lunedì 2 gennaio 2023
Primo viaggio dell'anno
venerdì 23 dicembre 2022
La poesia perduta
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| Il mare è sempre triste |
La spiegazione critica della poesia che segue, si rifà a un testo che scrissi in giovane età, ben accolto dalla critica, e purtroppo perduto in un incendio. Della poesia resta solo la sua elegia, essendo il testo da me completamente dimenticato, e il suo titolo parimenti incenerito nella memoria.
In una giornata fredda ma non ancora invernale, dopo una abbondante pioggia, seduto su degli scogli qualcuno osserva il tranquillo e ripetitivo svolgersi della vita che si intreccia sulle rive impigrite del mare. Contenitore di dolori che si accendono come tramonti, il poeta guarda il bianco candore del crepuscolo illuminare un mare piatto, sospiroso di onde che si infrangono come pianti sugli scogli della vita.
Una barca rientra frangendo le acque calme con una scia che le sconvolge per sempre o fino a quando la notte non ne cancellerà la memoria. Gli uccelli lontani che giocano apparendo e sparendo come ricordi sono un'infanzia, altrettanto lontana, che come a quel cielo chi scrive va pensando, e che come scia nella mente si chiude nelle profondità buie, sotto le maree del tempo.
Un pescatore straziato dall'aria salata delle coste dell'esistenza, con fare burrascoso, piega e ripiega quelle reti che di giorno usa per rapinare il regno dei pesci - anticipando imminenti tempeste -, e sulle quali di notte medita pensieri umidi e amari, per poi dormirvi sognando ancora altri mari.
Più oltre, varcato questo mondo che il mare culla come un bambino che dorme, le asprezze delle terre degli uomini, là dove essi odiano le profondità marine e aspirano a galleggiare sulla superficie, ricordano a tutti che la bolla di sapone che avvolge gli elementi del testo sta per scoppiare, per coglierci impreparati al risveglio, desiderosi di intrattenerci ancora dentro quei colori grigiastri che le parole suggeriscono agli occhi; e come le onde ci svegliamo, scoprendoci vivi solo nell'attimo in cui ce ne andiamo.
Cit. Prof. Tarcisio Esistone - Guida alla poesia italiana del nuovo millenio
Tuttavia, incapace di rassegnarmi alla perdita, ho voluto comunque riscriverla, basandomi appunto sulla sua esegesi per ricostruirla. Conscio del fatto che il risultato ottenuto è ben lontano dall'originale, la propongo qui di seguito.
Senza titolo
Nell'umida aria del mare
sì come tramonto che or vidi
scorgevo le onde bruciare
di bianco crepuscolo e brividi
Sospiri che infrangono il pianto
sui neri scogli salati
ricordano un grido ed un canto
riportano a giorni già andati
Di uccelli che al largo del mondo
riconcorrono ore perdute
e spiano dal cielo nel fondo
il buio ove sono cadute
L'uomo dei pesci ripiega
le reti che rubano al mare
nell'onde anche il tempo vi annega
le osserva l'un l'altra passare
Uguali eppure diverse
scorrendo senza pensieri
raccontan di terre sommerse
sognando profondi misteri
E dopo sì tanto dormire
si sveglian toccando la riva
e giunte alla meta morire
così che il poeta lo scriva.
La poesia originale, diversa, è perduta. Questo è solo un volerla ricordare, e nel farlo non sono nemmeno sicuro che sia mai esistita - ma si può ricordare una poesia riscrivendola? Potrebbe averla scritta un altro me, in qualche nascosto sentiero del tempo, e per qualche strano caso la sua memoria essere giunta qui, oggi. Per tutto quello che facciamo esistono altrettante cose che avremmo dovuto o voluto fare, che permangono da qualche parte, sospese, per essere di tanto in tanto pensate. Misteri dell'universo, sul quale, morendo, mi piegherò, svelandoli o no.
Tutto quello che ho scritto è mio, ma è falso.
mercoledì 26 maggio 2021
Vuoto e Forma
Ogni cosa è perduta
Amore mio
non c'è più quella magia nei tuoi occhi
il futuro è un'illusione e il passato un fantasma
il tempo sono solo anni che se ne vanno
la Morte è solo vita che si spezza
e noi siamo solo pezzi di carne
che si incastrano
perché non c'è più magia nei nostri occhi.
Il Mago Nero
I sapienti lo conoscono
i maghi pari suoi lo temono
gli incantesimi gli parlano
della notte si raccontano
così le ombre intorno danzano
lontani spettri che lo chiamano
da nere tombe essi sospirano
e nebbie scure lo attraversano
il tempo e i morti gli obbediscono
ma lui è indifferente a tutto
perché non c'è amore per lui
nell'universo
in quest'universo.
