismo siano la medesima cosa, bensì che l'una porti all'altra.
Così, l'uomo si dispera e a nulla può aggrapparsi. Il vizio lo consuma, il cielo è vuoto e rivela solo uno spazio tanto vasto quanto inutile. Straziato da un'introspezione dove Dio ha cessato di tendergli la mano egli precipita senza fine entro sé stesso.
Gli altri sono fantasmi e la società ne è infestata. Senza uno schema trascendente è impossibile sopportare chicchesia.
La scienza? da una parte ci ha alienati nella tecnologia e dall'altra ci ha dato qualche anno di vita in più. Anni che trascorriamo in modo ignobile.
L'eternità è perduta. Se la civiltà ci ha incatenati nel corpo in cambio di un po' di sicurezza, la scienza ha murato viva la nostra mente.
Che non vi siano ogni giorno, in ogni dove stragi e massacri, e che tanto più il luogo sia civilizzato e razionale tanto più stragi e massacri siano feroci e spietati, è cosa che ancora non mi spiego.
Le droghe in parte possono spiegarla.
Cos'è infatti, cos'è questa cosa che chiamiamo vita dentro queste stanze assurde? Ma via, mi sono fatto trasportare. Andiamo avanti.

D - A vostro parere non vi è nulla di buono in ciò che siamo e nel modo in cui viviamo?

R - Nulla. Come del resto tutto. Mi spiego.
Il modo in cui viviamo e dato da quello che siamo. Ora, va da sé come ci venga insegnato che siamo solo... carcasse. E nessuno può esistere sapendo di essere un alleato dei vermi e un antenato dei cadaveri. E nient'altro.
D'altro canto è presente in noi, proprio per questi motivi, una dimensione eroica straordinaria, che per secoli l'uomo ha dominato e fatto sua attraverso la narrazione di miti e leggende che forgiavano la sua esistenza.
Ma la nostra società uccide anche l'erosimo, e nelle periferie moderne vagano solo vili e depressi.

D - Vi devo dire, professore, che in verità molte persone partecipano con soddisfazione a questa realtà. E che, inoltre, l'infelicità che voi descrivete non è così diffusa. Mi pare in sostanza che la facciate troppo tragica.

R - Voi volete forse dire che la vita è pur sempre meglio del non esistere affatto, e che in fin dei conti, sebbene a prezzo di enormi sofferenze, stare bene è possibile. Ma senz'altro, senz'altro!
Eppure nulla di tutto questo è vero. Non facciamo che inventare ogni cosa per evitare di impazzire. Il resto ce lo fornisce l'istinto.
La caratteristica di questi tempi è quella di aver abbandonato illusioni durature sostituendole con altre limitate nel tempo e nell'efficacia che finiscono per amucchiarsi l'un l'altra.
Abbiamo suddiviso e moltiplicato le nostre fantasie con parossismo industriale per adattarle al mercato in cui viviamo.
E poi siamo troppi. Ovunque ci si giri sbattiamo in un altro muso. Dove va il nostro sguardo lì c'è una casa. Non c'è più contemplazione né silenzio.
Qui come all'inferno l'ambiente è sovraffollato.

D - È possibile distrarsi da tutto questo?

R - Distrarsi è necessario e anzi è la sola cosa che possiamo fare. Ogni cosa non è null'altro che una distrazione col preciso scopo di uscire fuori dal tempo.
I nostri antenati perseguivano questo stesso fine negli eventi della loro vita. La religione, il lavoro, la procreazione, gli affetti ecc avevano una dimensione sacra; mentre oggi ci distraiamo per fuggire anche da queste cose. E da molte altre.
L'evasione, relegata un tempo a sporadici momenti della vita, ora è tutto, la si insegue, come gli Dei, la croce, gli ideali o la ragione sono state inseguite per innumerevoli generazioni.
Distrarci dall'essere vivi è il nostro monoteismo, e il nostro Dio unico si genera nell'incoscienza.
Mille secoli di evoluzione della coscienza per desiderare soltanto di non averla.
Dopo l'assurdità delle stelle il nostro è il fallimento più grande.

D - Se quanto lei sostiene è vero perché gli umani praticano la discriminazione sociale?