Condannato a Morte
In lontananza la tragedia dell'alba
oscuro si oppone un minareto
nessun suono dalla forca
nessun suono dalla campana
oscura si apre una botola
nessun suono dal mattino.
Vita eterna
E adesso, uomo solitario
cammini nelle ombre
sei solo, niente amici
ti nascondi dal sole
il tuo sentiero è oscuro
non credi a nessuno
neanche a te stesso
neanche a Lucifero
e non vuoi morire
non vuoi
ma morirai
e brucerai all'inferno
mostri e pazzia
per sempre.
martedì 4 maggio 2021
Esistere
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| La vita |
Ormai sono sempre più convinto che la natura, avendo creato me, merita di scomparire. Bruciamo questo cazzo di pianeta. E io che me ne farò di questo tempo che mi è dato di vivere, lo sto sprecando? ed esiste forse un modo per far sì che tutto, la vita, gli altri, i sogni, le speranze, che tutto questo non sia solo uno spreco di tempo? Pensiamoci un attimo... ma del resto pensare non è mai servito a niente. Inizio a pensare, ma è già da un po', che qualcosa nei geni di acuni li costringa a non prendere mai troppo sul serio l'esistenza. Dopotutto l'unica differenza tra una marionetta coi fili, e noi, è precisamente questa: noi non vediamo i fili. Si può fare lo stesso discorso coi binari del treno: impossibile deragliare, la strada è segnata. Certo, queste sono tutte sciocchezze, scuse, ma ottime sia come sciocchezze che come scuse. A cosa aggrapparsi? Dio è morto, e non come diceva quell'ingenuo di Nietzsche, ossia che a un certo punto l'uomo lo ha come smarrito, nossignore, sappiamo tutti come è andata: si è suicidato. E non ora o qualche anno fa: prima del tempo. Quando ossia c'era solo lui. E non si sopportava. Era l'unico essere, c'era solo lui, e la cosa deve essergli risultata insopportabile - del resto si sa com'è con la solitudine - a tal punto che si è ucciso. L'universo è il suo cadavere in decomposizione. Io l'avevo già scritto tempo fa che nebulose e galassie sembrano sepolcri, e che l'universo è solo una bara, e lo è davvero, ogni luce che ci giunge dal cosmo una putrefazione ulteriore. Le stelle sono fuochi fatui del cimitero universale, lugubre gas da decomposizione.
In un universo siffatto bisognerebbe solo ammazzarsi. Ma come si fa, non si può proprio. Non ci si riesce e non c'è niente da fare. Sì per carità, qualcuno ci riesce anche, ma quale stravolgimento bisogna attraversare! Io penso che il suicida mentre compie l'atto non è già più vivo, è già qualcosaltro, non è più di quaggiù, è di un altrove indefinito che già confina col Nulla. Del resto neanche gli umani sono completamente di quaggiù. Dentro di noi c'è qualcosa di tremendo che non è naturale. Siamo di qualche altra parte, siamo grandiosi, oh sì, che grande miseria ci è toccata in sorte: né animali né angeli. Eternamente a rincorrere l'essere qualcosa. Puttane della materia. E poi muori. Sapete cosa resterà di noi tra mille anni? (e mille anni per l'universo sono una bazzecola), se va bene le ossa. Tutto costa un'enorme fatica e ogni premio non sembra essersela meritata. Qualsiasi cosa è già stata detta o pensata, eppure ci sgoliamo a dire e ci strangoliamo a pensare. Intanto il vicolo cieco avanza. Un vicolo cieco infinito. Allora cerco di distrarmi e mi drogo: ottengo solo altri vicoli ciechi. Il piacere è effimero come una candela al vento, come la vita, e niente, niente torna, tutto lentamente se ne sparisce via, le cose belle sono sempre più rare, i momenti di sbalordimento esistenziale più frequenti, le emozioni sempre più blande e meno mordaci, tutto stanca, tutto stufa, sotto al sole non c'è salvezza: i saggi sono paralizzati da quello che sanno; gli sciocchi sono muli sulla mulattiera della vita. Tutto va, tutto passa, resta solo il peggio o le inamovibili stronzate delle abitudini, siamo soli in una notte illuminata dal cadavere in decomposizione di Dio. Spesso pensiamo: farò questa cosa in modo che mi resti un bel ricordo: ma da vivi i ricordi ci tormentano, sono i fantasmi della mente. Oppure alcuni pensano: mi innamorerò. Ma a niente vale che qualcuno ci apprezzi. E se siamo noi ad amare ci rendiamo conto di soffrire per un capriccio di natura. Del resto non ci si può sottrarre a tali cose, nè queste nè altre. Infine si diventa fatalisti.