R - Il primo motivo è che l'essere umano è una creatura gerarchica che ama in particol modo esercitare un potere sugli altri. Discriminare pone in una logica di superiorità che ci permette di essere dei tiranni. Dopodiché ciò avviene perché non abbiamo piena coscienza della nostra condizione. Chiunque si renda conto del ruolo che ricopriamo nella cosiddetta creazione non può mantenere la ragione e in men che non si dica giunge ad autodistruggersi. Sebbene spesso l'istinto di autoconservazione ce lo impedisca.
In quel caso diveniamo ombre che, di tanto in tanto, accettano di partecipare a questa o quella farsa, nel teatrino grottesco della vita.

D -  Ritenete che tornando a un sistema religioso e dogmatico staremmo meglio? E sarebbe possibile?

R - Qui e ora, no. Ormai gli individui non riescono a focalizzare l'attenzione su qualcosa nemmeno per pochi minuti. Per venire ascoltati bisogna gesticolare in un video. Per rispondere alla seconda domanda.
La società globalizzata si basa sull'ateismo, essa lo brama per appiattire ogni cosa su sé stessa. Lo genera perfino uccidendo ogni tradizione. E lo fa con avidità di fanatismo. I fanatici del vuoto interiore. Dietro i loro schemi di logica aleggia il puzzo di cadaveri che galleggiano in un liquido asettico da ospedale. In fondo ai loro occhi lo stesso sgomento della morte che s'appresta: per tutta la vita.
Non a caso la nostra civiltà ha smesso di produrre opere dell'orrore rilevanti. Ai più basta viverlo.
Tornando alla prima domanda, come dubitare che un sistema religioso non possa farci stare meglio? Si è mai veduto un essere più solo dell'uomo nel cosmo?
Se c'è, non posso neppure immaginarlo.
Solo la pienezza di un Dio può abbracciare la nostra solitudine. Invero i nostri stessi Dei sono dei solitari.

D - Lasciatemi dire, professore, che voi siete completamente disperato. E me ne dispiaccio. Pure, vi comprendo. Al di là dei suoi mali l'uomo ha l'arte. Una seppure minima consolazione. E l'Amore, dico bene? Forse mi esprimo ingenuamente?

R - Definirla ingenuo è un eufemismo. Voi siete un povero pazzo. L'arte, in definitiva, non è che l'espressione dei nostri tormenti.
Riguardo l'amore poi mi pare persino ridicolo parlarne.
L'amore di Dio è morto. E le donne ormai non sono che prostitute. Intendiamoci giovanotto, gli uomini non sono da meno. Ma la situazione delle donne è spaventosa.
Per un capriccio abortiscono o abbandonano i figli. Il loro unico scopo pare essere quello di umiliarsi. Non appena la natura ha abbassato la guardia si sono trasformate in altro. Esse sono oggi l'incarnazione del mondo: volubile e dorato, ma vuoto.
Ma dopotutto, se ciò è potuto accadere, è anche per il declino e lo smarrimento del maschio. Esso soltanto può riprendere in mano la situazione e ristabilire l'ordine, ma è ormai castrato e intrappolato dentro un'infanzia senza fine.
Ma badate bene, queste sono osservazioni senza senso e quasi me ne vergogno. A un'agonia ne succede sempre un'altra, e su ogni uomo e in ogni tempo peserà sempre una maledizione ridicola.

D - Eppure la nostra vita si allunga. Il dolore fisico lenito. Le malattie curate. Vasti tentativi sono in corso per dare a tutti dignità. E l'uomo impara a conoscere lo spazio che lo circonda. A ben vedere c'è speranza.