Carina questa ragazza che ho davanti mentre scrivo. Ha i capelli rosa. Sembra un coniglio animato. Quando non ci sarà più posto all'inferno i morti cammineranno sulla terra, diceva un tizio in un film di Romero, Dawn of the dead. Vale anche per i vivi. Quando non ci sarà più posto laggiù, quassù ci riempiremo di viventi. E sarà un inferno. Ad ogni modo questa ragazza dovrebbe farsi crescere le orecchie e saltellare. Wow!
Guardo il cielo pieno di nuvole. Sembra, quand'è così, che sopra possa esistere qualcosa, qualunque cosa. Invece c'è solo morte (cit. un mio amico).
giovedì 22 aprile 2021
La natura
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| La natura ci osserva. |
Al mattino, qualcosa della notte, nei miei pensieri è rimasto. In questo mondo vi sono più cose di quante possiamo capire, per questo siamo sempre confusi.
La natura è responsabile di tutto quello che ci accade, per cui non si capisce perché dovremmo difenderla. Dovremmo, anzi, debellarla una volta per tutte, in modo che nessuna specie debba subire un sì triste fato come il nostro. Per essere sicuri che la vita sparisca per sempre da questa palla di fango che ruota nell'immensità, dobbiamo bruciare tutto. Terre, boschi, prati, mari, ogni cosa va inquinata... sapete, mi piace una ragazza. La invito a uscire ogni tanto ma mi dà sempre buca. Trova sempre nuove scuse. E adesso non può, e c'ha da fare, no ma, dico, vi rendete conto? E allora sapete cosa faccio io? siccome quella non vuole scopare io distruggo il pianeta. Ma cosa credevate, se scopassi di più non avrei di questi pensieri. A me i cani mi stanno proprio sul cazzo. Voglio strangolare un cane.
Di notte, errando, strangolava cani.
A pasqua sono andato a casa di un amico. Ho bevuto una bottiglia di tequila, mi sono fumato due canne e sono svenuto. Gli ho detto, a quest'amico, la natura che ha fatto per noi? ci ha creato, ha creato il dolore. Era proprio necessario? Mi ha detto che devo proprio scopare prima di impazzire definitivamente. Ma non sapete dire altro? Allora abbiamo mangiato delle pizzette. Poi ci siamo ascoltati un audiolibro di Lovecraft. Sapete perché mi piace Lovecraft? Perché i suoi personaggi o impazziscono o muoiono. Anche io impazzirò o morirò, è il destino di tutti. E il volere della Forza. Ho sonno. Mi voglio addormentare leggendo Lovecraft, così sognerò abominazioni cosmiche e di strangolare qualche stupido cane. E al mattino qualcosa della notte nei miei pensieri sarà rimasto.
domenica 21 marzo 2021
Un giorno a caso II
Ho iniziato un librone oggi, saranno 800 pagine. Un fantasy un po' dark. Ma ora non posso leggerlo perché sono in bus: è pomeriggio e sto tornando a casa.
In stazione una donna si è buttata in ginocchio, urlava, sbavava per terra, si strappava le vesti. Qualcuno le aveva tolto il figlio e lei urlava ancora e ancora che lo rivoleva. Un tizio dei treni ha chiamato la polizia. La polizia ha chiamato un'ambulanza. C'era un gran casino. La situazione andava peggiorando. Io guardavo il culo alle ragazzine. "Aiutami Dio" gridava. Mi è venuto in mente Zarathustra quando pensa "ancora non sa che Dio è morto?". Ci si sente soli in mezzo a una folla.
Poi è arrivato il bus e sono salito. Solita gente. Solite facce. Soliti culi. Dopo un po' è uscito di strada procedendo nel nero più assoluto fino alle prime stelle, e poi infinite galassie vorticavano tutt'intorno e l'autobus ci navigava dentro. Le marche i campi e gli alberi erano spariti, si vedevano pianeti e soli. Al pomeriggio è sempre così.
A volte penso che viviamo solo per perdere tutto. Duriamo finché dura la dittatura del nostro cervello. Il corpo è un totalitarismo e il cervello comanda. Gli organi devono ubbidire, le cellule sono schiave. C'è anche un oscuro signore al comando: è l'inconscio, il governo ombra. Fuori il cosmo illumina gli spazi. I passeggeri sono scheletri e teschi che guardano fuori dal finestrino. Non ci sono fermate in questo universo. Si va dritti fino al capolinea e si scompare. Niente corse extra, niente ultimo giro. L'abbonamento scade. Guardo fuori e l'autobus sta viaggiando tra le galassie e le stelle infinite, e noi viviamo solo per perdere tutto.