R - Voi non siete solo un povero pazzo: siete addirittura un mentecatto che si agita nel buio. Vi dirò ora che tutto ciò che non è eterno o che perlomeno non sfiora l'eternità... che farsene? né lo sapete voi se aprite un poco gli occhi.
Le prime due cose che avete detto sono in realtà un'unica sola, e cioè la vita si allunga, sì, ma nel dolore. Mentre la malattia ci divora e la dignità universale non è che il sogno di un uomo appestato nello spirito.
Ma lo sapete, voi, che l'uomo si è messo in testa, pensate un po', di non fare più la guerra, o almeno di provarci, e che tutti sono uguali, e liberi, e che anzi la libertà è l'elemento fondante di questa umanità! Ma l'uomo è guerra, e la libertà è la catena più pesante che può stringersi al collo. Guardate me, io sono libero e non so che farmene. Tutta questa libertà ci ha strangolato e non è neppure vera.
Infatti nulla possiamo desiderare se non dove morire e quando.
Lo spazio poi è totalmente ostile alla vita e sarebbe meglio astenersi da qualsiasi cosa che non sia guardarlo con superstizione.
Quel poco che abbiamo fatto, quella manciata di chilometri che siamo riusciti a mettere tra noi e il pianeta, ci è riuscito esclusivamente in nome della guerra e della rivalità tra umani.
Ma si è capito presto che non si andava da nessuna parte. Niente Dei né viaggi tra i mondi ma solo pietre orbitanti nel nostro cielo.
Abbiamo retrocesso le stelle a soli lontani, e nel buio siderale non abitano più le antiche speranze.
La Terra è un pianto nella notte cosmica e tutto quello che abbiamo ottenuto è di saperci qui intrappolati.
Rimpiango quando ci si credeva al centro dell'universo: ora siamo ridotti alla periferia di noi stessi e non c'è neanche una risata che possa salvarci.

D - Uno scenario desolante quello che dipingete. Credete in Dio? È la domanda conclusiva. Inoltre sembra essere l'unica cosa che conti per voi.

R - Non vi dirò nulla su questo. E in fin dei conti è irrilevante che io creda o meno. Credo nell'eternità e che non ci sia dato in nessun modo di entrarvi se non attraverso le idee. Dio è un'idea, la più grande, la prima. Gli Dei, gli eroi... abbiamo ridotto la mitologia allo squallore quotidiano ed elevato lo squallore a mito.
Siamo creature ridotte a sospirare per un abbraccio. E tutto questo è patetico.

D - Fatemi dire professore che voi sembrate un uomo molto triste e solo.

R - Ma voi... voi fraintendete. Io parlo così fintanto si entra nel merito di certe questioni. Per il resto non sono più tormentato di voi... E anzi, già ora a quel che ho detto non penso più. E vedete... forse neanche lo pensavo allora. O non sempre lo penso.
Certe cose si vedono solo al buio.

lunedì 2 gennaio 2023

Primo viaggio dell'anno









La vigilia di un lungo viaggio è sempre traumatica, ti prepari tutto il giorno e vai a dormire consapevole che dovrai alzarti prestissimo e per 10 ore muoverti da una meta all'altra. Nel viaggio si è stranieri di tutto, non c'è modo di socializzare, o comunque non mi va. Che senso ha conoscere persone in viaggio, non ne ha nessuno. Il mio pensiero indugia sull'ennesima inutilità di questo sforzo, pregusta la morte, la vede su ogni cosa su cui posa gli occhi.   
Al mattino presto le persone sono ancora chiuse dentro il loro guscio di debolezza, se ne sbarazzano verso le 9, ma alle 9 sarò già partito. Nel primo treno, fino a Milano, ho dormicchiato, ero seduto vicino a una ragazza che per tutto il tempo ha guardato fuori dal finestrino: ma che modo di viaggiare è? che cazzo, almeno portati una rivista. Va be'. A Milano ho trovato solo sporcizia e sbirri, una magrebina mi ha messo in mano due biglietti del treno chiedendomi dove doveva andare. Le ho detto di andare dove cazzo le pare tanto siamo tutti morti, ma non ha capito un Mordor, così le ho indicato un binario. Ci si può uccidere facilmente in una stazione dove passano così tanti treni, ma a me buttarsi sotto un treno è sempre sembrata una morte improbabile, troppo chiassosa, quindi ho rinunciato: ho invece preso un caffè, e ho fatto male perché mi ha dato lo stimolo di andare in bagno, e di sicuro non cago in stazione centrale a Milano, perché anche prendere l'ebola mi pare un pessimo suicidio.
Curioso quante volte le persone pensino al suicidio accarezzandone le possibilità: possibilità illimitate. Comunque ho aspettato un'oretta osservando la gente andare e venire da un binario all'altro, mi sono goduto l'immondo spettacolo della folla umana. Un tizio mi ha fatto accendere ché avevo dimenticato l'accendino, diomerda, ho fumato; mentre fumavo ho spiato due cinesine che parlavano di non so cosa, una carina l'altra un po' meno; in generale le asiatiche mi attirano tutte, mi danno un'impressione di dolcezza pragmatica, senza tanti cazzi per la testa.
Sul secondo treno, quello che mi porterà ad Ancona, siamo schiacciati come sardine ubriache su 4 posti attaccati, e se non altro mi è venuta fame. Ho da leggere e da fare cose al pc, ma sto talmente scomodo che qualsiasi cosa farò sarà una merda. Intanto scrivo, il che mi permette per un po' di dimenticare le fatiche dell'essere, ascoltando musica per isolarmi dal vociare fastidioso tipico delle moltitudini. Sì cazzo, siamo veramente tanti in questo treno, e parlano tutti, dio Mordor, ma che farci, i viaggi sono così. Quelli davanti a me scoreggiano parole idiote, sono padre e figlio. Lui, il figlio, vuole vedere il telefono del padre, il padre non vuole, intanto rompono il cazzo a me; quello di fianco mangia e sbriciola tutto, è mezz'ora che mangia, ma dai cazzo.
L'ultimo treno che prenderò è un regionale, per fare Ancona - Civitanova, e poi finalmente a casa potrò cagare e ricaricarmi nella solitudine buia della mia stanza. Ma per ora conviene che mangi qualcosa anche io, non vorrei perdere i sensi e ritrovarmi stuprato e derubato da un capro nero. Cose che in treno possono accadere. I samurai attraverso la loro spada vivevano per morire, io muoio un po' alla volta intanto che cerco di vivere.
 Il panino con l'arrosto s'era indurito, quello coi funghi s'è smosciato; l'ultimo, quello col prosciutto, l'ho barattato con una stella di super Mario: me la sono messa qui sul tavolino per avere qualcosa da vedere che non sia il monotono paesaggio delle periferie italiane che si vede dal treno.
Ma è tutto inutile, anche a guardarla non mi viene sonno.
C'è un luogo più buio della notte e più disperato di una Teutoburgo, sono gli scompartimenti dei treni dove viaggi per ore e ore. Ti sembra, alla fine, di essere arrivato da qualche parte, ma sei sempre lì, all'Inferno, e devi viverlo finché non avrai scontato la vita.



venerdì 23 dicembre 2022

La poesia perduta

 

Il mare è sempre triste



La spiegazione critica della poesia che segue, si rifà a un testo che scrissi in giovane età, ben accolto dalla critica, e purtroppo perduto in un incendio. Della poesia resta solo la sua elegia, essendo il testo da me completamente dimenticato, e il suo titolo parimenti incenerito nella memoria.

In una giornata fredda ma non ancora invernale, dopo una abbondante pioggia, seduto su degli scogli qualcuno osserva il tranquillo e ripetitivo svolgersi della vita che si intreccia sulle rive impigrite del mare. Contenitore di dolori che si accendono come tramonti, il poeta guarda il bianco candore del crepuscolo illuminare un mare piatto, sospiroso di onde che si infrangono come pianti sugli scogli della vita.
Una barca rientra frangendo le acque calme con una scia che le sconvolge per sempre o fino a quando la notte non ne cancellerà la memoria. Gli uccelli lontani che giocano apparendo e sparendo come ricordi sono un'infanzia, altrettanto lontana, che come a quel cielo chi scrive va pensando, e che come scia nella mente si chiude nelle profondità buie, sotto le maree del tempo.
Un pescatore straziato dall'aria salata delle coste dell'esistenza, con fare burrascoso, piega e ripiega quelle reti che di giorno usa per rapinare il regno dei pesci - anticipando imminenti tempeste -, e sulle quali di notte medita pensieri umidi e amari, per poi dormirvi sognando ancora altri mari.
Più oltre, varcato questo mondo che il mare culla come un bambino che dorme, le asprezze delle terre degli uomini, là dove essi odiano le profondità marine e aspirano a galleggiare sulla superficie, ricordano a tutti che la bolla di sapone che avvolge gli elementi del testo sta per scoppiare, per coglierci impreparati al risveglio, desiderosi di intrattenerci ancora dentro quei colori grigiastri che le parole suggeriscono agli occhi; e come le onde ci svegliamo, scoprendoci vivi solo nell'attimo in cui ce ne andiamo.