Ci siamo, tra poco scendo. Prenoto la fermata al rospo gigante che guida e mi preparo a lanciarmi tra le stelle. E la giornata non è nemmeno finita. Scendo, cammino. Davanti al bar mi chiama una tossica, dice che mi conosce, dice chi sono e dove abito. Beve. Le chiedo di cosa si fa e mi risponde che beve e prende farmaci. Mi vado a disintossicare, dice. In una clinica, dice. Io so che si fa le pere e fa anche la puttana. Le faccio il gesto del pollice alzato. È il crepuscolo, il mondo è gelido. Non c'è calore nel mondo, non c'è amore, non c'è speranza. Il cielo è nero e un rosso teschio colossale mi guarda dall'alto mentre torno a casa. Inizia la notte, e ogni notte è infinita.
venerdì 12 febbraio 2021
Un giorno a caso
Mi sveglio alle 6,30 con l'allarme del telefono. Sbavo, ho freddo, mal di collo, mi viene subito in mente la poesia che sto studiando a memoria: la ripeto mentalmente mentre mi rigiro. Mi fa male il collo, ho un'erezione, do un paio di schiaffi al pene per punirlo e mi alzo. Rutto, sbavo, mi gratto, piscio.
Mi infilo i pantaloni e guardo cosa c'è per colazione. Ci sono delle lumachine di mare col pomodoro. Mi metto davanti il piatto e le mangio una ad una, succhio il sugo. Buone. La colazione dolce è da donne. Antidepressivo e acqua. Buono. Finisco di vestirmi mentre ascolto il telegiornale. Le vicende umane mi annoiano, penso a un libro che leggevo ieri sera. Mi dà energia per uscire. Esco e vado a prendere il bus.
Fa freddo. Sul bus è buio, l'aria è pesante. Stamattina siamo i soliti quattro morti di sonno. La tipa che si mette sempre qui davanti ha delle tette enormi. Chissà che effetto fa toccarle in un bus pieno di morti. Sarebbe una scarica di vita. Piove. Studio un po' la poesia, Per tutti la morte ha uno sguardo, ripeto. Pavese al mattino mi infonde serenità. La gente sale, la gente scende. Guardo fuori la pioggia e penso che le stelle ci sono già ma non si vedono. La tettona chiama la fermata con la nocca, non vuole sporcarsi di feccia il ditino. Ora scendo! le vado dietro e le metto una mano sul culo. Ci faremmo due risate. Sai che ridere. Ma naturalmente non sono sceso, perché in fondo non mi andava poi molto di ridere. Arriva la mia fermata e scendo.
Cade una pioggia finissima che sembra artificiale. Chissà se un computer può prevedere ogni singola goccia di pioggia che cade al vento. Sarebbe uno spreco di energie, come lo è quasi tutto. La vita, penso, non fornisce abbastanza senso per giustificare l'enorme fatica che si fa a vivere. E se il senso non c'è i giorni sono tutti vuoti e uguali. Cammino e penso allo spaventoso spettacolo di un universo che arde, all'amore che ormai è tutto finito, ai giorni squallidi di noia e alle enormi tette della tipa in autobus. Arrivo in stazione e, davanti all'edicola, leggo il manifesto coi titoli di giornale:
AMMAZZA MOGLIE FIGLI SUOCERA E CANE
POI SI SUICIDA
Chissà com'è ammazzare un cane. Io me lo mangerei, un cane. Mi mangerei anche le tette della tipa sul bus. La gente uccide e si ammazza mentre io non sono capace di fare niente. Certo che la vita oggi è davvero vuota. Mi sembra di essere privato di tante, troppe cose. Ad esempio non decapiterò mai nessuno. La gente si scandalizza per minuzie come la panna nella carbonara ma se le fai vivere una vita priva di senso non fa obiezioni. Penso a un cacciavite che entra in un orecchio, a un rompighiaccio che buca l'ombelico, a dare la scossa a un cane e poi al padrone del cane. Cani bastardi. Subcreature. Tutti untermensch, tutti! La bigliettaia troia, l'edicolante deforme, il negro che muore di freddo, il panzone alcolizzato che ciondola da un bar all'altro dalle sei, tutti, tutti untermensch!
Fra poco passa la corriera. Enormi ruote che schiacciano crani, cervelli schizzati sul marciapiede bagnato. Gente che divora se stessa, andiamo, andiamo!
Scritto e non riletto.