Cit. Prof. Tarcisio Esistone - Guida alla poesia italiana del nuovo millenio


Tuttavia, incapace di rassegnarmi alla perdita, ho voluto comunque riscriverla, basandomi appunto sulla sua esegesi per ricostruirla. Conscio del fatto che il risultato ottenuto è ben lontano dall'originale, la propongo qui di seguito.


Senza titolo

Nell'umida aria del mare
sì come tramonto che or vidi
scorgevo le onde bruciare
di bianco crepuscolo e brividi

Sospiri che infrangono il pianto
sui neri scogli salati
ricordano un grido ed un canto
riportano a giorni già andati

Di uccelli che al largo del mondo
riconcorrono ore perdute
e spiano dal cielo nel fondo
il buio ove sono cadute

L'uomo dei pesci ripiega
le reti che rubano al mare
nell'onde anche il tempo vi annega
le osserva l'un l'altra passare

Uguali eppure diverse
scorrendo senza pensieri
raccontan di terre sommerse
sognando profondi misteri

E dopo sì tanto dormire
si sveglian toccando la riva
e giunte alla meta morire
così che il poeta lo scriva.


La  poesia originale, diversa, è perduta. Questo è solo un volerla ricordare, e nel farlo non sono nemmeno sicuro che sia mai esistita - ma si può ricordare una poesia riscrivendola? Potrebbe averla scritta un altro me, in qualche nascosto sentiero del tempo, e per qualche strano caso la sua memoria essere giunta qui, oggi. Per tutto quello che facciamo esistono altrettante cose che avremmo dovuto o voluto fare, che permangono da qualche parte, sospese, per essere di tanto in tanto pensate. Misteri dell'universo, sul quale, morendo, mi piegherò, svelandoli o no.



Tutto quello che ho scritto è mio, ma è falso.

mercoledì 26 maggio 2021

Vuoto e Forma

 



Ogni cosa è perduta

Amore mio
non c'è più quella magia nei tuoi occhi
il futuro è un'illusione e il passato un fantasma
il tempo sono solo anni che se ne vanno
la Morte è solo vita che si spezza
e noi siamo solo pezzi di carne
che si incastrano
perché non c'è più magia nei nostri occhi.


Il Mago Nero

I sapienti lo conoscono
i maghi pari suoi lo temono
gli incantesimi gli parlano
della notte si raccontano
così le ombre intorno danzano
lontani spettri che lo chiamano
da nere tombe essi sospirano
e nebbie scure lo attraversano
il tempo e i morti gli obbediscono
ma lui è indifferente a tutto
perché non c'è amore per lui
nell'universo
in quest'universo.


Condannato a Morte

In lontananza la tragedia dell'alba
oscuro si oppone un minareto
nessun suono dalla forca
nessun suono dalla campana
oscura si apre una botola
nessun suono dal mattino.



Vita eterna

E adesso, uomo solitario
cammini nelle ombre
sei solo, niente amici
ti nascondi dal sole
il tuo sentiero è oscuro
non credi a nessuno
neanche a te stesso
neanche a Lucifero
e non vuoi morire
non vuoi
ma morirai
e brucerai all'inferno
mostri e pazzia
per sempre.

martedì 4 maggio 2021

Esistere

 

La vita



Ormai sono sempre più convinto che la natura, avendo creato me, merita di scomparire. Bruciamo questo cazzo di pianeta. E io che me ne farò di questo tempo che mi è dato di vivere, lo sto sprecando? ed esiste forse un modo per far sì che tutto, la vita, gli altri, i sogni, le speranze, che tutto questo non sia solo uno spreco di tempo? Pensiamoci un attimo... ma del resto pensare non è mai servito a niente. Inizio a pensare, ma è già da un po', che qualcosa nei geni di acuni li costringa a non prendere mai troppo sul serio l'esistenza. Dopotutto l'unica differenza tra una marionetta coi fili, e noi, è precisamente questa: noi non vediamo i fili. Si può fare lo stesso discorso coi binari del treno: impossibile deragliare, la strada è segnata. Certo, queste sono tutte sciocchezze, scuse, ma ottime sia come sciocchezze che come scuse. A cosa aggrapparsi? Dio è morto, e non come diceva quell'ingenuo di Nietzsche, ossia che a un certo punto l'uomo lo ha come smarrito, nossignore, sappiamo tutti come è andata: si è suicidato. E non ora o qualche anno fa: prima del tempo. Quando ossia c'era solo lui. E non si sopportava. Era l'unico essere, c'era solo lui, e la cosa deve essergli risultata insopportabile - del resto si sa com'è con la solitudine - a tal punto che si è ucciso. L'universo è il suo cadavere in decomposizione. Io l'avevo già scritto tempo fa che nebulose e galassie sembrano sepolcri, e che l'universo è solo una bara, e lo è davvero, ogni luce che ci giunge dal cosmo una putrefazione ulteriore. Le stelle sono fuochi fatui del cimitero universale, lugubre gas da decomposizione.

In un universo siffatto bisognerebbe solo ammazzarsi. Ma come si fa, non si può proprio. Non ci si riesce e non c'è niente da fare. Sì per carità, qualcuno ci riesce anche, ma quale stravolgimento bisogna attraversare! Io penso che il suicida mentre compie l'atto non è già più vivo, è già qualcosaltro, non è più di quaggiù, è di un altrove indefinito che già confina col Nulla. Del resto neanche gli umani sono completamente di quaggiù. Dentro di noi c'è qualcosa di tremendo che non è naturale. Siamo di qualche altra parte, siamo grandiosi, oh sì, che grande miseria ci è toccata in sorte: né animali né angeli. Eternamente a rincorrere l'essere qualcosa. Puttane della materia. E poi muori. Sapete cosa resterà di noi tra mille anni? (e mille anni per l'universo sono una bazzecola), se va bene le ossa. Tutto costa un'enorme fatica e ogni premio non sembra essersela meritata. Qualsiasi cosa è già stata detta o pensata, eppure ci sgoliamo a dire e ci strangoliamo a pensare. Intanto il vicolo cieco avanza. Un vicolo cieco infinito. Allora cerco di distrarmi e mi drogo: ottengo solo altri vicoli ciechi. Il piacere è effimero come una candela al vento, come la vita, e niente, niente torna, tutto lentamente se ne sparisce via, le cose belle sono sempre più rare, i momenti di sbalordimento esistenziale più frequenti, le emozioni sempre più blande e meno mordaci, tutto stanca, tutto stufa, sotto al sole non c'è salvezza: i saggi sono paralizzati da quello che sanno; gli sciocchi sono muli sulla mulattiera della vita. Tutto va, tutto passa, resta solo il peggio o le inamovibili stronzate delle abitudini, siamo soli in una notte illuminata dal cadavere in decomposizione di Dio. Spesso pensiamo: farò questa cosa in modo che mi resti un bel ricordo: ma da vivi i ricordi ci tormentano, sono i fantasmi della mente. Oppure alcuni pensano: mi innamorerò. Ma a niente vale che qualcuno ci apprezzi. E se siamo noi ad amare ci rendiamo conto di soffrire per un capriccio di natura. Del resto non ci si può sottrarre a tali cose, nè queste nè altre. Infine si diventa fatalisti.

Carina questa ragazza che ho davanti mentre scrivo. Ha i capelli rosa. Sembra un coniglio animato. Quando non ci sarà più posto all'inferno i morti cammineranno sulla terra, diceva un tizio in un film di Romero, Dawn of the dead. Vale anche per i vivi. Quando non ci sarà più posto laggiù, quassù ci riempiremo di viventi. E sarà un inferno. Ad ogni modo questa ragazza dovrebbe farsi crescere le orecchie e saltellare. Wow!

Guardo il cielo pieno di nuvole. Sembra, quand'è così, che sopra possa esistere qualcosa, qualunque cosa. Invece c'è solo morte (cit. un mio amico).

giovedì 22 aprile 2021

La natura

 

La natura ci osserva.

Al mattino, qualcosa della notte, nei miei pensieri è rimasto. In questo mondo vi sono più cose di quante possiamo capire, per questo siamo sempre confusi.

La natura è responsabile di tutto quello che ci accade, per cui non si capisce perché dovremmo difenderla. Dovremmo, anzi, debellarla una volta per tutte, in modo che nessuna specie debba subire un sì triste fato come il nostro. Per essere sicuri che la vita sparisca per sempre da questa palla di fango che ruota nell'immensità, dobbiamo bruciare tutto. Terre, boschi, prati, mari, ogni cosa va inquinata... sapete, mi piace una ragazza. La invito a uscire ogni tanto ma mi dà sempre buca. Trova sempre nuove scuse. E adesso non può, e c'ha da fare, no ma, dico, vi rendete conto? E allora sapete cosa faccio io? siccome quella non vuole scopare io distruggo il pianeta. Ma cosa credevate, se scopassi di più non avrei di questi pensieri. A me i cani mi stanno proprio sul cazzo. Voglio strangolare un cane.


Di notte, errando, strangolava cani.


A pasqua sono andato a casa di un amico. Ho bevuto una bottiglia di tequila, mi sono fumato due canne e sono svenuto. Gli ho detto, a quest'amico, la natura che ha fatto per noi? ci ha creato, ha creato il dolore. Era proprio necessario? Mi ha detto che devo proprio scopare prima di impazzire definitivamente. Ma non sapete dire altro? Allora abbiamo mangiato delle pizzette. Poi ci siamo ascoltati un audiolibro di Lovecraft. Sapete perché mi piace Lovecraft? Perché i suoi personaggi o impazziscono o muoiono. Anche io impazzirò o morirò, è il destino di tutti. E il volere della Forza. Ho sonno. Mi voglio addormentare leggendo Lovecraft, così sognerò abominazioni cosmiche e di strangolare qualche stupido cane. E al mattino qualcosa della notte nei miei pensieri sarà rimasto.




domenica 21 marzo 2021

Un giorno a caso II

 





Ho iniziato un librone oggi, saranno 800 pagine. Un fantasy un po' dark. Ma ora non posso leggerlo perché sono in bus: è pomeriggio e sto tornando a casa.

In stazione una donna si è buttata in ginocchio, urlava, sbavava per terra, si strappava le vesti. Qualcuno le aveva tolto il figlio e lei urlava ancora e ancora che lo rivoleva. Un tizio dei treni ha chiamato la polizia. La polizia ha chiamato un'ambulanza. C'era un gran casino. La situazione andava peggiorando. Io guardavo il culo alle ragazzine. "Aiutami Dio" gridava. Mi è venuto in mente Zarathustra quando pensa "ancora non sa che Dio è morto?". Ci si sente soli in mezzo a una folla.

Poi è arrivato il bus e sono salito. Solita gente. Solite facce. Soliti culi. Dopo un po' è uscito di strada procedendo nel nero più assoluto fino alle prime stelle, e poi infinite galassie vorticavano tutt'intorno e l'autobus ci navigava dentro. Le marche i campi e gli alberi erano spariti, si vedevano pianeti e soli. Al pomeriggio è sempre così.

A volte penso che viviamo solo per perdere tutto. Duriamo finché dura la dittatura del nostro cervello. Il corpo è un totalitarismo e il cervello comanda. Gli organi devono ubbidire, le cellule sono schiave. C'è anche un oscuro signore al comando: è l'inconscio, il governo ombra. Fuori il cosmo illumina gli spazi. I passeggeri sono scheletri e teschi che guardano fuori dal finestrino. Non ci sono fermate in questo universo. Si va dritti fino al capolinea e si scompare. Niente corse extra, niente ultimo giro. L'abbonamento scade. Guardo fuori e l'autobus sta viaggiando tra le galassie e le stelle infinite, e noi viviamo solo per perdere tutto.

Ci siamo, tra poco scendo. Prenoto la fermata al rospo gigante che guida e mi preparo a lanciarmi tra le stelle. E la giornata non è nemmeno finita. Scendo, cammino. Davanti al bar mi chiama una tossica, dice che mi conosce, dice chi sono e dove abito. Beve. Le chiedo di cosa si fa e mi risponde che beve e prende farmaci. Mi vado a disintossicare, dice. In una clinica, dice. Io so che si fa le pere e fa anche la puttana. Le faccio il gesto del pollice alzato. È il crepuscolo, il mondo è gelido. Non c'è calore nel mondo, non c'è amore, non c'è speranza. Il cielo è nero e un rosso teschio colossale mi guarda dall'alto mentre torno a casa. Inizia la notte, e ogni notte è infinita.